Omari Galliani, i suoi Taccuini di viaggio per festeggiare i 250 anni della Libreria Bocca

Cahiers de voyage. Un progetto espositivo originale. Una piccola, raffinatissima, personale di Omar Galliani, celebre maestro del disegno, artista di spicco nel panorama nazionale e internazionale. È esposta nella vetrina della libreria Bocca (dal 5 maggio al 5 giugno), a cura di Vera Agosti, per celebrare i 250 anni della storica libreria, sita in Galleria Vittorio Emanuele II a Milano. Il disegno di Galliani ha viaggiato il mondo e torna ora in maniera intima, riflessiva, in alcuni preziosi taccuini di viaggio che raccolgono i suoi disegni e i suoi pensieri, nei molti viaggi fatti in Oriente (Cina, India, Vietnam) in Africa tra Egitto, Tunisia e Sudan, mete abituali delle numerose mostre tenute dall’artista emiliano nei tanti musei e gallerie, assimilando e raccogliendo suggestioni e contaminazioni per la sua poetica.

Omar Galliani, Vietnam, Baia di Along, 2006

“Ho fatto mille viaggi in luoghi lontani, esotici e non, ma sempre con una matita appuntita di grafite, è un bagaglio leggero, entra in una borsa, ma al suo interno può contenere un mondo. I taccuini li acquisto generalmente sul posto”, racconta Omar Galliani, classe 1954, nato a Montecchio Emilia, dove vive e lavora tutt’ora. “Per me il taccuino è il compagno di viaggio più prezioso. Una scuola di attenzione, che matura in stupore e gioia incondizionata. Un modo per fissare suggestioni, pensieri, appunti, eseguire disegni, proprio come facevano i grandi viaggiatori del passato. Piccolo libretto, Leonardo chiamò per primo il taccuino, raccomandandone l’uso. Su diversi taccuini ho tracciato linee, consumato matite, polverizzato carboncini. Ho usato mille carte diverse, mille pigmenti o matite. Se penso a un quaderno in particolare sfoglio mentalmente uno dei quaderni disegnati in India a Trivandrum, Kerala. Comprato a Cochin dove i portoghesi hanno avuto una loro colonia fino a metà novecento. Questo quaderno rilegato in pelle traforata contiene almeno 50 disegni realizzati ad inchiostro su carta di seta e riso. In Oriente ha utilizzato materiali particolari, come le cortecce di alberi, le foglie del banano, carte cinesi e giapponesi”.

Omar Galliani, Quaderno siamese, 2000


Spesso il disegno nasce di notte, sulle terrazze degli hotel o negli areoporti, “tra le luci notturne degli aerei in volo e le lampade dei pescatori sul mare. Volti, immagini scorti tra le strade, mentre viaggia in treno o staziona in un aeroporto. Magari è un’ombra particolare che ti chiede di essere disegnata, quasi come una visione, un miracolo. I soggetti che catturo, nascono dalla casualità, legata all’istinto nel scegliere un’immagine per estetica, bellezza, armonia. Sezionando e ingrandendo un dettaglio anche banale, la decontestualizzo inseriti in una dimensione senza tempo, quasi trascendentale”.


A differenza dei molti altri libri di Galliani, legati a una mostra o a un ciclo di opere, i tacuini offrrono una prospettiva singolare, un “dietro le quinte”, la testimonianza del momento in cui l’idea si fa segno, schizzi, appunti, primi pensieri, le prime “impressioni”. Una sorta di diari intimi, piccoli scrigni densi e fitti di suggestioni, disegni più o meno dettagliati, appunti, per altre opere che si svilupperanno su una scala più vasta al ritorno a casa. Tutti testimonianza di quel fare imprescindibile da cui l’artista non sa rinunciare anche mentre viaggia. Anzi, proprio durante il viaggio, sembra ampliare e accrescere la propria dimensione inventiva che trae ispirazione, oltre che dalla classicità, dal cinema e per l’appunto dagli innumerevoli viaggi da lui fatti in giro per il mondo, in primis in Asia, che contribuiscono a contaminare il suo immaginario. “All’inizio non mi accorgevo delle contaminazioni che accumulavo in quei viaggi, nell’incontrare artisti, viaggiare all’interno di geografie sterminate tra megalopoli e templi sospesi tra passato e futuro. Ma lavoravano dentro di me”.

Omar Galliani, Berenice, Egitto, 2009


Soltanto una matita appuntita di grafite, che l’artista impugna seguendo un misterioso impulso, frutto dell’osservazione attenta e prolungata. In una società dove tutto è veloce e massificato, Galliani invita a fermarsi a guardare, a considerare e ad approfondire. La sua arte crea un’esperienza che richiede tempo. “Da sfogliare” con calma, pagina dopo pagina, soffermandoci anche sui silenzi della pagine bianche. Come dice il suo amico Guido Oldani, poeta e scrittore, la poetica lentezza del disegno, è una ritualità quasi sacra e oramai dimenticata. Una forma di resistenza alla frenesia e la superficialità che caratterizzano la società contemporanea. Agli sguardi veloci, alle foto rapinose con immancabile smartphone. Il disegno costringe a rallentare, a stare fermi. Anche noi spettatori. Per farci emozionare, per derive meditative insieme all’arista. In un mondo sempre più digitalizzato e smaterializzato, il disegno è ancora l’arte della mano, del polso, dell’homo faber. Il disegno, con le sue ombre e i suoi contrappunt, le sue tonalità espressive mai urlate e mai sgargianti, è una delle tecniche artistiche più capaci di parlare attraverso accenni e allusioni. Proprio questa tecnica lenta, millimetrica, paziente, reticente, sottocutanea, è capace di dire quello che a rigore non è possibile dire e che lascia incantati.


Una piccola e splendida tavola, Mantra, matita nera su tavola, 50×50 cm, brillante nel nero cangiante della grafite, suggella l’esposizione tra Occidente e Oriente e viceversa. “L’Oriente, nel corso di una lunga frequentazione, ha lasciato un segno indelebile e riconoscibile come cifra artistica in molte opere. Ho trovato curiosità, domande, inviti continui al mio lavoro che in Italia o in Europa non trovo. Nell’82, con la mia prima partecipazione alla Biennale di Venezia, realizzai una grande tela, Le tue macchie nei miei occhi, inchiostri su carta giaponese intelata. Il mio dialogo con la Cina inizia alla fine degli anni Novanta, anni ancora lontani dal boom commerciale che sarebbe poi esploso in tutta la Cina in ogni attività, compresa quella dell’arte. Presentavo in quegli anni a Bologna una serie di grandi Mantra a matita e foglia d’oro su tavola: grandi dittici per uno sviluppo totale di 2 metri per 6. Fui invitato nel 2000 ad esporre al Museum of the Central Academy of Fine Arts di Wangfujing, a Pechino con Cosmogony a cui aggiunsi alcuni altri lavori realizzati site-specific. Le difficoltà burocratiche e doganali non furono poche, compresa la censura di un’opera che dovetti cambiare tra quelle scelte per l’esposizione”.

Omar Galliani, Quaderno siamese, 2000


Nel 2003 vince, insieme a Georg Baselitz, il premio per la miglior opera alla prima edizione della Biennale Internazionale d’Arte di Pechino. Nel 2006-2007 è protagonista di un grande tour della Cina e poi in altri musei e gallerie private (in occasione del quale il direttore dell’Accademia di Belle Arti di Jinan gli conferisce la laurea ad honorem in pittura. Lontano da Xian (2016) entra a far parte delle collezioni del Museo Museo NAMOC di Pechino accanto ai lavori di Pablo Picasso, Salvador Dalí, Kaethe Kollwitz ed Ansel Adams. È un’opera a matita su tavola di 180×180 centimetri. Nel dipinto è raffigurato un doppio volto siamese di donna i cui profili mostrano due direzioni di sguardo, Oriente e Occidente, e delineano al centro la forma di Atanor, l’archetipo-vaso contenitore del Tutto che racchiude la cosmogonia di un cielo stellato. Il filo rosso fra Oriente e occidente è tatuato sul collo del soggetto femminile/maschile e disegna un melograno. “Questo bellissimo frutto celebra il rito della vita e della rinascita. Anticamente originario dell’area orientale compresa tra India, Cina e Medio Oriente, arriverà poi in Italia e nel Mediterraneo attraverso infinite carovane che tra Oriente e Occidente traghettavano spezie, sete, rose, tappeti”.

Botticelliana 35×50 cm, è tratta invece da un quaderno di viaggio realizzato di passaggio verso il Salento, dove il maestro ha un atelier e trascorre alcuni periodi dell’anno. Il suo intervento a matita, che traccia il volto di una donna direttamente ispirato alle Madonne botticelliane, poggia dunque sui tratti dell’antico Maestro e del cielo di Mercurio dei canti V, VI e VII del Paradiso della Divina Commedia, dove Dante e Beatrice vi giungono con la rapidità di una freccia e Beatrice stessa accresce la sua bellezza, al punto che il pianeta sembra diventare più lucente.

Omar Galliani, Mantra, matita nera su tavola, 50×50 cm, 2023


Il disegno costituisce oggi la parte più consistente del suo lavoro nonostante negli anni Ottanta abbia dipinto tanto. Il disegno per Galliani non è bozzetto o lavoro preparatorio, Galliani ne ha fatto un’opera d’arte totale, inserendosi in una tradizione della Storia dell’Arte che affonda le sue radici nel Rinascimento. Il disegno è esplorazione, conquista lenta della superficie, racconta l’artista. Un disegno infinitissimo – come ama definirlo – assoluto che va oltre i limiti del foglio, della tela e della tavola, riprendendo una frase scelta come titolo di una recente mostra, a cura di Vera Agosti, il disegno non ha tempo”. Per realizzarlo occorrono ore e ore, giorni e giorni di duro lavoro, fatica e concentrazione, accompagnati dallo sforzo fisico. La pressione sanguigna muta, variando l’intensità del segno, sulla pagina bianca o sulla tavola di pioppo, talvolta incisa o graffiata. Il legno, nel tempo, modificherà l’aspetto dell’opera, così come l’azione del sole. Ci sono tavole che ho fatto negli anni Novanta e che all’epoca avevo fotografato, riviste adesso e messe a confronto sono diverse, presentano venature straordinarie. Il legno rimane sempre vivo Mi piace l’idea di un materiale mobile”.

Omar Galliani, Botticelliana, 2001, carboncino su carta e serigrafia, 34×50 cm


Galliani lavora in studio con due materiali contraddistinti da una contrapposizione di energie, quella geologica dalla terra e quella solare dal cielo. Il nero luminoso e misterioso della grafite e il bianco candido della tavola di pioppo. Racconta l’artista: “La grafite è carbonio, un minerale geologicamente situato sotto terra, un diamante giovane, appare nera come il buio, eppure è luminosa, riflette la luce. I pioppi crescono in filari stretti tutti dritti e si sviluppano in verticale, per crescere devono catturare la luce del sole. Il processo artistico trae energia e forza poetica da questo perenne dialogo”. Tutta l’armonia delle sue opere nasce nasce per contrasto. La superficie del pioppo,non omogenea e ricca di venature, assorbe la grafite ed esalta le alternanze di chiaroscuro.
Come un alchimista, l’artista di Montecchio Emilia opera una trasmutazione della materia dando forma a sorprendenti tasformazioni, alla maniera antica, sfumati leonardeschi, lineamenti delicatii, volti sensuali, la trattazione dolce della matita sul foglio di grana antica e preziosa, i simbolismi provenienti dalle più svariate culture dei diversi continenti. L’emozione è forte. Una narrazione misteriosa, affascinante, complessa in cui affiora un enigma narrativo che sfugge a una spiegazione esaustiva ma è forza evocativa e poetica dell’immaginazione che crea vibrazioni emozionali. Tracce di quella tensione artistica ed esistenziale dal terreno allo spirituale. Che segue e persegue un ideale di armonia quasi suprema. Del rapporto fra individuo, natura e cosmo. E invita ad una silenziosa condivisione.


“La risposta dell’arte consiste spesso in un grido disperato di bellezza per tutti”, dice. Dietro quella composta intima dolcezza dei suoi taccuini, dietro quel silenzio delle pagine bianche, vi è una trincea, una resistenza al vuoto che rutila ovunque, nel mondo tecnologico, asservito alle logiche del consumo immediato. “I miei volti ambiscono al silenzio e alla riflessione; ecco perchè spesso gli occhi nei miei disegni, restano chiusi, sublimati dal desiderio del silenzio. Come una preghiera”.

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