Gli spazi della Casa degli Artisti di Milano, fino al 2 aprile, si trasformano in un organismo in movimento. Con la prima Open House di OMNIRICA – Spazi Desideranti, il nuovo programma di residenza artistica 2026, gli atelier sono stati aperti al pubblico per restituire non tanto opere concluse quanto processi in corso, tentativi e direzioni di ricerca ancora instabili. Un gesto semplice, ma oggi tutt’altro che scontato: mostrare il lavoro mentre accade.
Muoversi tra le stanze della Casa in questi giorni significava passare da un linguaggio all’altro, dal suono alla pittura, dal video alla performance, ma soprattutto attraversare sensibilità diverse che trovavano nello spazio condiviso un terreno comune. È stato un percorso sorprendentemente coerente, nonostante l’eterogeneità dei media.
Con SUMI-e: L’antica narrazione si fa contemporanea, a cura di Christian Gangitano, El Gato Chimney affronta la tradizione giapponese del sumi-e e degli emakimono con uno sguardo contemporaneo. I grandi fogli inchiostrati, disposti come un racconto sequenziale, popolano lo spazio di yōkai, animali e figure ibride, sospesi tra mito e cultura pop.
Osservando da vicino la qualità del segno e la modulazione dell’inchiostro, si percepiva il tempo della pittura: un tempo lento, fatto di attese e di gesti misurati, che raramente si incontra nelle pratiche più immediate dell’urban art. È stato uno dei momenti in cui la residenza mostrava con più evidenza la sua funzione: offrire agli artisti la possibilità di lavorare fuori dalla pressione della produzione veloce.
Tra le esperienze che mi hanno coinvolto di più c’è stata quella di Julija Kasteluči, un progetto che ha cambiato direzione proprio durante la residenza. Entrata nell’atelier storicamente intestato a Hidetoshi Nagasawa, l’artista ha scoperto che lo scultore era arrivato a Milano dal Giappone viaggiando in bicicletta: un episodio biografico che ha trasformato la sua ricerca in una sorta di sonorizzazione di quel percorso. L’installazione si è così popolata di suoni, voci e rumori immaginati come provenienti dai paesi attraversati da Nagasawa, mentre la presenza della bicicletta — evocazione di quella che gli fu rubata una volta giunto in città — diventava il fulcro simbolico del lavoro. Da questo oggetto emergeva il suono, come se custodisse ancora le tracce del viaggio: un’immagine semplice ma potente, che restituiva l’idea della vita come movimento continuo, fatto di attraversamenti, perdite e trasformazioni.
Con Invisible Cities, Sofia Guzzo costruisce un ambiente in cui immagini e parole si influenzano reciprocamente. Video di paesaggi naturali attraversati da affermazioni psicologiche, fotografie urbane stampate su supporti trasparenti, immagini in trasformazione: tutto contribuisce a generare una percezione instabile, in continua ridefinizione. Guardando le frasi scorrere su immagini contemplative, mi sono trovata a riflettere su quanto questi slogan — apparentemente innocui — facciano ormai parte del nostro paesaggio mentale. Il lavoro riesce a mettere in discussione la neutralità di questo linguaggio, mostrando quanto possa essere al tempo stesso rassicurante e manipolatorio.
Le opere di Cegobi riportano invece lo sguardo verso una dimensione rituale e arcaica. Le maschere e gli spiriti animali che popolano le sue tele evocano immediatamente i carnevali alpini e le feste invernali. Ritrovare quei colori, quelle forme e quelle presenze all’interno di uno spazio urbano come la Casa degli Artisti ha generato un cortocircuito affascinante: la sensazione che tradizioni antiche potessero riaffiorare con naturalezza nel presente.
In queste immagini il folklore non appare mai folkloristico, ma viene restituito come sistema simbolico ancora attivo, capace di parlare di protezione, comunità e passaggio del tempo. Grazie anche alle foto di Giovanni Caruso che affiancano il lavoro di Cegobi.
Con Liminal Zone, Roxy Ceron costruisce sequenze audiovisive in cui il corpo e lo spazio si trasformano continuamente. Le immagini, cariche di effetti visivi e di atmosfere sospese, sembrano provenire da un cinema immaginario, a metà tra videoclip, performance e sperimentazione digitale. La sensazione è quella di trovarsi davanti a frammenti di un racconto più ampio, mai del tutto esplicitato, in cui il movimento e la luce diventano elementi narrativi quanto le figure stesse.
Tra i lavori più toccanti, almeno per me, c’è stato Unbounded di Sara Passerini. I video amatoriali da cui l’artista parte conservano una qualità fragile e imperfetta che li rende incredibilmente poetici. Vedere un cervo attraversare una strada o una volpe fermarsi a guardare la camera produce una sospensione del tempo, un attimo in cui la città smette di essere completamente umana. Quella poesia involontaria dei video amatoriali — tremolanti, sgranati, spesso casuali — diventa nel suo lavoro una materia preziosa, capace di restituire la meraviglia e lo spaesamento di questi incontri improvvisi.
Con PANIPURI, Clara Storti introduce una dimensione performativa che espande la residenza oltre lo spazio dell’atelier. Il progetto, che intreccia circo contemporaneo e pratiche urbane, mira a generare interventi effimeri nello spazio pubblico, creando momenti di sorpresa e ridefinendo temporaneamente l’uso dei luoghi.
Quello che più colpisce di questa Open House è la sensazione di trovarsi in un luogo in cui la ricerca è ancora possibile senza dover essere immediatamente tradotta in prodotto. La Casa degli Artisti, attraverso programmi come OMNIRICA, continua a offrire uno spazio di sperimentazione reale, accogliendo artisti italiani e internazionali e permettendo loro di lavorare in un contesto condiviso.



