Once upon a Time there was the World. Domenico Dell’Osso e la memoria dell’universo

All’inizio del Novecento, quando una parte dell’arte europea cominciò a guardare oltre la rappresentazione del visibile, si affacciò con forza l’idea di una pittura capace di intercettare energie invisibili, cosmiche, spirituali. Una pittura che non voleva più limitarsi a descrivere il mondo, ma aspirava a trasmettere ciò che lo attraversa. È in questo solco che si collocano le ricerche esoteriche e astratte di Julius Evola (prima che diventasse noto come filosofo), così come le sperimentazioni di alcuni futuristi “eretici”, dai fratelli Ginanni Corradini, denominati “sinteticamente” coi soprannomi futuristi di Ginna e Corra, ad altri artisti dei primi anni del secolo scorso, per i quali la tela diventava uno spazio di trasmissione, un campo energetico in cui rendere visibile una realtà più profonda, mistica, non immediatamente accessibile ai sensi. In quelle esperienze, spesso laterali rispetto ai canoni ufficiali dell’avanguardia, l’arte si configurava già come atto di connessione: tra uomo e cosmo, tra materia e spirito, tra tempo storico e tempo assoluto.

È a partire da questa domanda irrisolta – esiste, può esistere ancora una pittura cosmica? – che si può leggere Once Upon a Time there was the World, la nuova mostra personale di Domenico Dell’Osso, presentata al MuPa – Museo Arte Cultura Esperienze VR di Ginosa, nasce esattamente da questa domanda, che l’artista non affronta in forma teorica ma assume come campo operativo, trasformandola in materia, suono, luce, esperienza. Il punto di partenza è tutt’altro che metaforico. Un frammento autentico del meteorite Ashuwairif 004, donato all’artista da Romano Serra, divulgatore scientifico e curatore del Museo del Cielo e della Terra di San Giovanni in Persiceto, viene polverizzato e mescolato ai pigmenti acrilici, entrando fisicamente nelle ventitré grandi tele che compongono il progetto. Non come reliquia né come espediente simbolico, ma come presenza reale di un tempo che precede l’uomo, di una memoria che non appartiene alla storia ma al cosmo. Quella polvere diventa il perno materiale e concettuale dell’intero lavoro: una traccia originaria che consente alla pittura di affacciarsi su un tempo non lineare, in cui passato, presente e futuro coesistono, secondo una visione che rimanda apertamente alla concezione einsteiniana dello spazio-tempo, dove nulla si perde davvero e tutto resta inscritto nel tessuto dell’universo.

È in questo orizzonte che prende forma, nel 2022, il dialogo tra Dell’Osso e Luca Beatrice, uno dei curatori più autorevoli e incisivi della generazione nata negli anni Sessanta, purtroppo scomparso nel gennaio dello scorso anno. Non un semplice confronto curatoriale, ma una vera convergenza di visione: immaginare una mostra itinerante dedicata ai grandi protagonisti dell’evoluzione umana non come un pantheon celebrativo, ma come un campo di risonanza, in cui le loro presenze potessero tornare attive, percepibili, quasi consultabili. Figure lontane nel tempo – da Galileo a Leonardo, da Marie Curie a Martin Luther King, fino a Darwin, Freud, Tesla, Hawking – vengono così pensate non come icone storiche, ma come nodi energetici di una conoscenza diffusa, ancora accessibile a chi sappia sintonizzarsi.

L’idea che attraversa Once upon a time there was the world è che l’essere umano non inventi dal nulla, ma acceda. Le grandi scoperte non nascono come atti di creazione assoluta, ma come riconoscimenti, come momenti di kairós: l’istante giusto in cui la mente si fa silenziosa e diventa capace di intercettare ciò che esiste da sempre, come una legge matematica o una proporzione naturale che attraversa il cosmo, la natura, la vita. In questo senso la memoria non è solo interiore, psicologica o culturale, ma esterna, diffusa, inscritta nelle relazioni tra le cose e nelle tracce che ogni evento lascia. La pittura diventa allora, per Dell’Osso, uno strumento di connessione, una pratica di risonanza con una memoria più grande dell’individuo.

A questa dimensione si innesta il lavoro sul suono, sviluppato insieme a Fabrice Quagliotti, storico leader dei Rockets. Il primo snodo è stata la realizzazione del picture disc di Time Machine, con i razzi galattici pop-surrealisti di Dell’Osso che orbitano nello spazio come traduzione visiva di un immaginario sonoro, seguiti dal videoclip Last Train to London e dalla copertina dell’album The Final Frontier. Durante questo lavoro l’artista riceve in anteprima le tracce musicali e riconosce una consonanza profonda tra quelle sonorità cosmiche e le visioni che stava già elaborando. Non un accompagnamento, ma una sintonia strutturale, da cui nasce l’idea di un’opera totale, in cui pittura, musica e scienza non siano livelli separati ma parti di un unico organismo sensibile.

Le ventitré tracce composte da Quagliotti non accompagnano semplicemente le opere: si intrecciano nello spazio, si attivano al passaggio del pubblico, generano combinazioni sonore sempre diverse, come se anche il suono rispondesse a una logica di campo, di risonanza, più che a una composizione lineare. Il percorso si articola così in ventitré grandi tele realizzate tra il 2023 e il 2024: ventidue opere di formato 150×150 cm dedicate a singole figure che hanno inciso sul destino dell’umanità e una tela conclusiva, 150×300 cm, che funziona come sintesi e soglia finale. Al centro di ogni opera compare la firma autografa del protagonista, mentre in basso si staglia l’“omino”, alter ego dell’artista e figura di identificazione universale, ridotta all’essenziale per lasciare spazio a chi guarda. Gli sfondi galattici tengono insieme il ciclo come una costellazione, suggerendo che scienza, arte e spiritualità non sono territori separati, ma linguaggi diversi di una stessa tensione conoscitiva.

Non è casuale che la mostra venga presentata in anteprima proprio a Ginosa, paese natale dell’artista. Riportare un progetto di respiro universale in un contesto locale significa trasformare un museo civico in un luogo di attraversamento, educazione e presa di coscienza, soprattutto per le nuove generazioni. Once upon a Time there was the World è pensata anche per le scuole, come occasione per interrogarsi sui valori che hanno guidato l’evoluzione umana – conoscenza, coraggio, libertà, creatività, responsabilità – senza semplificarli né ridurli a slogan. La frase che dà il titolo al progetto compare nell’opera conclusiva come una soglia più che come un epitaffio. “C’era una volta il mondo” può essere letto come constatazione o come avvertimento. Dopo aver attraversato le presenze della storia e, insieme, il proprio percorso personale, il visitatore è chiamato a interrogarsi su ciò che sta facendo del proprio tempo. Perché il mondo non è qualcosa che attraversiamo distrattamente, ma qualcosa che costruiamo, giorno dopo giorno, scelta dopo scelta. E se esiste una pittura cosmica, forse è proprio quella che usa il cosmo non per fuggire dalla realtà, ma per ricordarci che ogni azione lascia una traccia, e che ciò che ha avuto senso vero non conosce fine, distanza né silenzio.

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Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

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