Padiglione Russia alla Biennale 2026, scoppia il caso politico: stilettate tra Giuli e Buttafuoco

È iniziato come un minuetto, è finito con qualche stilettata neanche troppo velata. Roma, Sala Spadolini: lo spazio che il Ministero della Cultura usa per le “grandi occasioni”. Siamo in tempo di Biennale e, come da tradizione, è qui che la Direzione Generale Creatività Contemporanea del Mic — che ufficialmente “promuove” il Padiglione Italia — presenta, appunto, il Padiglione Italia.

Il direttore Angelo Piero Cappello fa dunque gli onori di casa e immediatamente si avverte qualcosa di irrituale: presente Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale; alla sua destra l’artista Chiara Camoni; più in là, accanto a Cappello, la curatrice Cecilia Canziani. C’è una sedia vuota. È quella del ministro della Cultura Alessandro Giuli che, a questo giro, decide di non fare gli onori di casa e manda un videomessaggio. Prima stranezza: viene detto che il ministro Giuli è impegnato in altri incarichi istituzionali; peccato che nel pomeriggio si rincorrano voci, dalla sua segreteria, secondo cui l’assenza sarebbe voluta “per segnare un distacco e una distanza”.

Altra stranezza: mentre siamo tutti lì in attesa del racconto del Padiglione Italia, proprio dal Mic arriva una notizia destinata a non restare in secondo piano. Il Ministero, con la cifra-monstre di 30 milioni di euro, ha acquistato, dopo una lunga e faticosa trattativa, il Ritratto di Matteo Barberini realizzato da Caravaggio, già esposto a Palazzo Barberini (nella cui collezione permanente andrà) nella mostra dei record sul Merisi dello scorso anno. Un caso? Uno sgarbo? Perché dare una notizia così proprio mentre si tiene, nella sede del Mic, la conferenza stampa ufficiale del Padiglione Italia dell’imminente Biennale d’Arte?

E così, quella che di solito è una noiosa conferenza stampa in cui molto si parla e poco si vede (ché, in effetti, i Padiglioni vanno vissuti per essere capiti), si trasforma in uno scontro dialettico in differita tra Giuli e Buttafuoco. Il primo, dopo qualche elogio — che suonava un po’ di circostanza — al lavoro di Camoni e Canziani, ha aggiunto a sorpresa e quasi out of the blue, vista la situazione: «Voglio sottolineare un concetto: l’arte è una delle migliori espressioni di un popolo ed è libera quando è libero il governo del suo Paese. Non si può dire lo stesso delle autocrazie, dove l’unica arte libera è l’arte dissidente».

Il riferimento, esplicitato anche nelle parole successive, è al discusso Padiglione Russia che in questa edizione torna ai Giardini: «Quando l’arte è scelta dai vertici di uno Stato autocratico, non ha la libertà consentita alla pura espressione artistica: quell’espressione che il popolo ucraino vede ogni giorno calpestata dalle bombe della Russia che ne ha invaso i confini, le case, la libertà». Poi si congeda: «Vi auguro una grande bella festa per il Padiglione Italia, una festa dedicata alla libertà».

Passa quasi un’ora tra il discorso di Cappello e gli interventi di Canziani e Camoni, finché Buttafuoco prende la parola davanti ai giornalisti. Comincia con grande garbo, con i ringraziamenti al ministro, ma poi arrivano le precisazioni sulle «polemiche sterili» relative all’assenza di italiani nella mostra principale curata da Koyo Kouoh. Ricorda che un tour per presentare alla direttrice vari artisti nostrani era in agenda, in collaborazione con il Teatro alla Scala di Milano, con il Massimo di Palermo e il San Carlo di Napoli, «ma la morte ha deciso altrimenti» (riferimento alla scomparsa del precedente presidente). Sarebbe stato interessante capire meglio se fossero stati previsti degli studio-visit, ma nella sede di ieri le domande dovevano essere limitate esclusivamente al Padiglione Italia.

Il congedo di Buttafuoco ha strappato un applauso alla sala: «Nel salutarvi voglio ringraziare il ministro perché questa diversità di posizione dettata dalle regole, dalle procedure, dalle leggi persino internazionali, conclama l’autonomia di una istituzione che da 130 anni costruisce il sentiero dove chiusura e censura sono, ancora una volta, fuori dall’ingresso della fondazione Biennale di Venezia». Appuntamento al 9 maggio, con l’apertura al pubblico di questa 61esima edizione della Biennale d’Arte di Venezia.

Intanto è notizia di ieri: ventidue Paesi europei hanno inviato una lettera alla Biennale di Venezia chiedendo di rivedere la partecipazione della Russia alla Biennale Arte 2026. I ministri della Cultura e degli Esteri firmatari sostengono che, nel contesto della guerra in Ucraina, la presenza del padiglione russo rischierebbe di diventare uno strumento di propaganda e legittimazione internazionale per Mosca. Anche la Commissione europea ha espresso forti perplessità sulla decisione, lasciando intendere che i finanziamenti europei alla Biennale potrebbero essere messi in discussione qualora la partecipazione russa venisse confermata. La vicenda apre così un nuovo fronte politico e culturale attorno alla prossima edizione della manifestazione veneziana.

Poster for Gianfranco Meggiato's 'in ITINERE' exhibition in San Quirico d’Orcia, July 25–Nov 1, 2026, featuring white abstract sculptures on a grassy hill.
Poster featuring an illustrated man wearing a cap and white sunglasses, blowing a large pink bubble, with a pink polka-dot background and bold title text above.

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Francesca Amé
Francesca Amé
Milanese, mamma di due gagliarde adolescenti, ama raccontare il bicchiere mezzo pieno della vita, senza trascurare eventuali depositi sul fondo. Da quindici anni si dedica con passione alla cronaca culturale, italiana e internazionale, e firma interviste per alcune delle principali testate italiane. Fissata da sempre con l’arte contemporanea, è anche una travel addicted iper-organizzata. Ultimamente ha tradito la corsa con il pilates. Su Instagram è @realvistodame Testate con cui collabora per reportage culturali: ilGiornale, il Foglio, Vanity Fair Italia (show e viaggi). Vogue Italia (arts), Business People, Wired.it, Jesus

1 commento

  1. Soft power e “la guerra ibrida”: sono proprio questi i termini da utilizzare in questo caso. E non vale la pena parlare di democrazia o di libertà in contrapposizione alla presunta censura. Florensky e gli artisti dissidenti annunciati posfactum dopo la clamorosa notizia del 4 marzo, sembrano solo una “soft copertura” o se volete una “copertura ibrida”.

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