In una Biennale Arte dove la politica entra sempre più a gamba tesa, specie per la diatriba (ancora in corso) tra il presidente Pietrangelo Buttafioco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli circa l’opportunità di riaprire il Padiglione Russia, anche il Sudafrica regala – per così dire – il suo contributo. Letteralmente censurando l’artista, Gabrielle Goliath, dal governo stesso nominata per il padiglione nazionale. Con un’azione senza precedenti, infatti, il ministro (sudafricano) della Cultura, Gayton McKenzie, a gennaio ha chiesto a Goliath – che ha da poco chiuso una sua personale al MoMa di New York ed era già stata tra le protagoniste della Biennale Arte 2024 – di modificare la sua “Elegy”, un’opera di performance art da lei concepita perché ritenuta «fortemente divisiva e polarizzante». Alla risposta negativa dell’artista di intervenire sul suo lavoro, il governo sudafricano ha messo il veto: non si farà nulla, il Padiglione Sudafrica quest’anno sarà serrato. Ma ora c’è un colpo di scena interessante: l’ “elegia sudafricana” di Gabrielel Goliath si farà.
Dal 5 maggio al 31 luglio sarà ospitata niente meno che in una chiesa, quella di Sant’Antonin, non troppo distante dall’Arsenale dove il Sudafrica ha il suo padiglione ufficiale. “Elegy” è composta da una serie di video dove interpreti femminili di formazione operistica emergono da uno sfondo nero e tengono una singola nota alta il più a lungo possibile, prima di ritirarsi ed essere sostituite da un’altra cantante. La versione della performance-elegia funebre concepita per Venezia commemora due donne Nama spostate e uccise dalle forze coloniali tedesche all’inizio del XX secolo, oltre alla poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa a 32 anni in un attacco aereo israeliano a Khan Younis, Gaza, nell’ottobre 2023.
Artuu si è messo in contatto con l’artista, per ricostruire meglio tutta questa vicenda e anche per raccontare la sua prossima mostra che, prima della Biennale di Venezia, Goliath aprirà nel nostro Paese: Bearing dal 16 aprile sarà negli spazi di via Stradella, a Milano, della Galleria Raffella Cortese. «È qualcosa di cui io e Raffella (Cortese, ndr,) discutiamo da tempo: la mia prima personale con lavori su carta e dipinti. Sarà una mostra intima sull’erotismo nero, brown, femme e queer, che si estenderà attraverso i tre spazi della galleria», ci dice l’artista.

Gabrielle Goliath, cosa significa per lei il termine “bearing”, che in italiano traduciamo con portare, ma anche supportare?
“Bearing” è una parola che tocca più registri. In queste opere, rifletto sui molti modi in cui i corpi neri, brown, indigeni, femme e queer portano su di sé, danno alla luce e servono un mondo dal quale restano esclusi. Cosa significa sostenere il mondo in questo modo, e portare nel proprio corpo un codice razziale-sessuale radicato di mancanza e vulnerabilità alla violenza? Eppure, in tutto questo, traccio anche il desiderio e una possibilità fuggitiva, nel modo in cui tali corpi – i nostri corpi – hanno un “bearing” (un portamento/un’influenza). Come ci teniamo insieme, come ci “portiamo” magnificamente….
A proposito di vulnerabilità: come interpreta la decisione del governo sudafricano di definire il suo lavoro «fortemente divisivo»?
Considero tale inquadramento di Elegy profondamente irresponsabile. Riflette, sotto molti aspetti, quel tipo di marginalizzazione verso il mondo nero, brown, femme e queer che cerco di affrontare nella mia pratica. È inoltre una posizione del tutto disinformata, dato che il ministro McKenzie non ha mai fatto esperienza dell’opera in questione.
Il suo governo ha accusato Israele di genocidio davanti all’ONU: dato questo precedente, come spiega la loro posizione contraria al suo lavoro proprio perché include la commemorazione di una poetessa palestinese?
La cancellazione del Padiglione è stridente e rappresenta una profonda delusione per molti, proprio a causa della posizione di principio che il Sudafrica ha assunto sulla Palestina e sul genocidio a Gaza, una posizione che affonda le radici nelle solidarietà condivise della lotta contro l’apartheid. L’intervento di McKenzie, e il fatto che sia rimasto incontestato dal Presidente Ramaphosa, ha fatto emergere linee di frattura e giochi di potere all’interno del governo che minano quel senso di solidarietà con la Palestina che molti di noi avevano dato – e persino celebrato – come un dato di fatto.

Bearing (Homage III)
Courtesy of the Artist and Raffaella Cortese, Milano–Albisola.
Cosa c’è di esattamente “divisivo” nel suo progetto, dal suo punto di vista?
Elegy è un’opera femminista nera e decoloniale di riconoscimento e riparazione. Come lavoro collettivo di commemorazione, chiede al pubblico di partecipare a un rituale di lutto, ricordando le vite di donne e persone LGBTQIA+ uccise in Sudafrica, Namibia e, in questa iterazione dell’opera a Venezia, anche a Gaza. La vera domanda è: perché piangere queste perdite è considerato divisivo? E nello specifico, perché lo è nel caso di Heba Abunada? Ciò che è veramente divisivo sono quelle formazioni di potere sovrano che cercano di governare quali vite contano: chi possiamo o non possiamo piangere.
Secondo lei, il mondo dell’arte ha paura di prendere posizione sulla guerra in Medio Oriente?
Il cosiddetto “mondo dell’arte” non è omogeneo, ma è uno spazio fatto di gerarchie, abusi e contestazioni. All’interno di questa economia tormentata, alcuni hanno paura di prendere posizione o di sostenere artisti e opere che sfidano il potere o denunciano il genocidio, altri – pur avendo paura – si stanno esponendo e stanno coltivando reti di cura e solidarietà. Proprio ora, oltre 182 tra artisti partecipanti, curatori e operatori artistici alla Biennale di Venezia stanno contestando l’inclusione del Padiglione israeliano a causa dei crimini di guerra genocidari di cui il Paese è stato accusato presso la Corte Internazionale di Giustizia. Quindi c’è paura e c’è coraggio, e c’è il difficile spazio intermedio. Il mondo dell’arte non è uno spazio distaccato o disincarnato: è un mondo fatto di persone, di altri, e dunque il modo in cui operiamo e ciò che scegliamo di fare o non fare ha implicazioni relazionali reali. Siamo coinvolti, intrecciati: la struttura è personale, e quindi sempre politica.

Gabrielle Goliath, Elegy – for a poet, 2026, performance, Homecoming Centre, District Six,
photo by Zunis
Come è riuscita alla fine a trovare una sede per la mostra e chi l’ha sostenuta in questo processo?
All’indomani della cancellazione, amici e conoscenti si sono fatti avanti offrendo la loro competenza e il loro aiuto. Grazie a questa comunità e a una serie di persone speciali con una profonda esperienza di lavoro a Venezia, sono riuscita a reperire uno spazio indipendente per Elegy.
Cosa ne pensa del fatto che Elegy sarà esposta in una chiesa?
Per me è significativo che questo lavoro rituale di riflessione e lutto risuoni all’interno di uno spazio sacro. Ho visionato numerosi spazi possibili in città, ma quando sono arrivata alla Chiesa di Sant’Antonin, ho riconosciuto una “casa” per Elegy. Prima di confermare la sede, ho incontrato don Caputo del Patriarcato di Venezia. Abbiamo parlato a fondo dell’opera e di cosa avrebbe significato farla risuonare all’interno della chiesa come mostra indipendente. Sono stata profondamente colpita dalla sua risposta al progetto e dal suo impegno nel rendere Sant’Antonin uno spazio di riflessione spirituale, riparazione e speranza.
Ha ricevuto espressioni di solidarietà dalla comunità artistica internazionale?
L’affermazione e il sostegno che ho percepito da amici, colleghi e colleghi artisti – qui in Sudafrica e a livello internazionale – sono stati travolgenti. Per me, tutto questo ha rappresentato un modello importante di ciò che una comunità può essere e di come ci si possa mobilitare in modo diverso. Allo stesso tempo, sono molto consapevole di quanti altri artisti siano stati messi a tacere o cancellati, spesso senza il beneficio dell’esposizione mediatica e della priorità che attira un Padiglione Nazionale cancellato. Ci stiamo scontrando con condizioni pervasive di censura e minaccia, per cui l’imperativo di costruire comunità di solidarietà e cura, sia locali che transnazionali, è urgente.

Gabrielle Goliath, Elegy – for a poet, 2026, performance, Homecoming Centre, District Six,
photo by Zunis
Si aspetta proteste durante l’inaugurazione?
La Biennale stessa è già un luogo di profonda contestazione e protesta. Come presenza indipendente spero che Elegy possa offrire uno spazio di rifugio, riparazione e ospitalità radicale. Se per protesta intendiamo il rifiuto di condizioni di indifferenza sistemica e l’immaginare il mondo in modo diverso, allora spero che questa mostra costituisca una parte significativa di quel movimento.
Qual è la sua opinione sulla “politicizzazione” della Biennale, anche in relazione alla presenza (o possibile assenza) del Padiglione Russia?
La Biennale è politica, ovviamente è legata in modo quasi senza speranza a un modello globale di Stati-nazione “grandi” e “piccoli”, “sviluppati” e “in via di sviluppo”, con tutte le esclusioni e la violenza che tale modello implica. Rivendicare una sorta di piattaforma apolitica è solo un modo pratico per moralizzare l’indifferenza (e fare art-washing). Come artista espositrice nella mostra collaterale del PinchukArtCentre – Still Joy – sono inoltre sconcertata dall’inclusione di un Padiglione russo nella Biennale di quest’anno. In quella rassegna presento a quiet rush, un’installazione video a 11 canali che include testimonianze di donne e persone LGBTQIA+ stuprate, imprigionate e torturate dai soldati russi.


