Pako Bono, il viaggio come metafora dei nostri stati d’animo. A Malpensa, tra viaggiatori veri, dipinti, frammentati

Cosa proviamo quando siamo in viaggio? Quando varchiamo la soglia di un aeroporto – magari proprio quella, elegante e impersonale, dell’area Extra-Schengen di Malpensa – che volto abbiamo, che emozioni esprimiamo? Come ci vedono gli altri viaggiatori, che forse, passandoci accanto, a loro volta diretti verso qualche loro meta, sorpassandoci con aria indaffarata e forse sfiorandoci appena, si soffermano per un momento a guardare, senza magari neppure metterlo veramente a fuoco, il nostro volto? Che volto vedono, dunque, gli altri? Quello di chi parte, già proiettato verso altri lidi e verso un luogo di vacanza, o quello di chi sta tornando finalmente a casa dopo un viaggio faticoso? E che emozioni esprimiamo? Ansia, gioia, spaesamento, speranza, una sottile malinconia, una punta di eccitazione per quello che ci aspetterà nel luogo dove siamo diretti? Siamo ancora noi, con gli stessi tic, le stesse emozioni che stiamo per lasciarci alle spalle, con gli stessi pensieri che ci perseguitano o che ci accompagnano quando siamo a casa, nel nostro quartiere, a casa, tra i nostri affetti, le nostre abitudini e i nostri oggetti quotidiani, nella comfort zone dove siamo ormai abituati a vivere? O diventiamo davvero altro – creature in transito, anime mobili, identità fluttuanti?

È da queste domande che prende forma il progetto espositivo “Stati d’animo” di Pako Bono (fino al 30 settembre), inaugurato proprio a Malpensa, nell’area Extra-Schengen – nonluogo per eccellenza, snodo di storie e destini – a cura di Alberto Mattia Martini. Una mostra che ha il coraggio di interrogare l’identità nel momento in cui essa si scompone, si mette in gioco, si frammenta – come frammentati, gocciolati, sembrano i volti che popolano le tele dell’artista.

E sì, perché quei volti – viaggiatori, amici, sconosciuti, tutti egualmente umani e tutti ugualmente ritratti in un istante di sottile spaesamento esistenziale – sembrano colti nel preciso momento in cui qualcosa si muove dentro di loro. La tecnica pittorica dell’artista – fatta di macchie minuziose e controllate, come una pioggia lenta e sapiente di materia che dà movimento e fa vibrare di una sottile ma palpabile energia ogni ritratto – sembra voler cogliere non l’immagine, ma il suo dinamismo segreto, il suo palpito vitale, il suo movimento interiore. Non il volto esterno, dunque, ma il suo vibrare interiormente. Come se ogni dipinto non fosse una rappresentazione, ma una memoria visiva – sfocata, eppure incancellabile.

Il punto di partenza è una citazione, seppure indiretta, di un grande capolavoro della storia del Novecento: il trittico de Gli stati d’animo di Umberto Boccioni, capolavoro del futurismo italiano, dove il pittore indagava le emozioni dei viaggiatori in una stazione ferroviaria, in un trittico dove gli stati d’animo erano rigorosamente divisi in tre diverse fasi: Gli addii, attraverso il movimento delle persone ritratte un momento prima della partenza del treno, Quelli che vanno, e infine Quelli che restano, dove l’attenzione era concentrata appunto su chi, dalla banchina, aveva solo salutato amici, amanti o parenti in partenza, per poi tornare a casa. Bono, invece – calabrese di nascita, cresciuto tra Roma, Milano e Novara – riparte da Boccioni per trasferire l’indagine in uno spazio che il sociologo MAr Augé aveva definito come la quintessenza dei moderni “nonluoghi”, ovvero l’aeroporto, spazio nel quale “le relazioni sociali sono ridotte al minimo e l’individuo si trova in uno stato di anonimato e provvisorietà”. Dove, dunque, non è più la velocità fisica , mito futurista, a dominare, ma la l’instabilità psicologica come condizione esistenziale. Dove, ogni giorno, milioni di persone diventano ombre, sagome, numeri, fantasmi.

L’opera di Bono sembra così ridare carne e sangue e materia a questa umanità apparentemente fluida, liquida, dispersa e solitaria, la sua pittura frammentaria torna ricomporre le parti separate e le emozioni sotterranee celate sotto i volti dei passeggeri, trasformando l’aeroporto in una sorta di teatro di mille stati d’animo diversi, come una gigantesca tela in grado di accogliere la precarietà dell’essere umano, la sua pluralità, le sue identità sovrapposte, dissonanti, meravigliosamente incoerenti.

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