Il cuore antico di Palermo pulsa di modernità, anzi della contemporaneità giovane dell’arte concettuale. Ma il barocco, a Palermo, è ancora contemporaneo, per fortuna, esso si manifesta nel vigore accogliente delle strade e dei palazzi spagnoli tra il Cassero e la Marina, tra le direttrici opposte di via Maqueda e di via Roma. E al centro ortogonale dell’impianto urbanistico seicentesco e settecentesco – ancora pulsante di vita secolare – i Quattro Canti, spettacolare quinta scenografica della città, sopravvivono in una possente fatiscenza i palazzi Costantino e Di Napoli, dalle imponenti facciate arcuate e decorate: arte antica vivente, che ospita arte contemporanea, appunto, concettuale, giovane, con la prima personale di Paride Ferrante.

Il giovane artista ha disseminato tra le suggestive rovine macilente degli interni, che il tempo sostiene con ostinata cura, installazioni, sculture e interventi site-specific, in affascinante dialogo con l’architettura e la luce barocca che ancora segna il passare delle ore nell’eterno presente abitato dalle arti.
Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona, attuale proprietario dell’edificio, è solito perpetuare l’accoglienza palermitana proverbiale, ogni anno per Santa Rosalia, con ospitate d’artista perduranti tutta l’estate, e concerti da camera in occasione del passaggio serale della Santuzza, intorno alla metà di luglio. Dopo aver accolto nei suoi palazzi siciliani le esposizioni di Per Barclay, Massimo Bartolini e Jenny Seville, il mecenate romano, con interessenze familiari tra la Calabria e la Sicilia, oltre che nella Capitale, ha invitato quest’anno Paride Ferrante per una personale personalmente gestita dall’ospite, nel quadro di un programma mirato di curatele firmate Roberto Bilotti. Solo nei primi giorni di mostra, che proseguirà fino a settembre – e forse con un seguito in pieno settembre, quando si terrà la replica della processione patronale, in preparazione con il museo Riso – palazzo Costantino ha registrato circa duemila ingressi gratuiti (visitabile su appuntamento chiamando o mandando un wa al numero: +393295365029), nello spirito, appunto mecenatesco, delle iniziative bilottiane.
Paride Ferrante è nato a Cagliari nel 1990, vive a Milano, ha ingaggiato il suo impegno nell’arte visiva, nutrita di sostanziosi studi umanistici, dopo una inaudita formazione originaria in ingegneria aerospaziale. Il mix poliedrico di informazioni culturali e scientifiche si percepisce proprio sotto la luce della varietà interdisciplinare in questo debutto personale a Palermo, nato da un periodo di residenza e riflessione immersiva nel capoluogo siciliano, e soprattutto nel contatto quotidiano con l’attualità corrente – dal secolo XVIII – dei Palazzi Costantino e Di Napoli, dove l’apparente fragilità di vestigia cadenti conserva per paradosso una forza generativa intatta.

“Sento la forza della fragilità”, sostiene infatti Paride, “la potenza delle cose che, vulnerabili, non hanno difese. Un uovo, un ago, un filo. Una riflessione su come vivere la propria individualità”.
Paride Ferrante lavora con i materiali ormai tipici, quasi ormai archetipici, della comunicazione concettuale dell’arte: scarti, residui, e quasi oramai senza operare una scelta, ma accogliendo ogni traccia del presente, “abbandoni che diventano soglia”, spiega, specificando: “Quando non si sceglie, in genere, ci si allontana da sé, si esce dalla propria personalità, dal già previsto, dal conosciuto. E proprio lì, fuori dal disegno della volontà, nasce qualcosa che sorprende anche chi l’ha fatta”.

Paride si esprime servendosi di un linguaggio minimale e poetico, teso e calmo, in cui il peso e la leggerezza si fondono con spontaneità, lavorando per sottrazione piuttosto che per aggregazione. Uova, aghi, specchi, ogni singolo elemento basico e funzionale in sé stesso, diviene, per accostamento, comunità cangiante di differenze. Poi appaiono, come fantasmi del tempo, illuminati da luci naturali che sembrano complici di un progetto visivo consapevole, cinque sculture in gesso, che l’artista definisce “forze bianche, poste come interrogazioni nel corpo ferito della Storia, a incarnare la tensione tra singolare e universale”.
Nell’unità il duale, nell’universale il particolare. Nel rumore il richiamo del silenzio, nello spazio il suo vuoto immanente.

Scrive Nicola Davide Angerame, curatore dei testi critici: “L’arte di Paride Ferrante si muove con grazia dentro le contraddizioni del presente. Restituisce forme essenziali che sanno parlare al tempo e allo spazio interiori. Nel corpo vivo e vulnerabile di Palazzo Costantino, dentro la memoria della bellezza in rovina, bisbiglia la voce di una sensibilità, quella di Paride, che riconosce nella fragilità una forza generativa”.





