Palio di Siena, ecco il drappellone di De Grandi: “Una Madonna attuale, ma rispettosa della tradizione. E una cavalcata dionisiaca…”

Non è un drappellone blasfemo, sacrilego, né tampoco “provocatorio”, come aveva anticipato ad Artuu Francesco De Grandi, autore del cencio del Palio dell’Assunta a Siena, il prossimo 16 di agosto, svelato ieri alle contrade, ma quasi una citazione iconica contemporanea di ritrovata tradizione.

L’artista palermitano, chiamato quest’anno a comporre la rinnovata effigie della Madonna dell’Assunta che campeggerà sul trofeo della contrada vincitrice del Palio agostano 2025, è portatore inesausto di un Credo pittorico indefessamente devoto alla rappresentazione del Sacro in chiave moderna, post-moderna e ultramoderna, ma sarebbe anche il caso di riferire, al giorno d’oggi, transmoderna.

E infatti il palio agostano firmato De Grandi svela una sorta di pala d’altare magnificata dal segno pittorico d’oggigiorno e allo stesso modo sprofondata nella maniera tardo umanistica dei maestri centroitaliani delle origini dell’arte moderna e contemporanea. Una Madonna scarmigliata e languida, in quell’odore di estasi che è preceduto dagli accenni verecondi della passione fisica di una madre, modernissima nelle espressioni, nelle fisionomie, nelle articolazioni e nel gesto, soprattutto, velatamente ispirato alle posture, quasi, di una mannequin da sfilata di moda, mentre si aggiusta – o si libera – della mantella di adamantino turchese, drappeggiata con movenze che sembrano composte dalla brezza vespertina dei colli toscani. Una scena che esprime l’armonia di una rivelazione totale, in cui il Bene assoluto contiene il tormento assoluto tuttavia dominato dalla fede.

Al di sotto la cavalcata furiosa, dionisiaca, demoniaca pure, se si considerano le figure trasfigurate come in una rappresentazione dantesca, dei cavalieri. Che sono quattro, per altro, come i fantini dell’apocalisse, anche se del quarto si intravede solo il frammento del posteriore caudato. A terminare in cornice, con la grazia piacevole e delicata, acquietante, dei modi tradizionali, la precisa e iconica riproduzione, con tecnica passatista voluta e cercata, degli stemmi di contrada.

Il tutto dona ai senesi, e soprattutto alla fazione aggiudicataria dell’Assunta di quest’anno, un ricordo rispettoso dei ricordi secolari, che è anche però una testimonianza di rara virtù rappresentativa, in un artista contemporaneo che vive nutrendosi di exempla vivi della maestria pittorica italiana, restituendo opera viva di maestria del presente.

De Grandi, in effetti, è pictor optimus della più recente – ormai decennale – scuola palermitana distinta dagli anni Novanta del millennio scorso da esponenti di vaglia di una forma espressiva lirico realistica di preziosa fattura tecnica, sentimentale e intellettuale: oltre a lui medesimo, il mai dimenticato Andrea di Marco e gli altrettanto pregevoli Fulvio di Piazza e Alessandro Bazan. Non è da escludere, anche se lui fa di tutto, da anni, per escludersi, il preziosissimo Manfredi Beninati.

La soluzione per il palio degrandiano appare davvero l’esito di un connubio naturale e spirituale: all’artista il soggetto attaglia come una specie di talismano personale, una propria cifra stilistica ed espressiva assolutamente percepita e perseguita. Alla città di Siena non poteva capitare maggiore congruità di amoroso senso con un artista in grado di rappresentare, con studiosissimo stile e con affinità precisa di intenti, la complessa, radicale e radicata verità del Palio di Siena.

Francesco De Grandi si è imposto e distinto per una impostazione rigorosa della pittura che si aggancia devotamente alla propria storia, ai propri archetipi, in un continuum meditativo tra studio della natura e sentimento del sacro, fedele alla tradizione visiva del Sacro, fino a definire la propria pittura come una preghiera in sé. Occorre qui solo riportare la memoria a opere di sublime impatto visivo ed emotivo, quali il Giovanni Battista tra le piante sacre, ieratico e panico, la Croce di Urbino, apocalittico, sconcertante, esiziale profezia terminale, le Tre Marie, languidamente soffuso di casto, pietoso erotismo, o la crepitante, affollata e stordente Entrata di Cristo a Palermo.

Francesco De Grandi, Giovanni Battista tra le piante sacre, 2017-18, olio su tela, cm 120×150

Nelle parole dell’artista, rispetto all’impegno per Siena: “il cencio ha una struttura classica, rispettoso della forma e dei linguaggi tradizionali, anche nei colori, con una esecuzione molto aderente ai valori della tradizione”. Più nel dettaglio, sebbene limitato dalla discrezione del silenzio che precede l’avvento, aggiunge De Grandi: “ho dato molto valore all’elemento qualificante il drappo, che è il valore del premio per il vincitore di una gara”. Una gara che conserva in tutto e per tutto la densità storica e antropologica delle grandi sfide umane, coltivate miticamente da qualunque comunità umana, e perpetuate a Siena come una consacrazione pagana e divina in un tutt’uno.

Non è per caso, di conseguenza, spiega ancora l’autore del Cencio 2025, che: “il mio lavoro non parte da una presa di posizione critica sul simbolo rappresentato, ma tende a essere pura celebrazione della tradizione, che io rispetto totalmente, per me l’archetipo religioso della Madonna è un soggetto ispiratore molto forte”. “Questa mia Madonna – rivela l’autore – è una Madonna attuale, se ne coglie la contemporaneità da piccoli e quasi impercettibili tratti di figurazione del dettaglio, ma essi ci sono, e la rendono una donna e Madonna tipica di questo tempo, del tempo attuale. Questa Madonna rappresenta anche un punto di vista del 2025 e c’è una relazione con lo spirito del tempo”.

Una relazione che passa pure dall’esame particolareggiato e sofferto di un contrasto: “il contrasto tra misticismo cristiano – il mistero dell’ascensione – e il dionisiaco pagano dell’efferatezza spietata di una corsa equestre ai limiti dello stremo, per animali e fantini”. Una valenza duale, insomma, raffigurata, nelle definizioni dell’artista, come “la rappresentazione della Madonna che assurge all’alto dei cieli decollando dalla carne e dalla terra”.

È da immaginare, insomma, ora che l’opera è compiuta e rivelata, una scena che incarna, nella potenza stilistica di cui è dotato l’artista, il massimo della trascendenza sprigionato dal massimo dell’immanenza.

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