Ho conosciuto il lavoro di Luca Pancrazzi alla fine degli anni Novanta. A quel tempo stavo organizzando la mia prima mostra collettiva, “Cronache Vere”, incentrata sul rapporto dell’arte contemporanea con la cronaca e, in particolare, su quel nuovo feticismo dell’orrore, del macabro, del “criminale” come categoria estetico-spettacolare più che etico-morale: un immaginario che, di lì a poco, si sarebbe riversato come un fiume in piena sull’intera società, con il suo seguito di trasmissioni voyeuristiche mandate in onda a ogni ora del giorno e della notte, foto amatoriali e sgranate, impronte, Dna, testimonianze ricostruite, modellini di luoghi del delitto venduti come oggetti di malsana attrazione, e, più avanti, social, radio, internet e Tv trasformati in tribunali popolari in attività permanente. Pancrazzi mi propose (e io accettai con entusiasmo) di esporre una serie di lavori che aveva realizzato pochi anni prima. Si trattava di fogli sui quali l’artista aveva vergato, con un tono chiarissimo e un segno quasi impalpabile, i ritratti di assassini, serial killer, criminali, gangster, mafiosi: una sorta di riproposizione lunare e fantasmagorica dei ritratti ottocenteschi conservati nei musei criminologici, e delle tavole di antropologia criminale di lombrosiana memoria, riportate però a un grado zero dell’immagine, a una soglia di evanescenza in cui la forma sembra dissolversi nel momento stesso in cui si manifesta. Il gioco di parole contenuto nel titolo della serie, Una certa luce sinistra, alludeva sia al tono “sinistro” – ambiguo, inquietante, infausto – della personalità dei soggetti rappresentati, sia alla luce come elemento primario, quasi genetico, della costruzione visiva.

Dentro quei fogli c’era già molto di ciò che oggi riconosciamo come la matrice profonda del lavoro di Pancrazzi: l’uso dell’immagine non come documento ma come campo di interrogazione percettiva; l’interesse per ciò che si consuma, che sbiadisce, che si sposta di registro; la consapevolezza che un’immagine, per funzionare davvero, deve essere messa in una condizione di instabilità: luminosa, mentale, emotiva. Già allora, l’oggetto apparente erano i volti dei criminali; l’oggetto vero era il modo in cui la luce “li tirava fuori” e, nello stesso gesto, li rimandava in una zona di incertezza. Oggi, a distanza di trent’anni da quei suoi primi lavori, ritroviamo Luca Pacrazzi alle prese con un altro soggetto, non meno ambiguo e, se vogliamo, non meno eloquente di quanto questa nostra contemporaneità sia composta di incertezze, di illusioni, di scarti percettivi: quello del paesaggio, dello iato indissolubile tra paesaggio umano e naturale, tra natura e costruzione umana, tra la stessa possibilità di “capire” la natura in sé di fronte a un paesaggio ormai indissolubilmente plasmato e costruito dall’uomo, e fatamente progettato solo e unicamente a misura d’uomo.
La mostra che lo vede oggi protagonista, “Urbs ex arboribus” (“Città dagli alberi”), articolata nelle tre sedi di Milano, Verona e Torino della Galleria Marco Rossi arte contemporanea, è dedicata proprio a questo crinale instabile, a partire dai grandi quadri monocromi – quei “bianchi” dipinti su tela grezza, scolpiti quasi interamente dalla luce, in cui la crescita organica si misura con la soglia tra astrazione e figurazione – fino alle carte, veloci, eteree, evanescenti, attraversate da segni accolti come parti residuali dello stesso processo di elaborazione, e ai piccoli formati più intimi e sperimentali, che, ciascuno a suo modo, esplorano la soglia mobile tra natura e città, come un’unica indagine sul paesaggio, inteso come soglia, come luogo incerto, in continua rimodulazione e riorganizzazione, nel quale naturale e artificiale si dissimulano, si articolano e si avvicendano in un rapporto fatalmente impari.
Le opere, infatti, non affrontano il paesaggio urbano partendo dal suo “centro” o dalla sua iconografia riconoscibile: Pancrazzi lo prende di lato, fuori fuoco, come quando si guarda qualcosa con la coda dell’occhio e ciò che appare periferico diventa improvvisamente essenziale. Il paesaggio, per lui, nasce infatti sempre da un dettaglio che sembrerebbe insignificante (un intrico di rami, di foglie, una vibrazione della luce), ma che invece è capace di illuminare, per contrasto, il resto della visione. Sono, come dice l’artista, “immagini che vivono di luce”, quella luce che “filtra tra le fronde degli alberi”, una luce che “non è solo abbagliante, ma ti incanta, come se fosse la danza di una ballerina che gioca a nascondersi e che procura smarrimento”. È una luce che non definisce, ma sposta il baricentro dell’oggetto rappresentato: una luce laterale, deviata, che disorienta e per l’appunto smarrisce, disorienta (“Spesso”, ha raccontato ancora l’artista, “mi sento come stessi dipingendo mentre faccio una passeggiata nel vuoto del cosmo, galleggiando nel buio abbagliante dei raggi del sole che non accende il nero del cielo ma illumina solo la mia astronave”). In questo modo il dettaglio marginale, insignificante solo in apparenza, non ordina, non rappresenta e non descrive: incrina la visione, la costringe a emergere da un fuori campo che precede la scena, la illumina senza mai rappresentarla.

Questa attitudine, del resto, nasce da lontano. Pancrazzi lo ha raccontato con grande chiarezza quando ripercorreva gli anni di formazione a Firenze: il liceo artistico, poi l’Accademia, abbandonata al terzo anno perché, dice, “mi sono trovato in disaccordo con un tipo di insegnamento che consisteva nel lasciare gli studenti dipingere la modella come nei vecchi atelier. Io avevo già studiato quattro anni al liceo artistico la figura umana, mi aspettavo qualcosa di più”. Il “qualcosa di più” lo trova fuori: a Roma, nello studio di Alighiero Boetti, a cui per diversi anni fa da assistente, e a New York, con Sol Lewitt. Negli anni successivi costruisce un rapporto sempre più consapevole con l’immagine, intesa già non come oggetto da riprodurre, ma come campo di possibilità percettive. Lo si vede bene quando parla del suo archivio visivo, che alimenta da decenni raccogliendo, archiviando, scattando foto, come dirà lui stesso, “in modo compulsivo”, mentre viaggia, si sposta, attraversa l’Italia: “sfruttando la mia attitudine di guidatore”, racconterà, “mi piaceva perdermi per strade di campagna e soprattutto nelle città che non conoscevo. Se non ti perdi, non puoi ritrovarti ed è salutare ogni tanto lasciarsi andare e perdersi”. Le fotografie, le immagini d’archivio, i frammenti con cui invade il suo studio diventano materiale grezzo da sottoporre a continue trasformazioni, sovrapposizioni, scarti, fino a ottenere un residuo visivo che è spesso l’innesco di una nuova opera. Ed è proprio da questa pratica decennale che nasce la sua idea di paesaggio. Che non è mai veduta, compiacimento, ricerca della “bella inquadratura” né dell’effetto pittorico, ma un organismo mutevole, un territorio percepito attraverso dettagli minimi, frammenti raccolti nei luoghi attraversati ogni giorno, piccoli frammenti di boschi urbani che attirano lo sguardo proprio perché stanno ai margini non solo del “fulcro” della città (nonostante tanto ambientalismo di maniera), ma anche del nostro sguardo, concentrato quasi sempre sulla natura produttiva del vivere.

“In questa mostra ho dipinto dei quadri che rappresentano la natura”, racconta, “ma una natura che vive nelle città”, fatta di “piccole boscaglie, cespugli, alberi”, colti nei punti in cui la vegetazione entra in dialogo, o in frizione, con il tessuto urbano. Il paesaggio urbano si costruisce così, a partire da minimi dettagli che spesso sfuggono allo sguardo veloce di chi attraversa la città con uno scopo preciso, frettolosamente, per andare al lavoro, o a scuola, o a far la spesa: la luce che si frange sulle ramificazioni più sottili di un albero sulla quinta del cielo (tra le quali compare anche, inaspettatamente, la silhouette leggera di un aereo di passaggio), un reticolo di vene bianche che attraversa la superficie della carta o della tela come una mappa incongruente, strani sgocciolamenti che scendono dal cielo come residui di una lenta erosione della stessa immagine, o la presenza inattesa di un volatile, incongruamente appoggiato sulla punta di un lampione. Tutto sembra procedere per frammenti, per apparizioni, piccole epifanie urbane che non cercano una loro spiegazione, immagini residuali e laterali, quasi fossero i residui di un nostro guardare vago e distratto, flebile omaggio a una sorta di deriva urbana, un vagare senza mèta di situazionistica memoria, dove sono l’affioramento minimo di un tono appena variato e la variazione cromatica che nasce dallo scarto a guidare il ritmo stesso dell’immagine sulla nostra retina. Siamo immersi in una zona intermedia, in cui la città è quasi del tutto espulsa dall’inquadratura e tuttavia non possiamo non continuare a percepirla ovunque intorno a noi: nel modo in cui le fronde sono tagliate, nella densità dell’aria, nella direzione della luce.

Per Pancrazzi, insomma, il paesaggio sembra essere un luogo di relazione mentale, mnemonica, affettiva, più che di riflessione o di contemplazione: un punto in cui il visibile non smette di interrogare chi lo osserva. “Mi piace pensare che la natura osservi il resto della città, osserva gli uomini, osserva ciò che sono gli invasori di un contesto naturale”, racconta, immaginando anche di “poter intervistare un albero o un cespuglio e sapere che ne pensa di tutto quello che intorno gli viene fatto”. “Noi pretendiamo di essere gli osservatori del mondo”, continua, “e mentre osserviamo il mondo non ci rendiamo conto che proiettiamo esternamente tutto quello che è la nostra interiorità. In qualche modo, questa osservazione torna indietro attraverso una sorta di immaginazione doppia per cui un paesaggio ci osserva nello stesso modo in cui noi osserviamo lui”. La natura diventa così una lente, un filtro ottico che rende visibile ciò che solitamente scivola via: la tensione tra crescita organica e costruzione umana, la vita che insiste anche negli interstizi più reconditi o in quelli più esposti, più evidenti, ma che proprio per questo tendono a sfuggire al nostro sguardo. E se allora anche noi, oggi o domani, girando per la città, ricominciassimo davvero a guardare in alto, al cielo, alle nuvole, alle fronde degli alberi che lentamente, con passo cadenzato e armonico, spinti sotto il ritmo dolce di un’improvvisa folata di vento, accompagnano quotidianamente i nostri passi indifferenti e frettolosi?




