Pantone Color of the Year 2026: è polemica sul Cloud Dancer

Ci stanno rubando i colori: questa è una delle frasi di una polemica costruita passo dopo passo mettendo insieme – male – sottintesi indizi, e che in questi giorni sta animando i social e gli ambiti più disparati, dal design all’arte, dalla moda alla comunicazione. Siamo passati dalle tavolozze super colorate degli anni ’60-’70-’80 a contenuti più sobri, in una parabola discendente (o ascendente, a seconda delle preferenze) verso il cauto minimalismo a cui siamo approdati da qualche anno.

La differenza coi decenni precedenti, tra l’altro, è da osservare anche nelle forme, nei pattern. Bombature, coesistenze di geometrie, elementi fluo e illusioni ottiche: la creatività gridava la sua inspirazione, in uno sfoggio di crescita, benessere, vitalità, a nostro agio in un riflesso che proveniva da privazioni, stenti e bui ricordi di guerre. Ma cosa ha innescato lo spunto per tale discussione?

Lo scorso 4 dicembre, Pantone ha annunciato il suo Color of the Year 2026: il Cloud Dancer non è semplicemente una sfumatura di bianco. “Un sussurro di tranquillità e pace in un mondo rumoroso”, una pagina bianca che ti fa sentire felice per l’arrivo di qualcosa di nuovo. In un tempo frenetico nel quale “stiamo reimmaginando il nostro futuro e il nostro posto nel mondo, PANTONE 11-4201 Cloud Dancer è una tenue sfumatura di bianco che promette chiarezza”, spiega Leatrice Eiseman, Direttrice del Pantone Color Institute.

Give yourself the space to create”, il sussurro dei creativi di tutto il mondo che con Pantone hanno dialogato per la scelta delle palette cromatiche dell’imminente 2026. Vale la pena citare la Powdered Pastels, per tonalità sfumate, piacevoli e discrete; oppure la Light and Shadows, con contrasti accentuati; e ancora la Comfort Zone, con accostamenti naturali e organici. Non è bastata nemmeno la presenza della palette Take a break, con tonalità calde e accese ispirate a drinks e desserts, a tenere a bada le polemiche. Eppure, preludi e spoiler sulla direzione che i Color of The Year stessero prendendo ce ne erano eccome: l’anno scorso parlavamo del Mocha Mousse, di quella coccola al cioccolato e caffè e di come fosse a sua volta estensione del mood e delle vibes dell’amato Peach Fuzz (2024), un vellutato, caldo ed empatico abbraccio, riparo nel tumulto della contemporaneità.

Più che esplicite, quindi, le argomentazioni dell’azienda statunitense, che basa la sua scelta sull’analisi del contesto culturale di riferimento. Ma nel marasma generale ha trovato terreno fertile anche la paura del suprematismo, in un clima politico incerto e poco sereno. Se per alcuni la neutralità del bianco suggerisce tone-deaf, e cioè insensibilità rispetto alle problematiche sociali in atto, per altri dietro la sfumatura off-white si nasconde la simbologia di una mancata inclusività, in un momento storico in cui le strategie anti-immigrazione restano argomenti caldi. “Pantonedeaf”, “Make America white again”, “From brown to white, who’s running the Pantone Team, Trump?”, sono solo alcuni dei tantissimi commenti di disapprovazione sul canale Instagram di Pantone. Ma è proprio scomodando il simbolismo che sovviene il rimando più immediato che il bianco possa innescare: e se il Cloud Dancer semplicemente auspicasse alla pace? Dalla fretta, dal caos, dai conflitti.

Come sempre Pantone ci ha regalato un pretesto: una riflessione artistica da porre a servizio del nostro modus vivendi. Una rigenerazione che arriva quando finalmente riposi. L’equilibrio che trovi quando segui il respiro lento, quello che la società frenetica non concede. La blank page su cui poter riscrivere la storia della creatività e del genere umano, un nuovo inizio dettato da passi danzanti su nuvole eteree.

Il Color of The Year è un rituale culturale, che va ben oltre la mera scelta di un elemento decorativo. Il cromatismo è da sempre una strategia di comunicazione, e ognuno di noi ha una propria palette di preferenza: ma se all’io corrisponde una moltitudine, di quest’ultima Pantone si fa portavoce, con onori ed oneri. E il trend collettivo racconta di eccessivo rumore, sovrastimolazione, overwhelming, sovraccarico visivo. Non ci stanno rubando i colori: Pantone ci ha lanciato uno strumento di resilienza visiva.

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