Con Gravity Garden, Pao apre un nuovo capitolo della propria ricerca, costruendo un universo visivo in cui pittura, scultura e intervento plastico convergono in un sistema dinamico e immersivo. La mostra, realizzata in collaborazione con SpazioBart e ArteA Gallery, si configura come un microcosmo attraversato da tensioni opposte: leggerezza e gravità, superficie e profondità, riconoscibilità pop e slittamento percettivo.
Artista attivo sin dai primi anni Duemila sulla scena della street art milanese, PAO ha progressivamente ampliato il proprio linguaggio, portando la pittura oltre il piano e trasformandola in esperienza spaziale. Qui questa traiettoria si consolida in una riflessione più consapevole sul rapporto tra immagine, ambiente e spettatore: un “giardino” che non è soltanto naturale, ma mentale, dove forme e significati si attraggono, si deformano e si ridefiniscono continuamente.
In questa intervista, l’artista riflette sull’origine della mostra, sull’evoluzione del proprio linguaggio e sul passaggio, tutt’altro che lineare, dallo spazio pubblico alla dimensione espositiva.
In Gravity Garden parli di un universo attratto da un “centro invisibile”: come nasce questa idea di gravità simbolica e in che modo si traduce formalmente nelle opere, tra pittura, scultura e oggetti trasformati?
Questa mostra nasce da due elementi. Da una parte, l’incontro con i galleristi e la volontà di costruire insieme un progetto; dall’altra, una serie di riflessioni maturate nell’ultimo anno. Gravity Garden è stata l’occasione per mettere in pratica qualcosa su cui stavo lavorando da tempo: dare una forma più consapevole al mio percorso.
Finora il mio lavoro ha sempre avuto un filo conduttore, ma si è sviluppato in modo istintivo, senza una piena messa a fuoco delle sue coordinate. Questa riflessione mi ha portato a riconoscere le diverse anime che convivono nella mia pratica: l’intervento nello spazio pubblico, la trasformazione degli oggetti, il gioco sul senso.
L’elemento che più mi interessa, e che attraversa i lavori a cui sono più legato, è però l’interazione della pittura con lo spazio. Non più una pittura solo sul piano, ma una pittura che si sviluppa in relazione a superfici non necessariamente piatte. È una ricerca che porto avanti da sempre: già i primi interventi sui paracarri – i “panettoni” – funzionavano perché univano un’estetica pop immediata a una dimensione tridimensionale, capace di trasformare l’oggetto in presenza, quasi in personaggio.

La tua ricerca unisce natura, immaginario pop e illusioni percettive: che tipo di dialogo si crea tra questi elementi e quale ruolo ha lo spettatore nel decifrare o completare queste metamorfosi visive?
In questa fase ho capito che il mio lavoro si muove tra due poli principali: da una parte l’anima pop, dall’altra la ricerca spaziale e percettiva. Il mio obiettivo è farli convivere.
Il lato pop è accogliente, immediato: colori squillanti, soggetti riconoscibili, riferimenti alla cultura visiva contemporanea. È una superficie “morbida”, di primo accesso. Dall’altra parte c’è una ricerca più complessa, legata allo spazio e alla percezione, che deriva anche dalla mia esperienza nel teatro e dalla riflessione sulla scena.
Fin dai primi lavori mi interessa rompere la “quarta parete”: eliminare la separazione tra immagine e spettatore. La superficie del quadro non è più un confine, ma qualcosa che viene superato. Lo spettatore non guarda semplicemente: entra nell’opera.
Il gioco percettivo nasce proprio da qui. Mi interessa creare situazioni in cui chi osserva perde i riferimenti e viene coinvolto direttamente, quasi catapultato in un’altra dimensione, un po’ come in Alice nel Paese delle Meraviglie. Non è più uno sguardo esterno, ma un’esperienza immersiva.

Sei nato artisticamente nello spazio urbano, intervenendo su oggetti quotidiani con un linguaggio immediatamente riconoscibile: come cambia il tuo approccio quando lavori in uno spazio espositivo e in che modo la dimensione della strada continua a influenzare il tuo lavoro in galleria?
Più che di “strada”, parlerei di spazio pubblico: uno spazio vissuto, condiviso. All’inizio era anche un luogo di confronto sociale e, in parte, politico. La street art nasce infatti come un modo per rimettere in discussione lo spazio urbano, sottraendolo a una logica puramente funzionale o commerciale.
Negli anni questo approccio è cambiato: la street art è stata progressivamente assorbita e riconosciuta, diventando anche uno strumento di riqualificazione urbana. Ma resta importante l’idea di uno spazio aperto, accessibile, non esclusivamente legato al mercato.
Quando lavori in strada, però, il linguaggio deve essere necessariamente diretto: parli a tutti, in un contesto visivo caotico, pieno di stimoli. Serve un segno forte, colori saturi, una comunicazione immediata.
Entrando in galleria cambia completamente il contesto. Lo spettatore ha tempo, attenzione, disponibilità alla lettura. Questo permette di introdurre livelli di complessità che nello spazio urbano non funzionerebbero. Allo stesso tempo, però, emerge anche un problema: il linguaggio della street art, una volta isolato dal suo contesto, può perdere forza.
Per questo ho sentito la necessità di ripensarlo. Il confronto non è più con la città, ma con la storia dell’arte da Raffaello a Pablo Picasso. È un altro campo, con altre regole. In questo senso, la ricerca sulla tridimensionalità e sull’interazione tra pittura e spazio è diventata per me una direzione centrale.
Non mi considero uno scultore: continuo a pensarmi come un pittore, ma su superfici che dialogano con lo spazio. Anche qui ritorna l’influenza del teatro e della scenografia.

Nel tuo percorso l’ironia e il gioco convivono spesso con una certa instabilità percettiva e concettuale: quanto è importante per te mantenere questo equilibrio tra leggerezza e profondità, e cosa ti permette di raccontare oggi che forse la street art delle origini non ti consentiva ancora di esprimere?
Nella street art lavori in un ambiente caotico e devi comunicare con tutti, anche con chi non ha scelto di vedere il tuo lavoro. È una forma di intervento che richiede una certa “gentilezza”: un linguaggio accessibile, diretto, capace di portare qualcosa di positivo nello spazio urbano.
Questo implica una semplificazione: segni chiari, colori forti, messaggi immediati. Ma comporta anche dei limiti, perché alcune sfumature si perdono.
Lo spazio espositivo, invece, permette una lettura più lenta e stratificata. Lo spettatore si ferma, osserva, entra nei dettagli. Questo rende possibile sviluppare livelli di complessità che in strada non avrebbero senso.
Il passaggio alla galleria mi ha quindi consentito di approfondire il mio lavoro, di articolare meglio i contenuti e di confrontarmi in modo più diretto con la storia dell’arte. È un contesto diverso, che richiede strumenti diversi, ma che offre anche nuove possibilità di racconto.

Stai già lavorando a nuovi progetti?
A settembre avrò una nuova mostra a Monza, presso la Galleria Casati Arte. Inoltre, sto lavorando a un progetto a Venezia legato alla street art, che coinvolgerà diversi artisti e interesserà gli armadietti elettrici distribuiti in tutta la città. È un intervento diffuso nello spazio urbano che spero possa partire presto.



