Paola Pezzi lavora da oltre trent’anni su un’idea coerente e persistente di trasformazione. Non c’è frattura, non c’è svolta improvvisa, non c’è nemmeno l’ansia di “reinventarsi”: c’è piuttosto una crescita per addensamenti, per ritorni, per slittamenti interni alla materia. Le sue forme non si impongono, si sviluppano. Si arrotolano, si comprimono, si stratificano fino a diventare altro da ciò che erano. È un lavoro che non si sviluppa per fasi nettamente separate, ma per continuità e trasformazioni interne. La personale alla Galleria Colossi di Brescia, Flusso continuo, si inserisce dentro questa linea di ricerca senza cambiarne la direzione. Il titolo mette a fuoco qualcosa che nel suo lavoro esiste da sempre: il rifiuto della forma chiusa, l’idea che ogni opera sia una soglia e non un punto d’arrivo. Come scrive Alberto Mattia Martini, “le sculture della Pezzi non hanno una forma definitiva, sono piuttosto istantanee di una metamorfosi che potrebbe continuare all’infinito”. La forma, in Pezzi, non coincide mai con l’oggetto; è piuttosto un evento temporaneo dentro un processo che resta aperto.

Nata a Brescia nel 1963, Pezzi ha costruito un linguaggio riconoscibile senza mai irrigidirlo in formula. Già tra anni Ottanta e Novanta, quando molti coetanei oscillavano tra ritorni pittorici e citazionismi postmoderni, lei sceglieva materiali comuni, industriali o domestici – poliuretano, gomma, feltro, oggetti d’uso – trattandoli non come supporti ma come nuclei energetici, in una linea in cui si potrebbe vedere, per certi versi, una corrispondenza con il lavoro di un altro grande irregolare, difficilmente etichettabile, come Pino Pascali. Non c’è infatti, nel lavoro di Paola Pezzi, alcuna nostalgia della “materia nobile”: “Non uso il bronzo e nemmeno il marmo, non mi appartengono. Uso quello in cui inciampo felicemente e che mi consente di scivolare verso altre forme e altri spazi”, ha scritto l’artista a proposito del suo lavoro. In altre parole, la materia non serve meramente a realizzare un’idea: è il campo stesso in cui l’idea nasce, cresce e si definisce. Il punto non è il repertorio dei materiali (che nel corso degli anni si è ampliato includendo matite, pagliette abrasive, fiammiferi, filati, tessuti metallizzati), bensì ciò che accade loro. Oggetti destinati a una funzione precisa vengono sottratti alla loro utilità e costretti a una diversa logica. Le matite blu si concentrano in una sfera che è insieme esplosione e implosione; il feltro arrotolato genera dischi e vortici che sembrano sezioni di un organismo; la gomma compressa produce rilievi che ricordano strutture cellulari o formazioni geologiche. Non si tratta di assemblaggi decorativi, ma di tensioni interne rese visibili.

Il curatore, Mattia Martini, parla di “forma come evento, non come oggetto, un processo di individuazione mai concluso, che mantiene viva la possibilità di mutare”. È su questo piano che il senso profondo del suo lavoro si definisce con maggiore chiarezza: nelle opere di Pezzi la forma non è mai infatti un risultato stabilizzato, ma un punto provvisorio di equilibrio. Il cerchio, la spirale, la sfera – figure che ritornano con insistenza – non sono schemi geometrici rassicuranti; sono dispositivi di espansione. Ogni spirale implica una crescita potenzialmente infinita, ogni disco stratificato suggerisce una forza centrifuga trattenuta. In questa dinamica convivono gravità e leggerezza. “Se la materia è forza, essa diventa anche allegoria esistenziale, distinguendo tra il peso che vincola e la grazia che libera”, scrive ancora Martini. La resistenza fisica del materiale – la compattezza del feltro, la densità della gomma, la rigidità delle matite – rimane un dato concreto. La forma si definisce nel lavorare contro quella compattezza, ed è proprio nel confronto con quella resistenza che la forma si genera. Non c’è virtuosismo, non c’è compiacimento: c’è un’azione reiterata che comprime, arrotola, avvolge fino a produrre un equilibrio instabile.

Un altro aspetto decisivo del suo lavoro è la continuità tra scala domestica e dimensione cosmica. Martini parla di una “cosmogonia domestica”: oggetti ordinari che diventano “microcosmi, galassie in miniatura”. È un’immagine efficace, purché la si sottragga alla retorica. Il punto, infatti, non è evocare l’infinito in senso illustrativo, ma mostrare che l’energia formativa è la stessa, indipendentemente dalla scala. “Il gesto dell’artista porta il cosmo nelle cose più impensabili, inattese, ordinarie”, scrive ancora Martini, “rivelando che l’infinito non è lontano, ma abita il nostro quotidiano. In questa continuità di scale, l’opera di Pezzi mostra che il cosmo non è altrove, ma si riflette nelle minime vibrazioni della materia”.

Negli ultimi lavori in feltro e gomma, questa tensione si è ulteriormente concentrata. Le forme si fanno più essenziali, meno legate al riconoscibile, ma non per questo più astratte. Sono presenze compatte, capaci di occupare lo spazio come se stessero ancora crescendo. Martini osserva che “queste sono opere che crescono da sé, che respirano e si moltiplicano come cellule vitali” . L’immagine biologica non è fuori luogo: in Pezzi la scultura sembra davvero comportarsi come un organismo, sottoposto a forze interne che ne determinano la configurazione.
Ciò che emerge, nel complesso del suo lavoro, è una fedeltà a un principio semplice e tutt’altro che scontato: la forma non viene applicata alla materia dall’esterno, si sviluppa dal modo in cui la materia viene compressa, piegata, organizzata. L’opera, nel suo caso, coincide con “il viaggio della vita: un’attitudine dettata dalla necessità”. Questa necessità non ha nulla di enfatico; è piuttosto la coerenza di chi continua a interrogare la stessa domanda: come può la materia cambiare stato senza perdere la propria energia? In questo senso, Flusso continuo può ben essere letto non tanto come semplice titolo di una mostra, né come una formula vuota o uno slogan, ma come la descrizione più aderente di un metodo: in Paola Pezzi, ogni lavoro sembra infatti contenere il precedente e prefigurare il successivo; la forma non si chiude mai in se stessa, ma sposta il proprio baricentro. E, nel suo spostarsi, lascia intravedere qualcosa di elementare e insieme complesso: che anche ciò che appare minimo, ordinario, ripetitivo, può diventare un luogo di trasformazione inesauribile.


