Parla Andres Serrano. All Things Trump nel Padiglione Usa alla Biennale di Venezia? “Sarebbe un bel Fuck You alle élite culturali che credono di avere il monopolio della cultura e dell’arte”

Andres Serrano potrebbe forse essere considerato il cantore più spietato e allo stesso tempo più obiettivo di quel che oggi può definirsi l’essenza stessa dell’essere americani oggi, con il suo straordinario cumulo di contraddizioni, megalomanie malrepresse e frustrazioni diffuse, culto della personalità oltre ogni immaginazione pop-hollywoodiana e adulazione sregolata verso il Capo, ipocrisia e perbenismo diffusi e amore smisurato per la ricchezza e l’ostentazione kitsch del denaro e del potere, ipocrisia del politicamente corretto e affarismo sistemico, orgoglio da self made man e infantile desiderio di tornare a contare come contavano un tempo – di cui il movimento MAGA è l’espressione più eclatante e spettacolare –, e ancora mix di razzismo dilagante da una parte e trionfo della retorica e del politicamente corretto dall’altra, sogni di grandezza e permanenza della diseguaglianza sociale come base culturale diffusa e mai rimossa, attrazione per la violenza e per le armi da una parte, col suo carico di morti, di stragi insensate e di violenza diffusa che ha pochi paragoni nel resto del mondo, e culto spasmodico e sacrale della libertà individuale.

Serrano ha infatti rappresentato, nel corso dei suoi oltre quarant’anni di lavoro coerente e radicale come pochissimi altri artisti nel mondo hanno saputo fare, tutto questo nei suoi cicli fotografici: dalla violenza diffusa (The Morgue, 1992) all’esistenza tragica degli homeless (Nomads, 1990, e Residents of New York, 2014), alla diffusione di paccottiglia ideologica suprematista e razzista (The Klan, 1990), all’ossessione per le armi da fuoco (Objects of Desire, 1992), alla pratica ancora viva della tortura (Torture, 2015), alle mille facce e sfaccettature del sogno americano (America, 2001-2004), al razzismo diffuso e onnipresente nel “cuore nero” del web (Infamous, 2020).

Fino, naturalmente, al culto di Trump e del trumpismo, registrato in anticipo sui tempi, prima, cioè, che “The Donald” diventasse ciò che è oggi sotto gli occhi di tutti, un Presidente-autocrate che farebbe invidia a qualsiasi distopica parodia post-orwelliana, che in una manciata di anni, e in una manciata di mesi della sua seconda presidenza, ha non soltanto messo pericolosamente in crisi e fatto scricchiolare le fondamenta stesse di una delle democrazie più solide e collaudate del mondo, ma che di questa “America oggi” (quella stessa cantata e messa in scena in maniera geniale anche da Donald McKinley Glover Jr, in arte Childish Gambino, col suo spietato e magistrale video This Is America), ha anche rappresentato, e rappresenta tutt’ora, che piaccia o no, in maniera spudorata, megalomane e spesso fuori da qualsiasi senso della realtà oltre che incurante di qualsiasi diritto acquisito, articolo costituzionale, contrappeso istituzionale e regola democratica, e di qualsiasi senso del limite e persino del ridicolo, tutto il peggior repertorio che cova sotto la pelle dell’America profonda, provinciale, ignorante, oscura, povera, infelice, impotente, frustrata e in cerca di un possibile riscatto sociale e identitario, e che misteriosamente, come accade a volte nella storia, pensa di trovarlo proprio in quello che è esattamente il suo opposto – ovvero nella figura incantatrice, favolosa e miracolistica di un miliardario megalomane, millantatore, bugiardo, violento e autoritario al limite della paranoia, che in pochi mesi ha fatto carta straccia di ogni regola di convivenza democratica e sociale, imponendo la sua legge e il suo credo a suon di ricatti economici, minacce, fake news, arresti, deportazioni, detenzioni illegali, rimozione e umiliazione di chiunque non sia allineato alla sua politica e al suo credo, una tabula rasa della complessa macchina democratica e del suo articolato sistema di convivenza, di bilanciamento dei poteri, di libertà di espressione, di informazione e di formazione culturale, di rispetto della diversità, di integrazione e coesistenza delle diversità e degli opposti, di pesi e contrappesi istituzionali.

Il Presidente Trump con in mano una copia del libro di Andres Serrano “The Game: All Things Trump”. Foto by Isabelle Brourman

Oggi, con la 61ª Biennale di Venezia alle porte (maggio 2026, nel pieno del 250° dell’Independence), Serrano mette sul tavolo una proposta che torna al cuore del suo lavoro su Trump: rappresentare gli Stati Uniti con una versione monumentale e site-specific di The Game: All Things Trump, allestita come un “mausoleo” del presidente – un ritratto multimediale fatto di oggetti, immagini, slogan e reliquie che hanno nutrito il marchio Trump e il suo potere simbolico. Il progetto nasce nel 2019 (prima spesa: 1.880 dollari per una mini–fetta della torta nuziale), è cresciuto fino a superare i 200.000 dollari d’acquisti tra cappellini MAGA, ritagli di tabloid, gadget, bistecche e memorabilia, ha avuto un pop-up a New York e un percorso europeo, e l’anno scorso lo stesso Trump è stato fotografato a Mar-a-Lago con una copia del catalogo del 2020. In laguna, Serrano intende inglobare anche Insurrection (2022), il film costruito su ore di video e foto della rivolta del 6 gennaio rintracciate online, comprese quelle pubblicate sulla piattaforma di destra Parler, e trasformare l’edificio neoclassico dei Giardini in una “Casa del Presidente” (o un “mausoleo”, appunto, se non addirittura un “santuario”, come sostengono i più critici), una macchina espositiva sul culto della personalità e sullo spettacolo del potere all’americana (Insurrection era già stato al centro di una controversia quando un cinema londinese ne cancellò la proiezione perché ritenuto “troppo pro-Trump” e sensazionalistico; Serrano respinse le accuse definendole “ridicole”: “sono tanto pro-Trump quanto sono un sacerdote gesuita”, dichiarò allora).

Il quadro istituzionale è però cambiato. Il portale per le candidature del Padiglione USA si è aperto in ritardo a inizio maggio; chiusura fissata al 30 luglio e scelta annunciata fra pochi giorni, il 1° settembre: tempi compressi, che lascerebbero appena otto mesi di produzione all’artista selezionato, contro l’anno (almeno) delle edizioni precedenti. Le nuove linee guida dell’ECA chiedono progetti che enfatizzino “i valori americani” (rilanciando l’”eccezionalismo americano” come criterio guida) e che “promuovano la politica estera degli Stati Uniti”, mantenendo al contempo un “carattere non politico”; nei grant documents (i bandi ufficiali di finanziamento federale, ndr) sono stati rimossi, in linea con la politica trumpiana, i riferimenti a diversità, equità e inclusione. La giuria convocata dal National Endowment for the Arts non è stata ancora resa pubblica. Il finanziamento federale massimo è di 375.000 dollari, con l’obbligo di destinare 125.000 dollari alla Collezione Peggy Guggenheim per personale e gestione del Padiglione durante mostra e smontaggio.

Il contesto è ulteriormente agitato da candidature parallele: tra queste, la proposta—ampiamente pubblicizzata—del blogger neo-reazionario Curtis Yarvin, teorico dell’estrema destra autoritariadichiaratamente anti-democratica, che ha promesso di “trumpificare” Venezia con un progetto intitolato Salon des Deplorables. L’idea, spiegata in un video virale, è di trasformare il Padiglione USA in una sorta di contro-accademia permanente, dove rovesciare l’establishment culturale progressista e imporre un’estetica populista e apertamente reazionaria. Per illustrare la sua visione Yarvin ha evocato il Ratto d’Europa di Tiziano: un’immagine di dominio violento e appropriazione imperiale, proposta come allegoria della nuova missione culturale americana. In questa prospettiva, il Padiglione non sarebbe una mostra, ma un padiglione-manifesto, un atto politico prima che artistico, concepito per demolire le logiche di inclusione, diversità ed equità che hanno caratterizzato le ultime edizioni e per ribaltare radicalmente il ruolo degli Stati Uniti alla Biennale. Un programma che dichiara senza ambiguità la volontà di usare Venezia come palcoscenico di una “presa del potere” simbolica, in aperto contraltare alla proposta di Serrano.

Serrano, nato a New York da famiglia afro-cubana e honduregna, insiste: The Game non è celebrazione né denigrazione. È un archivio della realtà americana così come si è autorappresentata – “non vedo nessuno più adatto a rappresentare il Paese del Presidente stesso”, dirà nell’intervista esclusiva che ci ha rilasciato per l’oocasione. Il punto non è l’agiografia, ma il ritratto di un’epoca: con le sue merci, i suoi miti e i suoi fantasmi, messi in scena dentro l’architettura ufficiale dell’America.

Ed è proprio da qui che è cominciato il nostro dialogo con Andres Serrano: ecco, qui di seguito, le sue risposte alla nostra intervista.

Andres Serrano

Andres, hai lavorato a lungo sull’immagine di Trump, in particolare con la tua serie The Game: All Things Trump (2018). Oggi hai proposto di portarla alla Biennale di Venezia, nel Padiglione degli Stati Uniti, come una sorta di ritratto dell’America di oggi. Puoi raccontarci da dove è nata questa idea?

È evidente che è il Presidente a comandare: perciò non vedo figura migliore per rappresentare il Paese che il Presidente stesso.

Dopo che Trump è intervenuto in molti modi e in maniera molto ingerente sulla politica culturale americana, dalle università alla stessa biennale di Venezia, dove ha inserito tra i criteri di scelta che gli artisti mettano in mostra i valori americani e “l’eccezionalismo americano”, e che i loro lavori assumano un “carattere apolitico”, credi che la tua proposta abbia reale possibilità di essere accettata dal Dipartimento di Stato? Non credi che nonostante la sua apparente imparzialità, il lavoro abbia un sottofondo fondamentalmente molto politico, semplicemente mostrando il culto della personalità di un uomo (oggi di nuovo Presidente) affetto da incurabile megalomania?

Sono esattamente quei criteri – che chiedono agli artisti di mettere in mostra i valori americani e l’“eccezionalismo americano” – che ho deciso di proporre The Game: All Things Trump per il Padiglione USA a Venezia. La mostra è uno sguardo storico e culturale su come il marchio del nome Trump e il culto della personalità siano esplosi fino a trasformarsi in potere reale e nella presidenza.

Oggi il progetto The Game: All Things Trump contiene anche una parte riguardante il tentativo insurrezionale del 6 gennaio 2021, chiamato non a caso Insurrection. Come si potrebbero conciliare i valori americani e “l’eccezionalismo americano” con un palese tentativo di minare le basi della democrazia americana?

Non credo che l’Amministrazione veda nulla di cui pentirsi. Gli eventi del 6 gennaio sono stati salutati come un atto di patriottismo.

In una intervista dell’anno passato, mi avevi detto che “Trump sa che per lui nessuna pubblicità è una cattiva pubblicità. E utilizzando pubblicità sfavorevole ottiene più pubblicità”. Non temi che, secondo questa logica, possa strumentalizzare anche il tuo progetto e farlo passare per una esaltazione del personaggio e del politico Trump?

Sarebbe un onore se il Presidente si interessasse alla mostra. Spero un giorno di poterla presentare in un luogo dove possa vederla. Anche se il progetto è iniziato nel 2018, una nuova installazione porterebbe con sé una nuova produzione e ulteriori interpretazioni.

A Londra, sei stato addirittura criticato per il tuo film Insurrection, perché ritenuto troppo sensazionale, privo di contesto e in qualche caso giudicato persino “pro-Trump”. Dal momento che molti altri considerano il tuo lavoro tutto l’opposto, cioè uno smascheramento delle mire dittatoriali e della mania di potere di Trump, mi chiedo se la cosa ti ha infastidito o fatto sorridere. E voglio anche chiederti se pensi che questa ambiguità di fondo e possibilità di doppia o tripla interpretazione possa far parte del senso stesso del tuo lavoro, che si basa sull’osservazione della realtà senza giudizi a priori, secondo una lettura della realtà più stratificata e meno manichea?

Mi ha sconvolto quando il cinema londinese (il Prince Charles Cinema, a Leicester Square, ndr) si è rifiutato di proiettare il film dopo aver promesso che lo avrebbe fatto, perché è una reazione eccessiva e dannosa per gli affari. Né l’industria cinematografica né il pubblico traggono beneficio da divieti ingiustificati. Se doppie o triple interpretazioni (del mio lavoro, ndr) raddoppiassero o triplicassero il mio pubblico, allora sono assolutamente d’accordo con questo. Non conoscevo la parola “manicheo”. Pensavo volessi dire “machiavellico”.

Se la tua proposta dovesse venire accettata, non ti sentiresti in imbarazzo a rappresentare, in un luogo storicamente libero come la Biennale, un’amministrazione che in questo momento storico inneggia a valori xenofobi e razzisti, vieta politiche di Diversity, Equity and Inclusion, mette il bavaglio alle università e alle fondazioni culturali, deporta illegalmente immigrati e li rinchiude in carceri disumane, portando il paese verso una deriva che da sempre più parti viene apertamente definita autoritaria e fascista?

Sarei al settimo cielo se la mia proposta venisse accettata. Come artista che non sente di avere alcun debito di gratitudine verso certe élite culturali, questo sarebbe un vaffanculo a loro e a coloro che pensano di avere il monopolio della cultura e dell’arte. Spero che la Biennale si elevi al di sopra della politica e rifletta sull’inclusione di ciò che fino a questo momento è stato escluso. Il pregiudizio funziona in entrambi i sensi.

2 Commenti

  1. Ho l’impressione che a Serrano, il cui lavoro mi piace molto per quel che conosco, in questa occasione piaccia di più canzonare o avversare le politiche culturali delle élite (e ci ha pure ragione) che non l’incultura del potere presidenziale (il quale tra l’altro gode, come quasi tutte le massificate lordure da “strillo” e come segnala lo stesso articolo, dell’eguale risultato tra pubblicità negativa e positiva – mi pare si dica “doppio positivo” -) ma ho letto l’intervista in fretta (perché stavo al lavoro) e magari ho capito male; forse si parla dell’indispensabile moto circolare del poetico e dell’arte, che oggi ha la smania di non emettere giudizi (cosa peraltro impossibile e al contempo giusta, o corretta), e che appunto “non giudica” ma presenta per così dire i fatti; o magari Serrano è come Bob Dylan quando lo si intervistava in gioventù: un bastian contrario. Stanchezza per stanchezza, tendo a preferire quella suscitatami dalle élite culturali rispetto al nauseabondo rigurgito provocatomi dal Trump (e da lui come da altri, ahinoi). Comunque i miei complimenti ad Ale!

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