Paternal Leave: la geografia dell’assenza secondo Alissa Jung

Nel cuore fragile di una giovane tedesca si apre un varco, un vuoto che ha la forma di un padre mai conosciuto. E così Leo, adolescente irrequieta, sale sul primo treno per l’Italia, terra d’origine e forse anche di destino. Non è una semplice fuga, la sua: è una chiamata alla verità, un tentativo disperato di ricomporre una biografia spezzata. Ad attenderla – o meglio, a farsi trovare impreparato – c’è Paolo, un uomo che ha fatto della latitanza emotiva la sua unica cifra esistenziale.

È da questa crepa che prende corpo Paternal Leave, esordio alla regia di Alissa Jung, che sorprende per la maturità del gesto e la delicatezza dello sguardo. Un film che è insieme diario intimo e romanzo di formazione incrociato, dove non solo Leo è chiamata a crescere, ma anche Paolo – figura paterna recalcitrante, uomo dimezzato e contratto – è costretto a confrontarsi con la propria adolescenza rimasta in sospeso, annidata nel sottosuolo delle proprie paure.

Jung, che evita con grazia ogni forma di sentimentalismo, affida la propria narrazione a frammenti di vita condivisa: silenzi pieni di senso, colazioni disordinate, canzoni sussurrate, bagni improvvisati in mari che non lavano via i peccati ma li abbracciano come il sale sulla pelle. Il rapporto tra padre e figlia si snoda tra tenerezze trattenute e ferite mai suturate, in una danza goffa e sincera fatta di tentativi, di passi falsi, di piccoli gesti che hanno il sapore della redenzione. 

Luca Marinelli, nei panni di Paolo, è magistrale nel sottrarre anziché aggiungere: il suo personaggio non grida, non spiega, non si giustifica; semplicemente, esiste nella sua inadeguatezza, lasciando che siano gli sguardi, le esitazioni, le omissioni a parlare. Al suo fianco, la giovane Juli Grabenhenrich, al debutto, regge il confronto con grazia severa: Leo è rabbia e vulnerabilità, disincanto e desiderio d’amore, una presenza che scava e smuove.

Ma Paternal Leave non si limita al dramma da interni, alla claustrofobia del conflitto domestico. Jung apre finestre, lascia entrare l’aria, la luce, il paesaggio romagnolo che si fa controcampo emotivo dei personaggi. I protagonisti si perdono tra fenicotteri, maree e orizzonti larghi, come a cercare nello spazio esterno un riflesso dell’ordine interno che non sanno più riconoscere.

A margine di questa relazione centrale, il film disegna con discrezione altre traiettorie esistenziali: c’è Edoardo, giovane ferito da un padre violento, interpretato con misura da Arturo Gabbriellini, e c’è Emilia, la figlia “ufficiale” di Paolo, che rappresenta la parte di lui che ha saputo rimanere, almeno in parte, padre. Ma tutto converge, inevitabilmente, verso quel nucleo incandescente di riconoscimento e rifiuto, di amore taciuto e perdono inespresso, che lega Leo e Paolo in un abbraccio impossibile e necessario. 

Non c’è bisogno di proclami in Paternal Leave, né di soluzioni rassicuranti: il film preferisce restare nella zona ambigua delle cose non dette, dove la verità si intravede ma non si impone. E proprio in questa reticenza si annida la sua forza poetica. Sui titoli di coda, quando il silenzio avrebbe già detto tutto, la voce di Marinelli torna a farsi presenza, intonando Solo per gioco di Giorgio Poi. Una carezza conclusiva, un epilogo musicale che sembra chiudere il cerchio. 

CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Lucia Tedesco
Lucia Tedesco
Giornalista, appassionata di cinema e tecnologia. Nel 2018 ho fondato un sito, Lost in Cinema

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