Per un’introduzione alla Sticker Art. Parte 1: l’adesivo e il pubblico

Francesco Ciaponi, docente di storia della stampa e dell’editoria all’Accademia di belle arti di Brera e alla LABA di Rimini, ci offre un excursus di 6 articoli attraverso i quali cerca di definire la sticker art come pratica artistico-estetica, partendo dalle sue origini.

Scrivere una serie di articoli sulla sticker art è una sfida tanto affascinante quanto complessa. Sebbene gli adesivi siano praticamente ovunque intorno a noi – dai pali della luce ai segnali stradali, dalle vetrine dei negozi agli angoli più nascosti delle città – sorprendentemente, pochissimi conoscono davvero il loro valore artistico o la cultura che li circonda. Si tratta di una forma di espressione visiva talmente integrata nel nostro quotidiano che spesso sfugge all’attenzione, quasi fosse un rumore di fondo connaturato al contesto urbano.

Eppure, nonostante la sua onnipresenza, la sticker art raramente viene discussa, analizzata o celebrata per ciò che rappresenta: un’arte di strada diretta, libera e profondamente connessa alla vita cittadina. Il sociologo Zygmunt Bauman sosteneva che “la familiarità ci rende ciechi”; ciò che vediamo ogni giorno finisce cioè per perdere il suo significato ai nostri occhi. L’obiettivo di questo articolo è proprio quello di smentire Bauman esplorando un fenomeno che vediamo ma non osserviamo, che conosciamo ma di cui, paradossalmente, sappiamo pochissimo.

Sticker by 64Crew a Berlino – Di Atopetek – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=98871540

Una definizione dello spazio pubblico

Il punto di partenza riguarda il concetto di spazio pubblico – luogo fisico e virtuale caratterizzato da un uso collettivo e comunitario nel quale si esprimono e si dispiegano le dinamiche e le relazioni sociali – che ha da sempre mostrato un forte legame con le immagini e con il testo. Esso viene rappresentato, regolato e descritto attraverso questi segni che, al tempo stesso, lo popolano e lo caratterizzano dandone connotazioni diverse nel tempo e nello spazio. Questo è il luogo fisico delle nostre città, un spazio caratterizzato da un uso sociale e collettivo nel quale chiunque ha il diritto di circolare, dialogare, vivere e che, in quanto tale, si distingue dallo spazio privato riservato alla vita personale e intima.

Per dimostrare la centralità dell’ambiente pubblico nella storia dell’essere umano, basta riscoprire il concetto classico di agorà, termine con il quale nella Grecia antica veniva indicata la piazza principale della pólis. L’agorà rappresenta il centro della pólis dal punto di vista economico, in quanto è sede del mercato, da quello religioso, poiché è lo spazio in cui si trovano i luoghi di culto, ed anche da quello politico, visto che è il luogo deputato alla decisione delle sorti della città. Da questa breve descrizione emerge come lo spazio pubblico sia da sempre al tempo stesso sia spazio linguistico, con le contrattazioni del mercato e le discussioni politiche, sia spazio urbano nel quale sorgono gli edifici pubblici, gli uffici, i teatri.

É possibile perciò concepire la città come luogo di discorsi, luogo che si costruisce con la lingua e da essa viene tenuto insieme, perché non vi è città senza discorso, non vi è città che sia mero spazio fisico. Interessante a questo proposito notare che il termine discorso deriva dal latino discursus, che a sua volta proviene dal verbo discurrĕre, composto da dis- (prefisso che significa “in diverse direzioni”) e currĕre (“correre”). Letteralmente, discursĕre significa “correre qua e là” o “muoversi in varie direzioni”. In origine, il termine discursus si riferiva quindi al movimento fisico nello spazio, anche se con il tempo ha acquisito un significato più figurato, riferendosi a un fluire di parole o pensieri.

Definito il senso dello spazio pubblico, non ci resta che entrare nel dettaglio di uno dei più adottati linguaggi espressivi che con esso (co)operano nel dipingere il nostro orizzonte quotidiano.

Un’opera di Banksy presso il Cargo Club di Londra

Il Graffitismo

Se ci muoviamo dal generale al particolare, il primo termine da affrontare è senza dubbio quello di graffitismo, definibile come una manifestazione sociale e culturale di pittura murale diffusa in tutto il mondo, basata sull’espressione della propria creatività tramite interventi pittorici direttamente innestati all’interno del tessuto urbano. Spesso considerati atti vandalici e puniti secondo le leggi vigenti nei differenti contesti giuridici, i graffiti sono talvolta corredati da tag ovvero l’atto dello scrivere il proprio nome d’arte, fenomeno questo accostato da alcuni studiosi alle antiche pitture murali poiché numerosi graffitisti – in inglese writers – decorano qualsiasi parte dello spazio pubblico preferendo muri o pareti.

Tale forma di scrittura interviene direttamente sul tessuto urbano con elementi semiotici (grafica) e semantici (contenuto) che modificano sia il paesaggio urbano sia quello linguistico. Il graffitismo modula infatti il suo registro linguistico a seconda dei propri obiettivi, diversificandosi in base a numerose variabili come ad esempio quella prettamente artistica, quella riconducibile agli ambienti degli ultras o quella del radicalismo politico.

Obey, “Andre the giant has a Posse”

La Sticker Art

Nella mia analisi non mi pongo certo l’obiettivo di analizzare l’ampio e assai dibattuto tema del graffitismo preferendo concentrarmi su uno specifico ambito di tale pratica, la sticker art. Letteralmente definita dallo street artist Webster, un’iscrizione o un disegno, un messaggio o uno slogan, fatto su una superficie pubblica, il graffito, secondo questa generica definizione, conterrebbe quindi anche gli sticker e le forme di intervento pubblico eseguite per loro tramite.

Se, come sosteneva lo scrittore e sociologo gallese Raymond Williams, “la cultura è ordinarietà” e come, sostengo io, è sempre più necessario contrastare la prospettiva élitaria di considerare la cultura come qualcosa di riservato a pochi. Allora è necessario che l’arte, anche e soprattutto nelle sue manifestazione più ordinarie, debba liberarsi dall’abitudine di considerare alcuni fenomeni come periferici o, peggio ancora, marginali e ininfluenti per porli al contrario al centro del dibattito.

Gli adesivi esistono da molto, molto tempo, ma sono oramai divenuti così onnipresenti nei nostri orizzonti che spesso smettiamo di notarli, non ci facciamo caso. Si trovano sul retro dei segnali stradali, sui pali della luce, nelle cassette di servizio, nei bagni dei bar e dei club, nei caselli autostradali, nelle pensiline degli autobus, sui paraurti delle auto, insomma ovunque sia possibile attaccare qualcosa e farlo vedere, loro prosperano, sia come motori di una pubblicità virale sospinta da motivazioni commerciali, sia come dinamica grassroots più prettamente artistica

Uno sticker by Smear, Los Angeles, 2006, CC BY-SA 3.0, https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=36379198

La comparsa degli adesivi come parte integrante del graffitismo presuppone l’appropriazione di un supporto creato con funzioni pratiche completamente da risignificare verso potenzialità artistico-ludiche. Nel caso degli adesivi, l’appropriazione avviene sull’oggetto autoadesivo da parte di artisti-produttori che trovano in questa antica tradizione il supporto ideale per una nuova esperienza estetica.

Questa pratica risulta ancora oggi centrale per comprendere come noi viviamo lo spazio pubblico, quale ruolo rivestiamo nei mutamenti spaziali che in esso agiscono e infine il ruolo che l’ambiente stesso riveste nella nostra comprensione di ciò che ci circonda. Questo rapporto simbiotico fra noi e il nostro ambiente è perfettamente descritto dalle parole utilizzate dal collettivo italiano CHEAP nel bel volume che ne racconta storia, infatti “stare in città ci cambia. Agisce non solo sulla nostra percezione dello spazio ma sullo sguardo con cui osserviamo la città che, come sappiamo, è molto più di un ambiente meramente fisico. In qualche modo ci tempra, ci educa all’imprevisto e ci fa anche far pace col fatto che la metà di quello che ci succede in sta rientra proprio nella categoria di ciò che non potevamo prevedere“.

L’obiettivo che mi pongo nelle prossime “puntate” è quindi quello di definire cosa si intende per sticker art, delinearne i contorni storico-pratici, e soprattutto analizzarne i principali aspetti artistici.

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Francesco Ciaponi
Francesco Ciaponi
Francesco Ciaponi, laureato in Storia della stampa e dell’editoria presso l’Università di Pisa con una tesi dal titolo “Mondo Beat: la nascita dell’editoria underground in Italia“. Nel 2010 ho fondato Italian Poster Rock Art, l’archivio italiano della poster art. Docente di Fenomenologia dei media e Storia della stampa e dell’editoria presso Accademia di Belle Arti di Brera e istituto Modartech. Dal 2016 dirigo il sito di grafica ed editoria Edizioni del Frisco: piccola editoria indipendente. Ho diretto i magazine Friscospeaks e Contesto. Collaboro con riviste quali: Awand, Artribune, PreText, Graphicus, The Concern Newstand (U.S.A.), Moof Magazine (Inghilterra).

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