Perché Edward Weston è ancora fondamentale: la mostra di Torino lo dimostra in 150 scatti

Fino al 2 giugno CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia ospita Edward Weston. La materia delle forme a cura di Sérgio Mah. Una mostra organizzata da Fundación Mapfre che, dopo Barcellona e Madrid, racconta a Torino, con oltre centocinquanta immagini, la vita e la pratica del fotografo.

Il corpus di fotografie esposte si estende dai primi scatti di un Edward Weston ancora ventenne fino agli ultimi anni della sua pratica, mostrando il percorso verso la consapevolezza di una poetica che passa attraverso luoghi e modalità espressive diverse. Le prime immagini in mostra sono scatti risalenti ai primi del Novecento: siamo tra il 1906 e il 1907 quando Edward Weston pubblica le sue prime fotografie, caratterizzate dall’impronta pittorialista, da un morbido uso della messa a fuoco e da paesaggi che risultano – considerate le più celebri immagini del fotografo – quasi scattati da qualcun altro. Il primo Weston è irriconoscibile, ma è il punto di partenza per la figura che diventerà da lì a vent’anni più tardi.

Sunny Corner in an Attic; [Hagemeyer with pipe, slanted rectangle of light]; Sunny Corner in an Attic, 1921*; Johan Hagemeyer, 1922*; Johan, Redondo, 1920*; Johan, Redondo Beach, California, 1920*; A Sunny Corner in an Attic, 1921*;

I viaggi in Messico tra il 1923 e il 1926, infatti, trasformano il suo approccio. Edward Weston abbandona il pittorialismo, sceglie un rigore formale, tecnico e compositivo, privilegiando la scelta del soggetto. In questo modo emergono l’intensità e l’incisività che connotano la sua fotografia. Per dare un’idea del forte impatto esercitato dal soggiorno in Messico sulla fotografia di Edward Weston prendo in prestito le parole di chi ha dedicato una vita alla fotografia, Beaumont Newhall – che insieme alla moglie Nancy, è protagonista di uno scatto di Edward Weston esposto in mostra (Edward Weston, Beaumont and Nancy Newhall on Rocks, 1945).

La sua opera si sviluppava lungo due filoni: l’astrazione e il realismo. Nel 1925, mentre lavorava in Messico, prese coscienza di questa dualità e scelse di privilegiare il secondo”. Di lì a poco, nel suo Daybook (1926) scriverà: “La fotocamera vede più di quanto veda l’occhio, quindi perché non approfittarne?”.  [da B. Newhall, The History of Photography, 1984].

L’immagine viene creata nella mente del fotografo che, seguendo quella che verrà definita straight photography, sarà in grado di utilizzare esteticamente le proprietà della tecnica fotografica senza seguire canoni imposti. La camera presenta potenzialità e limitazioni, entrambe accolte da Edward Weston che ricerca la quintessenza dei soggetti fotografati. Sia questo un peperone, un wc, un paesaggio o un nudo, nei suoi scatti Weston consente di vedere in modo differente, attraverso quel filtro fotografico che viene orgogliosamente messo in primo piano.

Guadalupe Marín de Rivera, Mexico; [close-up profile facing to left with windblown hair, mouth open]; Guadalupe de Rivera, Mexico, 1924*; Guadalupe Marín de Rivera, I, Nov. 23, 1923*; Guadelupe [sic] Marín de Rivera, Mexico, 1924*; Guadalupe Marín de Rivera, Mexico, 1924*; Guadalupe, Mexico, 1924*; Guadalupe Marín de Rivera, 1924*; Guadalupe Marín, 1923*; Guadelupe [sic], Talking, 1924*;

Dalla fine degli anni Venti, il soggetto principale della pratica di Edward Weston diventa il paesaggio. Non più quello sfocato pittorialista, bensì quello epico del deserto, delle coste e dei parchi naturali e della Death Valley. Le immagini diventano più nitide e messe a fuoco e ogni dettaglio del paesaggio emerge con la medesima potenza, sia questo sullo sfondo o in primo piano. La nitidezza e questo rinnovato approccio alla fotografia portano Edward Weston a fondare nel 1932 il Gruppo f/64 con Ansel Adams, Imogen Cunningham e Willard Van Dyke – del quale è esposto in mostra il cortometraggio The Photographer (1948) –  tra gli altri. 

Dagli anni Quaranta gli scatti al paesaggio si fanno più malinconici e decadenti e nel 1941 illustra Leaves of Grass di Walt Whitman. Viaggiando per due anni negli Stati Uniti, Edward Weston sceglierà di ritrarre cimiteri e scenari vicini alla morte che lo condurranno a una ricerca via via più metafisica. Un viaggio interrotto dall’attacco a Pearl Harbor: così, le immagini di solitudine, abbandono e di “finitudine” si intrecciano con la situazione sociale americana di quegli anni. 

Attraverso le immagini esposte in Edward Weston. La materia delle forme viene raccontata la vita di un artista essenziale per la fotografia d’arte, poiché la sua pratica è un contributo fondamentale ai suoi sviluppi. L’esposizione si concentra sul fotografo lasciando in secondo piano il quadro storico-teorico, perseguendo una scelta precisa e determinata: la storia di Weston viene affidata alle sue immagini che si intrecciano, inevitabilmente, con due storie parallele e complementari, quella della fotografia e quella americana. Prima il pittorialismo, poi i ritratti di un’amata Tina Modotti, il soggiorno in Messico, i nudi della seconda moglie Charis Wilson e gli oggetti quotidiani. Poi il distacco dal canone, la ricerca di un nuovo approccio e la sovrapposizione tra tecnica ed estetica con f/64

Excusado, Mexico; [toilet, seen from below front]; Excusado; Mex. 1926*; Excusado, Mexico, 1925*; Excusado, 1925*; Excusado from Below, 1925*; Excusado (visto de frente), 1925*;

A CAMERA la scelta di Sérgio Mah è quella di raccontare una vita senza pregiudizi o presupposti, lasciando parlare immagini e citazioni, dando importanza all’esperienza di Weston più che alle successive narrazioni che ne sono state fatte. Un esempio: non viene apertamente menzionata la fondazione del Gruppo f/64 ma viene esposto in mostra il video di Willard Van Dyke. I riferimenti teorici sono accennati ma non esplicitati in un’operazione che può rivelarsi duplice: da un lato un manchevole racconto, dall’altro (forse) la possibilità di sfuggire a una continua narrazione capolavoristica?

Per quanto possa essere considerato un apprezzabile tentativo, è necessario comprendere quale sia allora l’obiettivo dell’esposizione per poter sentenziare. Nel suo complesso, si tratta di una mostra che racconta la vita di un fotografo immenso che, in quanto tale, non ha bisogno di contestualizzazione. O forse, proprio perché necessario per le storie della fotografia (volutamente plurale), da meritare una diversa storicizzazione. 

Da questa mia prospettiva emerge allora il suggerimento di visitare una mostra che espone immagini cult ma anche meno conosciute, che lega Edward Weston a Walt Whitman e a quell’America che lentamente diventava sinonimo di abbandono e desolazione. O ancora, un’esposizione con scatti che raccontano la poliedricità di una pratica che è possibile sovrapporre con facilità a sviluppi sociali e artistici. D’altra parte, auguro al pubblico di lasciarsi travolgere dalla figura di un grande fotografo, al fine di poter approfondire tutte le possibili storie della fotografia nelle quali risulterebbe altrettanto essenziale la pratica di Edward Weston.

Newsletter

Follow us

Scelti per te

Jenny Saville a Ca’ Pesaro: corpi, carne e pittura senza compromessi

Faccio un po’ fatica a scrivere con lucidità di Jenny Saville a Venezia (e mi scuso per la prima persona, anche). Per la mia generazione – nata a metà degli anni Settanta o giù di lì – la “ragazza di Cambridge” ha rappresentato il corrispettivo visivo di Alanis Morissette in musica

Zhang Chaoying a Firenze: 40 anni di Himalaya in mostra alla Manifattura Tabacchi

Il 26 marzo 2026 Manifattura Tabacchi di Firenze ha inaugurato Luci d’alta quota. Lettera di un amore di quarant’anni su pellicola, mostra personale dedicata al fotografo Zhang Chaoying, emblema della fotografia paesaggistica e documentaria contemporanea in Asia.

L’instabilità del domestico nei lavori di Dario Maglionico, in mostra da Colombo’s gallery

Nata dall’opera selezionata tra le finaliste al 24° Premio Cairo, titolata “Reificazione #95”, l’esposizione personale di Dario Maglionico “Dis-sequenze liminali”, settimo appuntamento del ciclo di collaborazioni con Colombo’s gallery, a cura di Arianna Baldoni, riunisce una serie di lavori recenti che si sviluppano proprio a partire da essa.
Rebecca Canavesi
Rebecca Canavesi
Rebecca Canavesi consegue la laurea in Comunicazione e didattica dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Si trasferisce a Venezia, dove segue un programma curatoriale e frequenta il corso di Laurea Magistrale in Storia delle arti e conservazione dei beni artistici presso l’Università Ca’ Foscari. Prediligendo contenuti e ricerche sul contemporaneo, lavora come copywriter freelance e attualmente collabora come contributor per Art-Frame Magazine (Venezia) e Artuu.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui