Perché “Lo straniero” di Ozon è uno dei film più belli dell’anno

Un film magnetico e algido – dominato da un bianco e nero abbagliante di grande eleganza, che conferisce alle immagini una consistenza quasi immateriale – che coinvolge e emoziona proprio per la sua freddezza e per il rigore di inquadrature che sembrano fermi immagine.
Già presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia (dove non ha ottenuto il Leone d’Oro, assegnato a Father Mother Sister Brother di Jim Jarmusch), risultato vincitore alla 31ª edizione dei Premi Lumière, ottenendo anche i riconoscimenti per il miglior attore (Benjamin Voisin) e per la miglior fotografia, firmata da Manuel Dacossee, arriva ora nelle sale il nuovo, attesissimo film di François Ozon, tratto dal capolavoro di Albert Camus, Lo straniero (1942), uno dei testi più radicali del Novecento in cui affronta la crisi del soggetto contemporaneo, che non riesce piu a dare un senso o una giustificazione alla propria esistenza, in un mondo che si rivela assurdo, privo di finalità e di significato. Un romanzo con uno degli incipit più gelidi della letteratura – “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so” – e che si chiude con l’augurio più spiazzante: “Perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida d’odio”.

Nel confrontarsi con un testo ritenuto “inadattabile” (tanto che neppure Luchino Visconti, con la sua versione del 1967 interpretata da un indolente Marcello Mastroianni nel ruolo di Meursault, riuscì a dirsi soddisfatto del risultato), François Ozon evita qualsiasi eccesso o semplificazione. Al contrario, resta sorprendentemente fedele alla narrazione di Albert Camus, rispettandone la complessità: la sua filosofia dell’assurdo trova infatti una traduzione magistrale in una messa in scena essenziale e rigorosa, sorretta da una regia estremamente controllata, in cui i movimenti di macchina sono ridotti al minimo e prevalgono le inquadrature fisse.

foto courtesy Bim and Lucky Red

Il senso si costruisce così attraverso le immagini, i volti e le posture degli attori, affidandosi soprattutto agli sguardi, ai gesti trattenuti e alle esitazioni che attraversano la loro presenza scenica. Il film di si racconta attraverso una fotografia che costruisce un mondo visivo spogliato di vitalità cromatica e affettiva, dove la realtà appare “desaturata” per riflettere il distacco emotivo del protagonista. Nelle prime inquadrature, dalla luce bianca e fredda attorno alla bara della mamma, il bagliore del sole africano soffocante che brucia la terra durante il funeale, e poi nel dondolio lento delle boe che oscillano sul mare e la luce scopre con una nota di sensuaità i corpi bagnati dall’acqua salmastra. Luci raffinate e ombre vellutate, nei silenzi di stanze calde con tende bianche mosse dal vento. La superficie metallica della lama del coltello che riflette la luce accecante del sole in spiaggia, fino al buio delllo spazio claustrofobico della prigione, dove la stessa luce acida che prima abbagliava Meursault è ora negata.

Benjamin Voisin è perfetto nel restituire l’impassibilità del protagonista in una recitazione tutta giocata sulla sottrazione. Sul suo volto spigoloso e sfuggente si concentra tutto: il silenzio, l’indifferenza, l’enigma di un personaggio che si sottrae alle emozioni. Gesti minimi e sguardi indecifrabili; il corpo sembra ritirarsi dall’azione, come se ogni movimento fosse filtrato da una distanza emotiva invalicabile, restituendo allo spettatore una costante sensazione di opacità irriducibile.Ed è proprio questo radicalismo a risultare, al tempo stesso, affascinante e perturbante nel romanzo: quello di un uomo in rivolta determinato a rivendicare il proprio diritto di osservare la vita e il mondo con assoluta indifferenza. Ozon non cerca mai di rendere Meursault più “comprensibile” né di smussarne la radicalità.

foto courtesy Bim and Lucky Red

La trama: dall’indifferenza al delitto inspiegabile

La trama è presto raccontata. Meursault è uno dei tanti francesi che è arrivato a lavorare in una colonia: un modesto impiegato sulla trentina che vive nell’Algeri occupata dai Francesi nel 1938. Non è capace di provare nè di mostrare emozioni. L’apatica e ripetitiva quotidianità viene interrotta dalla notizia della morte della madre, ricoverata in una casa di riposo. Dopo aver assistito al funerale della madre senza versare una lacrima né mostrare alcuna emozione, si reca ai bagni (interdetti a “les indigènes”) dove incontra una ragazza, la bella Marie (una scintillante Rebecca Marder), innamorata di lui. Nuotano, si rilassano, vanno al cinema a vedere un film con Fernandel e poi trascorrono la notte insieme. Neppure la realzione lo scuote. Si rifiuta di dire “ti amo”, ritenendolo tutto sommato inutile, pur dichiarando di non avere nulla in contrario all’idea di sposarla come lei vorrebbe. Nel frattempo si lascia trascinare nei guai del suo losco e manesco vicino di casa Raymond (Pierre Lottin), finché su una spiaggia, in una giornata torrida, sotto il sole accecante della spiaggia, in uno stato di semi-incoscienza, basta un lampo negli occhi, il riflesso del sole su un coltello e possono partire cinque colpi e uccidere un uomo. Avrebbe potuto accadere o non accadere e niente in fondo sarebbe cambiato nella vita del protagonista. Quando viene arrestato, Meursault affronta il processo senza dire nulla, lasciando che gli eventi gli si abbattano addosso. “Ora che i nostri corpi si sono separati non ci lega più niente”, dice in prigione alla sua Marie.

Chi è lo Straniero? Lo “straniero” non è il giovane arabo ucciso da Meursault senza una reale motivazione, ma è lo stesso Meursault: è lui a risultare estraneo a se stesso, al mondo e a tutto ciò che lo circonda, svuotato da ogni possibile emotività. Lo ‘straniero’ Meursault “non sta al gioco” dice Camus, “rifiuta di mentire”. Non partecipa alle convenzioni sociali: non recita, non simula, non si adegua ai codici di comportamento attesi dalla società. Più che per l’omicidio in sé (“Non sei il primo né l’ultimo che uccide un arabo”, gli diceva con sicurezza il suo avvocato), Meursault viene giudicato soprattutto per altro: la sua sconvolgente assenza di emozioni. Davanti alla morte della madre si mostra freddo e impassibile, rifiuta persino di vederne il corpo, beve caffè e fuma accanto alla bara. Il giorno dopo va al mare e al cinema con una donna. Inoltre, non manifesta il pentimento che ci si aspetterebbe, né offre spiegazioni rassicuranti o socialmente accettabili per il suo gesto.

foto courtesy Bim and Lucky Red

La sua indifferenza si incrina soltanto alla fine, quando ormai condannato a morte, durante il colloquio con il cappellano che cerca di parlargli di Dio, irrompe nel protagonista un sentimento inatteso, un’improvvisa esplosione di rabbia. Meursault afferra il sacerdote per il colletto e gli urla la sua verità: che nulla ha importanza. È questa la terribile consapevolezza che Meursault grida in faccia al religioso e che illumina all’improvviso, come un accecante bagno di luce, la sua vicenda esistenziale: la vita, come la morte, non ha alcun senso. A differenza di tutti gli altri, Meursault è perfettamente consapevole, nello spirito e nel corpo, dell’assurdità della vita. Se nulla ha senso, e dunque importanza, che differenza fa se Meursault ami Marie oppure no? Se un figlio pianga al funerale della madre oppure no? Se spara a un uomo perché accecato dal sole?
È come se quella “grande rabbia”, urlata e riversata contro il cappellano, lo avesse liberato: per la prima volta Meursault avverte con chiarezza di essere stato – e di essere ancora – “felice”. E si apre alla “tenera indifferenza del mondo”, riconoscendolo finalmente così “fraterno”. In un’ultima e definitiva riconciliazione con l’assurdo: della vita e della morte.

foto courtesy Bim and Lucky Red

L’ultima panoramica, in verticale, scivola dal mare fino alla tomba dell’arabo ucciso, davanti alla quale la sorella resta immobile, avvolta dalle carezze del vento. The Cure accompagnano i titoli di coda con la suggestiva Killing an Arab, scelta da François Ozon per chiudere il film, riportando il focus sul passato coloniale della Francia, evocato fin dalla dalla prima sequenza, composta da filmati d’archivio, sulla città di Algeri, facendo affiorare con dettagli minuti la difficile coesistenza dei francesi con les indigenes, trasformando il dramma esistenziale in una riflessione politica e sul rimosso della memoria collettiva e sul presente: non si comprende il presente senza il filtro del passato, nella memoria di quello che siamo stati.
Lo straniero, nella versione di Ozon come nel romanzo di Camus, non offre risposte ma pone domande, interrogando l’indifferenza del nostro presente segnato dalla guerra e da una crescente estraneità a ciò che accade. Un tempo che sembra procedere in una progressiva perdita di partecipazione empatica, sempre più insensibile ai grandi sconvolgimenti. Come si può vivere in un mondo che non offre alcun significato? Che cosa significa vivere senza ricercare un senso? È davvero possibile restare indifferenti di fronte al dolore, alla violenza, all’amore? Domande. Ancora domande. E quante volte ci siamo sentiti invece anche noi, stranieri tra gli altri in questo mondo? Può questa condizione di estranietà, di non appartenza diventare una forma di resistenza? O invece, la risposta è la ribellione?

CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, igornalista professionista di lungo corso e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi delle pagine di cultura, libri, arte, teatro, psicobenessere. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e di raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato due libri di poesie Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni) e Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore).

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