l linguaggio non è mai neutro. È un campo di battaglia, un dispositivo, un corpo vivo che taglia, guarisce, confonde, crea. In James, il suo romanzo più recente e vincitore del Premio Pulitzer 2025 (pubblicato in Italia da La Nave di Teseo), Percival Everett – scrittore, saggista, pittore, e professore di letteratura alla University of Southern California, autore di oltre trenta romanzi – rilegge Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain dal punto di vista dello schiavo Jim, trasformandolo da figura ancillare a protagonista consapevole. E lo fa dimostrando una volta di più ciò che lo accompagna da sempre: la parola non descrive il mondo, lo costruisce. E se il mondo è stato costruito con parole sbagliate, offensive, violente, allora la parola va presa, ribaltata, usata come leva per fare esplodere tutto. Anche un classico. Anche Le avventure di Huckleberry Finn, pietra miliare della letteratura americana.

Ma James non è solo una riscrittura. È un atto di reinsediamento nel linguaggio, una riscrittura che scardina, reinventa, ribalta. Jim diventa James, lo schiavo diventa uomo, e lo fa con un gesto primario: prende in mano una matita e scrive. “Con la mia matita ho scritto me stesso, portandomi all’esistenza”. La parola crea l’io, e il linguaggio, da codice imposto, diventa voce. Una voce che sa mimare, ingannare, camuffarsi: Everett ci mostra che il black speech può essere una maschera strategica, un linguaggio performativo usato dagli schiavi per proteggersi, per ingannare i padroni, per sopravvivere, per creare se stessi al mondo al di fuori dei ruoli imposti dal potere in una società schiavista fondata sulla supremazia bianca.
La lingua è identità, è strategia, è lotta. E lì, nel cuore linguistico del romanzo, vibra già qualcosa che riguarda, o puà riguardare, non solo la scrittura, ma tutti i linguaggi: anche la pittura. Perché anche la pittura, per Everett, è un linguaggio. E anche la pittura, come la lingua, può essere usata per smascherare la realtà, per sovvertirla.
La mostra Logica Predicativa – in corso fino al 2 agosto 2025 alla CarloCinque Gallery di Milano, nell’ambito de La Milanesiana 2025, a cura di Elisabetta Sgarbi e Luca Volpatti, e realizzata in collaborazione con Show Gallery e Margot Ross –, dove lo scrittore si mette in gioco e si mostra, per la prima volta in Italia, anche in qualità di artista visivo, è la dimostrazione che Everett non smette mai di interrogarsi sulla forma (e sulla forme) del linguaggio, qualunque esso sia: compreso il linguaggio pittorico, per l’appunto, sia esso figurativo o astratto, come nel caso dei suoi dipinti. “Sono convinto”, scrive infatti Everett, “che l’astrazione non sia mai una mera affermazione. Per questo motivo, considero qualsiasi ricorso alla logica proposizionale quando si considera un’opera astratta non solo insufficiente, ma anche incomprensibile”. La logica proposizionale, per chi non avesse dimestichezza con il termine, è quella forma di logica che tratta le proposizioni come blocchi indivisibili, valutandole unicamente come vere o false, senza indagare il contenuto interno o le relazioni tra i concetti. Funziona su enunciati netti e chiusi, come: “questo quadro è rosso” o “questo oggetto è un ritratto”: enunciati che definiscono qualcosa in modo netto, chiuso, binario. “Mi piace pensare”, dice invece Everett, “che i miei dipinti non riflettano una singola convinzione o affermazione, ma analizzino le relazioni tra idee, stati dell’essere e consapevolezza della negazione. Interpretazione, interrogazione ed estrapolazione non sono mai complete e ogni visione è plasmata e sfumata dal momento della creazione e dal momento dell’osservazione”.

La pittura diventa così un nuovo codice, non meno preciso, non meno radicale. Un codice che rifiuta la logica proposizionale – quella che afferma, dichiara, impone – per abbracciare invece un’altra struttura logica, quella predicativa: quella, cioè, che mette in relazione, che genera ambiguità, che non chiude mai il senso. I quadri di Everett, infatto, non dicono, evocano. Non spiegano, insinuano. Come il linguaggio di James, sono fatti di maschere, omissioni, intuizioni, rimandi, citazioni, accenni e guizzi improvvisi.
Guardando le opere di Everett, si ha la sensazione di un linguaggio che non vuole descrivere nulla, ma che cerca invece di attivare nel fruitore risposte profonde, inconsce, frutto di una memoria stratificata, sommersa, collettiva. Gli stessi titoli dei quadri – come Big Mouth, Self Portrait, Space Ghost – suonano all’apparenza familiari, quasi didascalici. Ma proprio per questo sono ingannevoli: non sono chiavi d’accesso, ma depistaggi ben calibrati. Non aiutano a decifrare l’opera: al contrario – eredi, in qualche modo, della lezione dell’Espressinismo Astratto americano e della lezione di Rauschenberg – la confondono, la spingono fuori dal binario della riconoscibilità, ne mettono a nudo i meccanismi interni e la lasciano vagare nel campo dell’inconoscibile, della decifrazione inconscia, dell’indecifrabile. Evocano soggetti che si dissolvono nell’ambiguità del segno, aprendo spazi di possibilità piuttosto che indicare significati. Sono maschere linguistiche, come quelle indossate da James nel romanzo, che fingono chiarezza per nascondere complessità, e le forme, i pieni e i vuoti, i graffi e le linee, sembrano il riflesso pittorico delle frasi spezzate, delle doppie coscienze, dei cortocircuiti sintattici di James. Come nella scrittura, anche qui Everett costruisce senso attraverso lo scarto. Il senso nasce dove il codice si incrina; dove il linguaggio smette di essere trasparente e mostra la sua opacità. Dove il segno, come la parola, non vuole rappresentare, ma agire in profondità. “L’opera pittorica di Everett”, scrive Elisabetta Sgarbi nel catalogo della mostra, “è la costruzione di uno spazio artistico, e della mente, che occupa lo spazio della tela, utilizza il collage, il segno e il colore per costruire significati che moltiplicano le apparenti
forme astratte”.

In pittura, ricostruire lo schema sintattico celato sotto la struttura di un’opera, disgiungerne significati e significanti, interpretare i rapporti formali che intercorrono tra una struttura semantica e l’altra, significa innescare un processo emotivo e mnemonico, non dissimile da quello attivato dalla lettura. Come con le fànfole di Fosco Maraini – le celebri poesie metasemantiche, composte da parole inventate ma sorprendentemente evocative, capaci di risvegliare in chi ascolta risonanze inconsce, suoni primordiali, significati sospesi tra senso e non-senso: “Il Lonfo non vaterca né gluisce / e molto raramente barigatta, / ma quando soffia il bego a bisce bisce /sdilenca un poco e gnagio s’archipatta…” –, anche nei dipinti di Everett le forme, i colori, le tensioni, richiamano fonemi inconsci, energie ancestrali, architetture psichiche che non hanno bisogno di essere decifrate per colpirci nel profondo.

Logica Predicativa è questo: un atto linguistico che ha scelto la pittura come suo campo d’azione. Un romanzo senza parole, una narrazione senza immagini, che continua, con altri mezzi linguistici, il discorso messo in campo da Everett in oltre quarant’anni di carriera letteraria e con più di trenta pubblicazioni tra romanzi, racconti e opere poetiche, e, da ultimo, con James: un romanzo che, come ha dichiarato lui stesso in una recente intervista, ha impiegato tutta la vita a scrivere. Entrambi ci parlano della stessa cosa: dell’urgenza di nominarsi, di riscriversi, di prendere il controllo del significato. Che sia con una matita, con un pennello, con un fonema, con un pezzo di collage con un colore o con un graffio. Perché, come scrive Everett in James attraverso il suo protagonista, “ciò che mi interessa è come i segni che sto incidendo su questa pagina possano assumere un senso. Se possono avere un senso, allora la vita può avere un senso, e allora anche la mia esistenza può avere un senso”.


