Gli occhi incantati e i volti illuminati da un bagliore blu segnavano l’inizio del coinvolgente show dell’artista di performance turco Göksu Kunak.
Quando le luci intermittenti bianche hanno illuminato l’artista danzante sulla scalinata della Neue Nationalgalerie di Berlino, i presenti si sono affrettati a estrarre i loro smartphone per immortalare l’evento.
Le sequenze catturate, poi condivise sui social network, sembravano frammenti di un’unica narrazione complessa: l’artista avvolto in lucide scaldamuscoli rosse, in posa accanto a un culturista o aggrappato alla finestra di una BMW.
Questi estratti visivi, tuttavia, lasciavano indietro un aspetto fondamentale del lavoro dell’artista.
Kunak, infatti, ha successivamente sottolineato su Instagram che nel suo spettacolo “Venus” c’era molto di più di quello che era stato catturato dagli schermi dei cellulari.
Nel mondo dell’arte, Instagram è diventato la piattaforma per eccellenza per connettersi e avere successo.
Tuttavia, mentre la UX si evolve, la propensione della piattaforma per i contenuti video sta influenzando la percezione e la memoria collettiva dei lavori d’arte dinamici.
Negli ultimi tempi, infatti, è sempre più frequente avvistare eventi dal vivo altamente filmabili nei programmi dei musei e delle gallerie d’arte.
Gli artisti, da parte loro, potrebbero sentirsi incoraggiati ad incorporare un aspetto live nella loro pratica: il pubblico, infatti, è desideroso di mostrare la propria presenza a tali eventi.
C’è però un risvolto della medaglia: se da un lato questa interazione potenzia la carriera degli artisti, dall’altro si corre il rischio di ridurre l’arte a un insieme di contenuti volatili, frammentati in brevi clip e modificati in funzione della ‘virality’.
Questo rischia di eclissare gli aspetti più sfumati, difficili o meno immediatamente gratificanti dell’opera d’arte.
La nuova era digitale propone un ulteriore scenario: quello di una performance d’arte che diventa sinonimo di evento artistico.
Non è un caso che molti artisti emergenti prediligano temi crudi, candore corporeo e codici di intensa intimità.
Tuttavia, una domanda rimane: i social media stanno spingendo avanti il medium del performance art o, al contrario, ne stanno condizionando l’essenza? Se guardiamo alla pittura, per esempio, vediamo come l’era dell’espansione dei social media abbia portato a una diminuzione della sua forza vitale.
Vi è il rischio, dunque, che l’arte della performance, ottimizzata per i social media, subisca la stessa sorte.
In conclusione, è essenziale fare una pausa e riflettere su cosa rischiamo di perdere in questo processo.
Quale parte dell’arte non ha aderito al formato virale? E come potremmo ritrovarla, se non l’abbiamo catturata e condivisa noi stessi? Gli artisti hanno il grande compito di affrontare queste domande e navigare nell’era digitale preservando l’autenticità e la complessità del loro lavoro.


