Peter Belyi, o del silenzio deflagrante dell’Apocalisse

La Fondazione Culturale San Fedele di Milano ospita fino al 16 maggio 2026 la mostra personale dell’artista russo Peter Belyi, intitolata 153 “Peter Belyi. The Silences of the Apocalypse“, realizzata in collaborazione con la Galleria Giampaolo Abbondio di Milano. Nato nel 1971 a Leningrado, Belyi ha studiato in Russia e all’estero, conseguendo un master in incisione al Camberwell College of Art di Londra nel 2000, città in cui ha vissuto dal 1995 al 2001. Attualmente risiede a Leningrado.
Nel 2010 ha ricevuto il prestigioso premio Sergei Kuryokhin per il progetto Explosion, un’installazione composta da vecchie assi di legno spezzate, capace di sospendere simbolicamente il tempo, sospesa in uno spazio dinamico e al tempo stesso immobile.
La mostra di Peter Belyi si inaugura, con meritorio coraggio, in un momento particolarmente delicato per l’arte e, più in generale, per la cultura russa. In un contesto internazionale segnato da tensioni politiche e dal boicottaggio degli artisti russi (la Biennale di Venezia 2026 è al centro di una forte polemica per la riapertura del Padiglione russo nonostante la guerra in Ucraina, con le proteste di Kiev e l’ultimatum di 22 ministri europei che ne chiedono l’esclusione, minacciando il taglio di fondi, mentre la presidenza della Fondazione difende la scelta come atto di libertà culturale). Parole chiare e nette quelle di Andrea Dall’Asta, direttore Galleria e Museo San Fedele: “Negare visibilità agli artisti russi solo per la loro origine è una semplificazione pericolosa. Spesso sono proprio loro a criticare e denunciare. L’arte, per sua natura, è uno spazio di dialogo, critica e libertà: ridurla a uno strumento di appartenenza nazionale significa impoverirla e tradirne il senso più profondo. Crediamo che l’arte possa migliorare il mondo e rendere le persone più ragionevoli e umane. Colpendo indiscriminatamente gli artisti si costruiscono muri culturali invece di ponti, alimentando ignoranza e divisione anziché favorire il dialogo”.

Art installation in a gallery: wooden tripod frames draped with brown fabric on a white platform, with gravel and buckets nearby.
Lament Foto Luca Casonato

Questa mostra nasce da qui: dalla volontà di restituire all’opera la sua autonomia e la sua capacità di interrogare il presente. Nell’interpretazione della mostra assume un ruolo centrale il numero 153. Nel Vangelo rimanda ai 153 pesci della pesca miracolosa: simbolo di totalità, abbondanza e di una comunità che si raccoglie, immagine di una pienezza condivisa. Allo stesso tempo, però, richiama anche le “pure leggi del tempo” che il poeta futurista russo e matematico Velimir Khlebnikov tentò di individuare, anticipando le logiche digitali e algoritmiche contemporanee, capaci di ridurre tutto a quantità, serialità e anonimato. È come se Belyi suggerisse che lo stesso numero possa essere, promessa di abbondanza oppure svuotamento di senso. L’artista utilizza materiali poveri – ferro, cemento, chiodi, legno, calcestrutto. È una sorta di materiale barocco contemporaneo, ma duro, il suo rigonfiamento tettonico dialoga con il rigonfiamento delle nuvole e dell’acqua, perché sono diverse fasi della stessa essenza: ghiaccio, acqua e vapore. i chiodi ricorrono spesso come elementi metaforici: i chiodi tengono insieme pezzi frammentati, come se cercassero di ricomporre ciò che è distrutto o spezzato, quasi a fissare la memoria su un supporto permanente.

Belyi ci immerge in un silenzio carico e suggestivo, che richiama tragedie senza volto, violenze compiute e il dolore di un’umanità oppressa. Il titolo, inoltre, suscita interrogativi profondi: che cosa ci attende? Quale sarà il destino dell’umanità? L’apocalisse è davvero la fine del mondo e ci consegna a un silenzio definitivo, oppure è la dissoluzione definitiva di un mondo, che lascia intravedere la possibilità di una rinascita e di una nuova fecondità? Belyi lascia la domanda aperta, ma invita ciascuno a dare la propria interpretazione.

Ecco, una per una, le opere dell’artista in mostra. Sta a noi interpretarne il significato, dietro la loro carica drammatica e perturabante.

Al centro della mostra si impone la grande scultura Silence, composta da legni spezzati che si aprono in una forma stellare, quasi “esplosiva”. Monumentale e impressionante, esercita un effetto ipnotico e perturbante, pare farci ascoltare l’eco lontana del fragore di una esplosione , come se assistessimo a una deflagrazione cosmica, in tempo reale. Allo stesso tempo, si configura come un’esplosione cristallizzata nel tempo e nello spazio della coscienza. A uno sguardo più attento, la forma richiama quella di una stella, da sempre simbolo di speranza, al tempo stesso lascia intravedere la struttura di una croce dalla quale sembra generarsi. L’opera rimanda così alla speranza, al desiderio dell’uomo di ricomporre le fratture e ristabilire un’armonia, una sorta di comunione tra eterno e contingente, tra l’uomo e il divino. Che cosa rappresenta davvero? Belyi non dà una risposta. Noi siamo invitati a darne una.


Obscure light. Tubi di gomma al neon fluorescente. La luce è presente, ma è disturbata, interrotta, quasi strangolata: soffocata da fili elettrici che tracciano una sequenza di frasi. È come se la nostra umanità fosse abitata continuamente da un desiderio di luce. Parole luminose emergono, ma restano incomprensibili, illeggibili, indecifrabili, come se il monda parlasse, ma noi non siamo più in grado di comprenderlo, di comprenderci. I significati si fanno incerti, così come il futuro che ci attende. evocando una Babele contemporanea in cui ci riscopriamo incapaci di comunicare e di comprenderci.

Lamento. Un’imponente fontana funebre, una scultura del lutto: bandiere scolorite nell’acido, lacere e piegate. Piangono. Da esse scende acqua. Raccontano sacrifici inutili, vittorie ottenute attraverso la morte. Evocano il lutto, la memoria. Queste bandiere della pace appaiono annientate, svuotate del loro significato originario. Attraverso un complesso sistema elettrico, una sorgente d’acqua le attraversa, facendole gocciolare lentamente, come se emettessero un lamento. Ma che lamento è questo? È il lamento dell’umanità di fronte a se stessa?
Con Return to Painting, l’artista impiega calcestruzzo, rinforzi compositi e acciaio per dare forma a un immaginario che riecheggia l’arte barocca. L’opera si configura come una sorta di nuvola, attraversata da sottili fili di ferro che si irradiano come raggi di luce, catturando lo spettatore e quasi interrogandolo: è ancora possibile intravedere gli angeli (scomparsi) della pittura rinascimentale?

Peter Bely, Dialect

In Pause, un’enorme lama circolare, appesa a un sottile filo metallico pronta a spargere vernice tutto intorno, evoca una macchina pronta a entrare in funzione. È un’immagine carica di tensione, che richiama una potenza distruttiva, una macchina di morte che l’umanità è sempre pronta ad attivare.
Si prosegue con la grande serie di carte Romantic Apocalypse, monotipi realizzati con inchiostro da stampa nero, un’astrazione estetica dove s’intravedono alcune tracce: la fotografia di un paesaggio scattata da un drone, il lampo di un attacco missilistico, il fumo di case in fiamme, i resti di un aereo precipitato.
Dialect, immersa nell’atmosfera raccolta e suggestiva della cripta sotterranea della chiesa di San Fedele, si dispiega su una base bianca concepita come il foglio di un libro aperto, posto davanti al corpo di Cristo deposto dalla croce. Su questa superficie, chiodi arrugginiti (raccolti dall’artista, alcuni estratti da assi nelle baracche del gulag di Perm, altri trovati in un palazzo abbandonato di San Pietroburgo) sono allineati lungo una stessa linea, come se tracciassero una scrittura: una sorta di testo indecifrabile. Quella scrittura illeggibile si trasforma così in un grido silenzioso e perturbante, un interrogativo sul senso della violenza e le tragedie della storia.

CYFEST 17 poster announcing the International Media Art Festival: Natura Naturans—Human Beings, Nature, Landscape; May 8–Aug 31 at CREA Cantieri del Contemporaneo, Venice.

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Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, igornalista professionista di lungo corso e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi delle pagine di cultura, libri, arte, teatro, psicobenessere. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e di raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato due libri di poesie Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni) e Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore).

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