La 61ª Biennale d’Arte di Venezia ha preso avvio nel consueto fermento delle prime settimane. Un fermento che, complice l’aggravarsi della condizione di Venezia malata di overtourism, non accenna a diminuire. Calli affollate, flussi incessanti di visitatori e appuntamenti artistici disseminati ovunque restituiscono l’immagine di una città sospesa tra vitalità culturale e fragilità urbana; gli addetti ai lavori e i veneziani sapranno bene di cosa parlo.
In questo scenario, l’Istituzione Fondazione Bevilacqua La Masa offre un contrappunto al frastuono della città con la mostra “Picasso, Morandi, Parmiggiani. Still Lifes”. Curata da Cécile Debray e organizzata da Tornabuoni Art, l’esposizione non si prefigura come una semplice rassegna di nature morte, ma un’indagine profonda sul confine tra presenza e assenza, tra la materia dell’oggetto e la sua trasfigurazione mentale.
Un contrappunto, sia chiaro, non per distanza dai riflettori della Biennale e dal tumulto che attraversa Venezia, ma per la capacità di trasformare tutto questo in occasione di contemplazione e interrogazione visiva.
Oggetto di questa contemplazione è il microcosmo dell’atelier. La mostra si sviluppa attorno alla messa in scena dell’oggetto nel laboratorio dell’artista, restituendo lo studio non come semplice laboratorio di lavoro, ma come spazio mentale e teatrale in cui la realtà viene interrogata, scomposta e trasfigurata. Per Picasso, Morandi e Parmiggiani, l’atelier è infatti il luogo in cui l’oggetto quotidiano viene isolato dalla sua funzione ordinaria per assumere un valore ulteriore, divenendo strumento di indagine sul visibile e sull’invisibile.
Tre maestri, tre generazioni, tre modi di guardare e interrogare il reale attraversano le sale della mostra tra ricerca formale e suggestione poetica. Ad aprire il dialogo è Pablo Picasso, di cui vengono ripercorse le diverse stagioni creative, dal Cubismo agli esiti della maturità. Nella sua opera la natura morta si configura come un gesto di decostruzione e riassemblaggio: i bricolage e le sculture in bronzo dipinto, tra cui Crâne de chèvre, bouteille et bougie, restituiscono nuova vitalità al tema classico del memento mori. La sua è un’energia centrifuga, capace di moltiplicare forme e materiali nel tentativo di catturare la complessità del reale attraverso una frammentazione dinamica.

Il dialogo con Giorgio Morandi è intenso. Punto di contatto significativo è la particolarissima natura morta cubista del 1914, concessa dal Centre Pompidou, che rivela un’inaspettata prossimità giovanile alle ricerche picassiane. Ma laddove Picasso espande, Morandi concentra. La sua è una disciplina dello sguardo, costruita per sottrazione e misura. L’esposizione consente di entrare nell’universo morandiano grazie a un corpus inedito di oggetti personali provenienti dal suo studio di Bologna come caraffe, vasi e fiori secchi, che rivela la costruzione quasi sacrale del suo modello pittorico.
Il percorso si chiude con Claudio Parmiggiani, legato a Morandi da quella che la mostra definisce un’affinità spirituale, maturata frequentandone lo studio negli anni della formazione. Se Picasso costruisce e Morandi distilla, Parmiggiani lavora sulla sottrazione. La monumentale Delocazione, realizzata appositamente per l’ultima sala dell’esposizione, insieme alle opere generate attraverso fumo e fuliggine, di cui ancora si percepisce l’odore nello spazio, trasforma la natura morta in una meditazione sull’assenza. L’oggetto non è più presente fisicamente: ne rimane l’impronta, un’ombra che reinterpreta la tradizione della Vanitas in chiave contemporanea e interroga il tempo e la memoria.

La mostra si configura dunque come un’indagine su quel topos archetipico che è la natura morta, trasformandola in un terreno di riflessione filosofica sulla rappresentazione. In un’edizione della Biennale come “In Minor Keys”, dove i contributi sono tantissimi e si affacciano molte voci nuove nel pluralismo della rassegna, la mostra proposta da Tornabuoni Art si distingue per una specifica forza comunicativa. Non si può non provare un sincero piacere davanti a una curatela così attenta e a una sensibilità capace di far dialogare capolavori distanti con tale naturalezza. Per non dimenticare un altro dei grandi punti di forza della rassegna, ossia la generosità delle opere esposte, dai quattordici capolavori del Musée Picasso-Paris a opere raramente visibili, come la Natura morta di Morandi realizzata tra il 1945 e il 1946 che torna a Venezia per la prima volta dopo oltre sessant’anni. Insieme agli oggetti dell’atelier bolognese e alla nuova creazione di Parmiggiani, questi elementi rendono l’esposizione un’occasione rara per riscoprire l’anima delle cose oltre il confine del visibile.


