È possibile condensare una vicenda umana enorme nello spazio di una fujifilm instax? Ed è possibile raccontare un fenomeno umano epocale e globale con una sola foto di grandi dimensioni? Il fotografo palermitano Alberto Gandolfo, classe 1983, riesce in modo molto efficace ad oscillare tra questi due estremi tecnici con una “Doppia esposizione”, titolo della mostra articolata su due suoi progetti, curata da Benedetta Donato e visitabile sino al 14 marzo presso la sede del Collettivo Tiff di Piacenza.
Come bene illustra la curatrice nell’introduzione alla mostra, l’aggettivo doppio non si riferisce alla tecnica fotografica bensì alla duplice chiave di lettura della doppia esposizione: da un lato, nella serie dal titolo di “Quello che resta”, la dimensione molto limitata delle fotografie espresse con la fujifilm instax, dall’altro, nel progetto intitolato “Habitat”, l’uso del digitale su grande dimensione.

“Quello che resta” è la serie fotografica che documenta la lunga striscia di stragi e delitti ‘collettivi’ italiani tra il 1969 e il 2016, raffigurando i familiari ‘che restano’. In questa esposizione piacentina, troviamo 27 storie (e, purtroppo per la nostra storia, avrebbero potuto essere molte di più) che fungono da tasselli utili per ricostruire, e soprattutto non dimenticare, la storia italiana collettiva degli ultimi decenni. Sono minuscoli ritratti in bianco e nero che emanano una potenza che va oltre ciò che si vede: le persone che scorrono davanti agli occhi dell’osservatore sono ritratte in modo totalmente informale, con una vicinanza empatica ben percepibile e da ascrivere totalmente ad Alberto Gandolfo. Tra i tanti meriti del progetto del fotografo palermitano c’è quello di tracciare quasi un manuale di storia italiana che fa focus sulla necessità della memoria e sulla visibilità di chi resta non solo con un intimo dolore, ma spesso quotidianamente combatte una battaglia giudiziaria molto difficili e quasi ostili.

Alcuni dei protagonisti di questa ‘restanza’, mutuando in senso famigliare il concetto evocato dall’antropologo Vito Teti per i luoghi marginali, sono agli occhi di chi scrive sconosciuti, altri colpevolmente rimossi, altri mediaticamente più evidenti. Rendere visibili queste persone è un modo di denunciare che anche noi, per quanto ci crediamo assolti, siamo tutti coinvolti (parafrasando i versi musicali di Fabrizio De Andrè). E finalmente, osservando questi rettangolini, anche noi ci facciamo carico delle loro storie, contribuiamo a non farle cadere nell’oblio più assoluto. E finalmente, ancora una volta, anche noi ci immedesimiamo nelle battaglie giudiziarie che hanno contrassegnato la storia nazionale recente, alcune delle quali – una esigua minoranza – ha anche contribuito a cambiare o a rendere urgenti la normativa in direzione dei diritti.

Vale la pena davvero ricordare che storie sono quelle dei protagonisti che restano, sicuri che anche chi avrà cura di leggere questo contributo farà un’immersione necessaria nella storia famigliare dalla dimensione collettiva che permea questo progetto di alto valore civile: Beppino Englaro, Marisa Fiorani (madre di Marcella Di Levrano vittima della Sacra Corona Unita), Giovanni Impastato, Lydia Buticchi Franceschi (madre di Roberto Franceschi, ucciso dalla polizia a Milano), Graziella Proto (legata al percorso di Pippo Fava), la vicenda Welby, il delitto Pinelli, Ornella Gemini (madre di Niki Aprile Gatti, morto in carcere), Marco Piagentini (sopravvissuto alla strage ferroviaria di Viareggio), Salvatore Borsellino, Michela Buscemi (sorella di due vittime di mafia e parte civile al maxiprocesso), Adele Chiello Tusa (madre di Giuseppe Tusa, vittima del crollo della Torre Piloti di Genova), la vicenda Dettori (legata alla strage di Ustica), Margherita Asta (strage di Pizzolungo), Pietro Campagna di Addiopizzo, la vicenda della morte di Attilio Manca, Daniela Castellano (figlia di una vittima dell’incidente ferroviario tra Corato e Andria), Sabrina Corisi (legata alla vicenda dell’Ilva di Taranto), la vicenda della morte di Francesco Rinaldelli, la vicenda della morte sulla nave scuola Amerigo Vespucci di Alessandro Nasta, la vicenda di David Rossi del Monte dei Paschi di Siena, Carlo Arnoldi Nasta (legato a Piazza Fontana), Paola Perrone (avvocata paladina contro il sangue infetto), Luca Rossi (ucciso da un proiettile sparato da un agente della Digos), la vicenda di Adolfo Parmaliana, la vittima di mafia Nino Agostino e Ilaria Cucchi.

Nel secondo progetto in mostra, “Habitat”, Alberto Gandolfo rovescia molti parametri rispetto a “Quello che resta”. Innanzitutto le dimensioni delle fotografie, grandi formati a colori fondamentalmente quasi sempre senza figure umane. E poi la portata: in questo progetto la vicenda umana è sì individuale (ogni migrante, come ogni essere umano, ha un vissuto proprio), ma collocata in un fenomeno globale. Gandolfo ci mostra, tra Calabria, Sicilia e Campania, le abitazioni e il contesto ambientale in cui vivono questi esseri umani dimenticati e sfruttati allo stesso tempo. Al di là dell’enorme valore di denuncia civile di cui è portatore anche questo progetto, il focus visivo è sulle case abitate da questi esseri umani e sul degrado che le circonda.

Se per una persona media occidentale casa può significare protezione, famiglia e calore, per questi uomini (perché in stragrande maggioranza si tratta di uomini) casa è la certificazione della precarietà esistenziale. E tra i molti meriti che anche in questo caso connotano lo sguardo fotografico di Alberto Gandolfo, c’è pure quello di ridurre la distanza tra noi e questi cubi instabili, raffazzonati, deboli, temporanei. Temporanei ma anche eterni perché, il movimento delle masse migratorie impiegate nell’agricoltura meridionale prevede che le costruzioni vengano periodicamente smantellate dalle autorità per poi rinascere in un altro luogo prossimo al precedente.In conclusione, possiamo affermare che c’è un forte elemento comune tra i due progetti: l’apparente assenza di valore estetico nei due progetti, che hanno finalità di sensibilizzazione e conoscenza. Ad uno sguardo molto attento, però, non sfuggirà che particelle di bellezza puramente visiva, in realtà, sono presenti. Le fujifilm instax di “Quello che resta” non raffigurano allo stesso modo i protagonisti coinvolti, ma con una interessante varietà di scelte stilistiche: alcuni sguardi sono soffusi, altri nascosti, altri voltano le spalle al punto di vista di chi guarda, altri sono dietro le tende domestiche, altri ancora sono obliqui come le vicende che rappresentano, in altre immagini non ci sono volti ma oggetti appartenuti ai cari scomparsi. Le grandi fotografie cromatiche di “Habitat”, in certi casi, sembrano raffigurazioni sceniche concettuali e l’occupazione dello spazio visivo e il tono fotografico emana molta empatia in direzione di chi osserva. Anche per queste particelle, dobbiamo dire grazie ad Alberto Gandolfo.


