“Sono gli abiti a portare noi, e non noi a portare gli abiti”, scriveva Virginia Woolf in Orlando. Fu ciò che accadde ad Eva, nel Giardino dell’Eden: la foglia di fico non servì a cambiare lo sguardo su di sé — fu una nuova consapevolezza del proprio corpo a rendere necessario l’ornamento.
Nella 55ª Couture Collection di Balenciaga — la prima firmata dal nuovo direttore creativo Pierpaolo Piccioli presentata a inizio luglio a Parigi — quella foglia diventa piuma, seta, alta sartoria. La collezione che ha sfilato nei giardini della Cité Internationale Universitaire, ne è l’eco più recente: luce e meraviglia.
Il paradiso che Piccioli mostra sulla passerella parigina recupera dall’archivio un principio, non una forma: l’abito nasce dal rapporto con il corpo. Non è un caso, infatti, che il défilé si apra con una T-shirt bianca in seta, pantaloni chinos ampi color sabbia e un grande mantello a palloncino con un’esplosione di piume arancioni in raso: segnali di una couture che dialoga con il quotidiano senza rinunciare allo stupore, fatta di pura artigianalità.

Dopo dieci anni in cui Balenciaga racconta il presente attraverso l’anticonformismo e la provocazione visiva di Demna Gvasalia — alla guida della maison dal 2015 al 2025 — Piccioli apre simbolicamente le porte di un nuovo paradiso terrestre: la donna di Balenciaga torna a essere persona. Tra architetture storiche e uno spazio verde progettato con la forma di un grande labirinto circolare di siepi, il racconto dello stilista vibra tra i colori e la leggerezza fisica dei tessuti, proseguendo quell’idea di persona al centro avviata con la sua prima collezione The Heartbeat per la primavera estate 2026. Spazio sospeso tra realtà e immaginazione, l’Eden ricreato per la maison è un luogo nel quale le figure emergono lentamente dalla vegetazione come apparizioni. Oltre a questa nuova femminilità segnata dal corpo e dal colore, Piccioli punta al ritorno di una dimensione collettiva del fare. È nel finale, infatti, che la collezione trova il suo vero manifesto: non sono le modelle a uscire per ultime ma il savoir-faire delle mani che hanno realizzato i loro abiti. Alle spalle di Piccioli, sulla scalinata della Cité Universitaire, scende l’intero atelier di artigiani in camice bianco — lo stesso che il designer indossa ogni giorno, reintrodotto come divisa comune, azzerando di fatto la distanza tra chi firma la collezione e chi la rende concreta: premières, modelliste, ricamatrici, sarti, custodi di mestieri che la moda tende a rendere invisibili.
Insieme a loro, Piccioli si presenta come nei giorni di lavoro — camice, occhiali scuri, lo stesso passo. Restituire un nome e un volto a chi, per decenni, è rimasto fuori dai comunicati stampa rivela la sensibilità dello stilista che ha imparato il mestiere proprio accanto alle storiche premières di Valentino a Roma — un apprendistato fatto di mani più che di nomi. Presentarsi insieme al gruppo è il suo gesto di continuità: nel 2022 durante la sfilata per Valentino, Piccioli scende la scalinata di Piazza di Spagna contornato dalle atelieriste, le stesse che lo salutarono definitivamente nel 2024 con uno striscione: ‘Siamo troppo giovani per essere già senza sogni’ — verso tatuato sulla pelle dello stilista, che sembra tornare in ogni giardino che disegna.

Ad affiancarlo anche a Parigi, una squadra di giovani talenti chiamata a ricostruire da zero la grammatica sartoriale della maison per il suo debutto haute couture: segni di un metodo che unisce l’estro di chi crea all’anima di chi realizza. È qui che prende forma la modernità di Balenciaga: le maestranze non sono più figure invisibili chiamate a eseguire un disegno, ma parte integrante del processo creativo. La couture torna a mostrarsi per ciò che è sempre stata: un’opera collettiva costruita attraverso eccellenza tecnica e libertà. Due abilità umane virtuose che si ritrovano nella realizzazione dell’abito da sera, interamente rivestito da 24.000 petali di satin — ritagliati e ricamati a mano uno ad uno — frutto di una lavorazione che ha richiesto centinaia di ore di applicazione e dedizione.
Uso intenso del colore e poesia segnano una netta distanza dallo stile di Demna, costruito sull’ironia e sulla critica dei codici del lusso. Piccioli è attento all’emozione, alla fragilità, alla relazione. Nel suo giardino, il corpo e il ritorno all’umano sono i codici narrativi — dai volumi scultorei ai cappotti rigidi, dalle piume alle migliaia di petali ricamati a mano. La figura femminile resta al centro: Eva non è più un’icona distante, sfila con presenza terrena.
La scelta dei materiali riporta al dialogo con il fondatore della maison e, con altrettanta chiarezza, al futuro. Il neo-gazar — tessuto inventato da Cristóbal Balenciaga nel 1958, riportato in vita da Piccioli come linguaggio della purezza per trattare superfici esterne e strutture interne senza rigidità — è di per sé un materiale ribelle, rigido come il metallo, indomabile per chiunque tranne che nelle mani di Cristóbal, che lo plasmò come argilla rivoluzionando la costruzione sartoriale con volumi senza peso. Al suo fianco, l’AMSilk: nuova fibra di ricerca etica, seta bioingegnerizzata ottenuta per editing del DNA, più resistente dell’acciaio e priva di petrolio — innovazione tecnologica al servizio del gesto artigianale.

All’apice dell’Eden arrivano le piume, protagoniste assolute della collezione: a dar loro vita è Philip Treacy — il modista irlandese che in questo giardino sembra vestire i panni di un creatore di ali più che di cappelli — già presente nell’atelier Balenciaga ai tempi di Demna, ma qui al servizio di un linguaggio opposto. Sul capo della top model Gigi Hadid, piume nere lucide avvolgono la testa, le spalle e il petto lasciando affiorare solo il viso: creature più che accessori.
Durante la sfilata, alcuni abiti tornano in scena una seconda volta, ridotti a pura silhouette nera, come ombre di sé stessi — un modo per azzerare lo sguardo e restituire la forma alla sua essenza.
A chiudere la sfilata è Anok Yai, la stessa modella che l’ha aperta, con un abito da sposa bianco — linee morbide eppure austere, risolute e leggerissime — ispirato a un modello di Cristóbal Balenciaga del 1967. È lo stesso abito, conservato al Met di New York, a cui Piccioli aveva dedicato il suo primo post da direttore creativo nel 2018: un legame che precede di anni la nomina a Balenciaga. Il 1967 è anche l’anno di nascita di Piccioli — non destino, come dice lui, ma una coincidenza. L’eredità non si emula, si eredita nel corpo. Anche la tecnica lo conferma: per alcuni capi, i corpi delle modelle vengono scansionati in tre dimensioni, e i movimenti registrati diventano lo stampo su cui la creazione prende forma.
Non c’è sfida, né retorica. Nel paradiso di Piccioli non c’è nemmeno condanna: se nell’Eden il frutto proibito segnava la fine dell’innocenza, qui il frutto è la couture stessa, luogo in cui meraviglia e desiderio convivono. Tutto ricomincia dal corpo.




