Un tessuto nato dagli alberi, disteso sui ghiacciai come un respiro, poi cucito in abiti, visioni, incontri. Glacial Threads: Dalle Foreste ai Tessuti del Futuro è una forma viva di pensiero collettivo. Un ecosistema in trasformazione dove le opere di Michelangelo Pistoletto si intrecciano a workshop, dibattiti, performance e pratiche condivise.
Al Castello Gamba di Châtillon, il progetto – curato da Fortunato D’Amico e promosso da Cittadellarte in dialogo con le Nazioni Unite – attiva un’esperienza porosa e necessaria, capace di far vibrare insieme arte, sostenibilità e tecnologia. Un percorso che si muove tra forma e materia, tra rigenerazione e responsabilità, intrecciando linguaggi e discipline in una nuova grammatica ecologica.
Il Terzo Paradiso, la Venere degli Stracci, la Mela Reintegrata, gli abiti etici nati dal dipartimento moda BEST: ogni elemento è un frammento di una visione più ampia, che si sottrae alla retorica green e lavora su un’estetica profondamente politica. In questo progetto l’arte non viene esposta, ma agisce. Si fa pelle, mantello, riflessione attiva, aprendo varchi dentro la crisi climatica.
Ne abbiamo parlato con Fortunato D’Amico, curatore e figura centrale nei processi artistici che trasformano la cultura in pratica viva. In questa conversazione ci accompagna dietro le trame del progetto, tra sfide logistiche, visioni radicali e quell’urgenza ineludibile: fare dell’arte un dispositivo di pace preventiva.

Il titolo della mostra, Glacial Threads, evoca un filo sottile e vitale che collega natura, tecnologia e cultura. Com’è nato questo concept e in che modo ha guidato le tue scelte curatoriali?
Il concept nasce da un progetto promosso da Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, in particolare da un dipartimento interno che si chiamava BEST (Biological Ethical Sustainable Trend), oggi evoluto in Better Ethical Think Tank. È un’area che si occupa da anni di moda sostenibile e ha lanciato, insieme alla Camera Nazionale della Moda e al simbolo del Terzo Paradiso, il marchio della moda etica a Milano.
Questo dipartimento ha collaborato con il gruppo austriaco Lenzing, che produce fibre tessili biosostenibili a partire dal legno, quindi dalla cellulosa, proveniente da foreste gestite responsabilmente. Da questa ricerca è nato un tessuto innovativo, capace di proteggere i ghiacciai: non li salva in senso assoluto, ma rallenta lo scioglimento grazie alla sua capacità di riflettere calore.
Quando il tessuto esaurisce la sua funzione tecnica, viene recuperato e riciclato per diventare abiti nella moda sostenibile. È un esempio virtuoso di economia circolare che abbiamo già presentato in contesti ufficiali, anche alle Nazioni Unite a Ginevra.
Tutto questo entra in un progetto molto più ampio, iniziato attorno al 2014-2015, in cui Cittadellarte ha collaborato con l’ONU alla tutela delle foreste. La deforestazione è legata anche all’industria della moda, che dipende largamente dalla cellulosa. Così è nato un percorso che oggi trova una sua sintesi espositiva in Glacial Threads.
Questo tessuto derivato da fibre cellulosiche sostenibili rappresenta un’intersezione concreta tra ricerca scientifica, moda e arte. Quanto è importante che l’arte contemporanea torni a essere anche laboratorio materiale e non solo concettuale?
È fondamentale. Questo è un tema che era già centrale nel 1992, durante il World Summit di Rio de Janeiro, dove si è sancita l’Agenda 21 dell’ONU. Lì si è compreso che non esiste un “Pianeta B” e che ogni settore – artistico compreso – deve assumersi una responsabilità sociale, ambientale ed economica.
In quell’occasione, alcuni artisti vennero invitati a riflettere sul loro ruolo. L’arte, da allora, non è più solo un prodotto estetico, ma un gesto consapevole. Michelangelo Pistoletto fu uno di quegli artisti, e da lì prese avvio un percorso che portò alla nascita di Cittadellarte.
Cittadellarte è molto più di un laboratorio: è un pensiero evolutivo. L’artista oggi è un artivatore, una figura che mette in relazione sociale, economia, ambiente, cultura. È una visione che recupera la dimensione interdisciplinare dell’arte rinascimentale, in cui l’atelier era anche impresa e luogo di innovazione. Pensiamo a Giotto o Rubens, che coordinavano decine di artigiani: l’arte era un processo collettivo, non individuale.
Questo ritorno al “fare” è decisivo. L’arte produce artificio, cioè, trasforma la natura. Ma può farlo in modo responsabile. Se quell’artificio incarna i valori di un’epoca e ne rappresenta la visione, allora diventa arte nel senso più profondo. Anche la musica, il costume, il linguaggio di un’epoca – come nel caso dei Beatles – possono essere letti come opera d’arte totale.

Michelangelo Pistoletto ha sempre lavorato sull’idea di arte come responsabilità sociale. In che modo questa mostra rappresenta una prosecuzione e un’evoluzione del suo pensiero sul Terzo Paradiso e sull’arte come pratica trasformativa?
Il Terzo Paradiso nasce da un’intuizione simbolica: il segno dell’infinito attraversato da una linea. Michelangelo ha immaginato di allargare quel punto centrale, che rappresenta il presente, tra passato e futuro. Quel cerchio centrale è il luogo in cui viviamo, l’adesso, dove il futuro si crea in ogni istante.
Il Terzo Paradiso è una rappresentazione dinamica dell’equilibrio possibile tra natura e artificio. I due cerchi esterni sono il primo paradiso – la natura incontaminata – e il secondo – l’artificio, l’epoca dell’antropocene. Il terzo è il punto in cui questi mondi si incontrano e possono generare una rinascita, se l’artificio torna a dialogare con la natura.
Per questo oggi Cittadellarte non è solo un luogo fisico, ma una rete globale. Esistono oltre 280 ambasciate del Terzo Paradiso nel mondo – città, scuole, istituzioni, artisti – che portano avanti questa visione etica e trasformativa. Pistoia, per esempio, è una di queste.
Questa mostra, e in particolare il progetto Glacial Threads, si inserisce in questa evoluzione: unire materiali, scienza, design, simboli e territorio in un’unica trama. Anche qui, al Castello Gamba, le opere non sono semplicemente esposte: dialogano tra loro, raccontano una nuova trama culturale e ambientale.
Come si collega questo progetto alla dimensione territoriale della Valle d’Aosta?
Il rapporto con il territorio è stato essenziale. Qualche anno fa, in Val Ferret, abbiamo realizzato un’opera del Terzo Paradiso utilizzando tronchi caduti durante un’alluvione, concessi dalla Regione. Lì, a 2.000 metri d’altitudine, in una baita gestita da una nostra ambasciatrice, organizziamo ogni anno incontri e performance artistiche in alta quota, con una partecipazione straordinaria.
Questa relazione tra alberi, ghiacci, natura e arte ci ha portati naturalmente a estendere il progetto fino a Châtillon. Glacial Threads nasce anche da questa esperienza, intrecciando l’opera collettiva di Cittadellarte con le opere storiche di Pistoletto, in un dialogo aperto tra locale e globale.
Grazie per aver condiviso anche questa parte dell’intervista. Di seguito trovi la trascrizione rielaborata, con struttura migliorata, linguaggio più chiaro e articolazione fluida.
Ho preservato la ricchezza dei concetti espressi da Fortunato D’Amico, mantenendone lo stile orale ma rendendo il tutto più leggibile e coerente.

Il percorso espositivo sembra costruito come un organismo vitale, dove opere, installazioni e materiali dialogano tra loro come fibre interconnesse. Qual è stata, per te, la sfida più complessa nel costruire questa narrazione così fluida?
La complessità non è tanto concettuale, quanto organizzativa. Il progetto è sostenuto da varie strutture interne a Cittadellarte, come l’Accademia diretta da Maria Canella, e il dipartimento BESTEVER, con Olga Pirazzi alla guida. Sono realtà solide, interdisciplinari, abituate a confrontarsi con il pubblico, le fiere, le istituzioni.
Il vero nodo è stato integrare le tante componenti – mostre, installazioni, incontri, performance – in un’unica visione coerente. Oltre all’allestimento, abbiamo in programma sei appuntamenti pubblici tra luglio e settembre, dentro e fuori il Castello. Uno dei momenti chiave sarà il concerto di Alberto Fortis, il 10 agosto a Saint-Vincent, dedicato alla pace preventiva.
Fortis ha sposato il progetto artistico e sociale di Cittadellarte. È un artista impegnato, e la sua partecipazione dimostra che la musica, come tutte le arti, è un artificio che porta responsabilità. È proprio questo il cuore del pensiero di Pistoletto: ogni forma creativa – musica, moda, design, arte visiva – è una forma di azione sul mondo. E questa mostra cerca di farlo capire, evitando che lo spettatore si fermi solo all’estetica.
L’estetica è l’ultima tappa di un processo. Prima c’è l’etica: i principi che ispirano il progetto. Poi c’è il progetto stesso, che li traduce in forma. Solo alla fine arriva la manifestazione estetica. Capire questo processo è fondamentale per dare senso al concetto di sostenibilità vera, non solo apparente.
La sostenibilità oggi è spesso comunicata in modo superficiale, attraverso un immaginario green molto estetizzante. In che modo questa mostra riesce a evitare quella retorica e a proporre invece un pensiero critico e radicale?
La evitiamo perché non vendiamo estetica, ma processi di cambiamento. Chi partecipa a questo progetto – io come curatore, Pistoletto come artista, Cittadellarte, le persone coinvolte – agisce già nel cambiamento, vive quel processo in prima persona.
Lavoriamo contemporaneamente sulle tre dimensioni della sostenibilità: ambientale, sociale ed economica. Sociale significa cultura, comportamento, relazioni umane. Non è qualcosa di astratto, ma un cambiamento concreto del nostro modello di vita. E quando parliamo di moda, di ghiacciai, di materiali rigenerativi, non stiamo facendo estetica, ma intervenendo sul senso dell’artificio.
Il Terzo Paradiso, oggi, è un segno condiviso: non è più solo di Pistoletto. Esistono migliaia di varianti nel mondo, ma chi lo usa deve confrontarsi con l’etica che quel segno rappresenta. È una formula, una struttura che consente a tutti – artisti, scienziati, cittadini – di ragionare sul cambiamento, e di produrlo.

Se dovessi scegliere un’immagine, un simbolo o un gesto che rappresenta al meglio lo spirito di questo progetto, quale sceglieresti? C’è qualcosa, oltre il Terzo Paradiso, che senti particolarmente emblematico?
Il simbolo che scelgo è l’equilibrio. Tutto quello che stiamo facendo ruota attorno a questa parola.
Per cambiare il mondo, dobbiamo agire su tutti i livelli del sistema umano: economia, cultura, società, ambiente. E dobbiamo farlo in chiave preventiva, senza aspettare il disastro. La pace preventiva, come dice Pistoletto, è un progetto vero, non un’utopia astratta. Va pianificata, costruita, comunicata.
Pensiamo all’Agenda 2030 dell’ONU, con i suoi 17 obiettivi: è un quadro di riferimento concreto. Lavorare sull’equilibrio globale significa affrontare il cambiamento climatico, ma anche la povertà, l’accesso all’acqua, la giustizia sociale. Non possiamo più permetterci un mondo in cui si produce per distruggere, in cui si consuma senza consapevolezza.
Il progetto dei ghiacciai è un esempio emblematico: se proteggiamo i ghiacciai, le popolazioni locali possono restare nei loro territori, senza migrare a causa della crisi climatica. Oggi ci sono oltre 50 guerre attive nel mondo, e molte sono causate dal degrado ambientale. La gente combatte per l’acqua, per la terra, per sopravvivere.
Ecco perché la parola chiave è equilibrio.
Siamo ai piedi del Monte Bianco e vicino al Gran Paradiso: simbolicamente, siamo in una terra che da secoli richiama armonia e sacralità naturale. Mi auguro che la Valle d’Aosta possa diventare la valle dell’equilibrio. Sarebbe un grande segno per il futuro.



Condivido tutto l’articolo di Fortunato D’Amico grande conoscitore di Pistoletto dell:etica sottostante ai lavori collettivi. E mi fa gioire questo tessuto protettivo per i ghiacciai. Sono amante del Miage nido di ghiaccio della Dora Baltea fiume che ho studiato e riportato come vitalità in arte