Pixel e Pibiones: Beatrice Vigoni intreccia digitale e tradizione nel murale di Sarroch

Conosciuta per il progetto Crypto Ma-Donne, in cui rilegge la figura femminile attraverso l’estetica digitale e il linguaggio NFT, Beatrice Vigoni è oggi protagonista a Sarroch, una cittadina nella provincia cagliaritana, di un intervento di riqualificazione urbana voluto dall’amministrazione comunale. Si tratta della sua seconda opera muraria, dopo l’esperienza del progetto Zacamil, e rappresenta un passaggio importante nel suo percorso: dal digitale allo spazio pubblico, dalla dimensione virtuale alla materia del muro, mantenendo intatta la coerenza concettuale della sua ricerca.

A Sarroch, la pixel art diventa strumento di indagine culturale. L’artista parte dallo studio delle tradizioni locali – tessitura, costumi, rituali collettivi – per costruire un’opera che non si impone sul territorio, ma nasce dal dialogo con esso. I motivi geometrici dei tessuti, la tecnica dei pibiones, le simbologie legate alla Sartiglia e alla pavoncella si trasformano in elementi visivi modulari, capaci di connettere memoria e contemporaneità.

Il muro scelto, situato nella piazza del mercato, diventa così uno spazio identitario condiviso. Coinvolgendo anche volontari e giovani del centro sociale, l’intervento assume una dimensione partecipativa, trasformandosi in gesto collettivo. In questa intervista Vigoni racconta come l’arte pubblica possa diventare ascolto, restituzione e costruzione di appartenenza.

Beatrice, nei tuoi interventi di riqualificazione urbana, emerge sempre una forte attenzione al dialogo con il territorio. In che modo hai costruito questa relazione qui a Sarroch, piccolo centro della provincia di Cagliari?

Quando vengo chiamata per realizzare opere d’arte o interventi di riqualificazione urbana, la prima cosa che faccio è cercare informazioni legate alle radici profonde e alle tradizioni del luogo. La caratteristica del mio progetto è proprio questa: andare alla ricerca delle tradizioni popolari che hanno contribuito a costruire l’identità culturale di un territorio e, più in generale, di un paese.

In particolare, mi concentro sul lavoro e sulla condizione delle donne. Qui in Sardegna ho scoperto che il lavoro maschile e quello femminile erano strettamente interconnessi: gli uomini, attraverso la pastorizia e l’agricoltura, fornivano materiali e strumenti; le donne li trasformavano, creando oggetti e accessori innanzitutto funzionali alla vita quotidiana.

La creatività locale diventava così un simbolo identitario della comunità che la produceva. Ancora oggi è evidente il forte legame che la popolazione sarda mantiene con le proprie radici territoriali: si pensi, ad esempio, al fatto che ogni paese possiede un proprio abito tradizionale e una festa caratteristica. Anche Sarroch ha il suo!

Ho scelto di rappresentarlo al centro della composizione del muro, e la comunità è stata entusiasta di riconoscersi non solo nel costume, ma anche nei decori che ho inserito. Alcuni abitanti mi hanno persino portato tessuti e cesti realizzati dalle loro nonne, che riprendevano proprio quei motivi: per me è stato profondamente emozionante vedere dal vivo il frutto di quel lavoro minuzioso. Un altro momento di grande connessione è stato quando alcuni volontari hanno partecipato alla realizzazione di una parte del murales.

La tua ricerca sulla Pixel Art sembra entrare in risonanza con alcune tradizioni visive e manifatturiere locali. Vedi punti di contatto tra questo linguaggio contemporaneo e le tecniche tessili o artigianali sarde?

Assolutamente! Ho studiato il volume Tessuti. Tradizione e innovazione della tessitura in Sardegna (Ilisso Editore), con il coordinamento di Paolo Piquereddu e il coordinamento redazionale di Anna Pau, nel quale sono presentate decorazioni meravigliose. A partire da queste suggestioni ho rielaborato e reinterpretato alcuni decori di cestini, tappeti, coperte e scialli. 

Nel corso della ricerca ho notato con stupore che, soprattutto la tecnica dei pibiones, sembra richiamare l’estetica della pixel art. Ma, più in generale, sia il filo arrotolato a spirale dei cesti, sia i motivi geometrici dei tappeti evocano con forza la struttura modulare e geometrica tipica della pixel art.

Durante la fase di studio per il murale hai approfondito riferimenti iconografici e culturali specifici, dalle capre legate all’immaginario di Maria Lai fino al simbolo della Pavoncella. Quali scoperte ti hanno maggiormente colpita e come si sono tradotte nell’opera?

Al di là della ricerca sui decori e sui ricami, ho approfondito anche lo studio dei costumi tradizionali, delle feste popolari e degli artisti locali che hanno lasciato un segno profondo nel territorio.

Maria Lai è stata sicuramente una di queste figure. La sua produzione artistica è unica per il legame profondo con la storia e l’identità della Sardegna, ma anche per il coraggio con cui ha saputo superare e ridefinire i condizionamenti culturali legati ai ruoli di genere. Ho trovato particolarmente potente il rapporto che instaurò con la Cooperativa Tessile Artigiana Su Marmuri di Ulassai: uno scambio vivo tra tradizione tessile e innovazione artistica, un dialogo fertile tra saperi antichi e ricerca contemporanea. Questo intreccio tra arte e artigianato mi ha profondamente colpita.

Nel murale ho scelto di rappresentare anche un Cavaliere della Sartiglia. Ciò che mi ha affascinata maggiormente di questa giostra è la sua dimensione rituale, che ho scoperto essere alla base di molte pratiche creative e quotidiane della cultura sarda. Soprattutto la figura del su Componidori, sacra e androgina, perde la propria identità individuale per incarnare un destino collettivo, diventando simbolo della comunità che rappresenta e celebra nella sua cavalcata.

Un altro rituale prezioso è quello legato alle pavoncelle, simboli augurali che accompagnano momenti importanti della vita e che, in alcune tradizioni, sono legate a formule e gesti propiziatori per il matrimonio. Nel progetto iniziale erano presenti anche i Mamuthones: una celebrazione densissima di significati, legata a riti arcaici, al ciclo della natura e alla memoria collettiva!

Per quale ragione è stato scelto proprio questo muro come superficie d’intervento? Quali caratteristiche architettoniche o simboliche lo hanno reso particolarmente significativo?

Il muro donato da Sarroch è particolarmente significativo perché si trova nella piazza del mercato, un luogo che rappresenta uno spazio di incontro e di raccoglimento, non solo commerciale ma soprattutto culturale e umano. Sono onorata di aver avuto la possibilità di raccontare le persone proprio in un contesto così carico di significato per la comunità.

Inoltre, la struttura stessa del muro, molto lungo e scandito da colonne, mi ha ispirata e mi ha permesso di articolare il racconto visivo in più capitoli, affrontando diversi aspetti della tradizione sarda all’interno di un’unica grande composizione.

Il progetto ha previsto anche un coinvolgimento diretto della comunità locale. Come si è sviluppato questo confronto e che tipo di contributo ha portato al lavoro finale?

Come accennavo prima, il coinvolgimento dei volontari e la partecipazione dei ragazzi del centro sociale di Sarroch sono stati momenti profondamente emozionanti.

Mi hanno aiutata a dipingere una parte del muro e insieme abbiamo scritto “Sarroch”, tracciando le lettere a partire dalla griglia dei pixel, utilizzando la livella per mantenere l’allineamento preciso delle linee. Sono stati tutti bravissimi: la loro scritta è diventata il titolo e, allo stesso tempo, la dedica dell’intera opera!

Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi prossimi progetti o sulle direzioni verso cui si sta orientando la tua ricerca?

Mi trovo in una fase del mio percorso artistico in cui sto esplorando in modo sempre più approfondito la manifattura tradizionale italiana. Desidero trasportare le grafiche nate in digitale nell’artigianato tipico italiano, creando un dialogo tra antico e contemporaneo. È un modo per costruire un ponte tra linguaggi apparentemente distanti: da un lato la matrice digitale e modulare, dall’altro il sapere manuale, lento e stratificato della tradizione.

Ciò che mi interessa non è soltanto la tecnica, ma l’eredità culturale che essa custodisce: un insieme di gesti, ritualità e forme che hanno attraversato generazioni, sedimentandosi nell’immaginario collettivo. In particolare, il lavoro silenzioso delle donne, i dettagli della quotidianità nati dalle loro mani, fatto di cura, precisione e trasmissione.

La matrice concettuale del mio progetto nasce proprio dalle radici profonde della nostra cultura, che hanno influenzato, e in parte continuano a influenzare, la vita e i ruoli delle donne fino a oggi. Credo però che lo sguardo delle nuove generazioni sia fondamentale: il sapere deve poter essere flessibile nel tempo, capace di trasformarsi nelle forme e nei linguaggi, pur rimanendo fedele alla propria sostanza.

È proprio in questa tensione tra permanenza e trasformazione che si colloca il mio lavoro.

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Mattia Casanova
Mattia Casanova
Laureato in Economia e Gestione degli Eventi Culturali, il suo percorso lo ha portato a specializzarsi in Content Management e Web Design per il settore Artistico. Ha vissuto a Venezia, Londra e Cagliari.

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