“Il 28 giugno 2025 è stata l’ultima serata del Plastic dal 1980 il suo orgoglio è quello di aver accolto tra le sue mura persone e storie straordinarie è solo grazie a tutti voi che il Plastic ha fluttuato leggero e tentacolare nelle notti di Milano per oltre 4 decenni grazie per aver partecipato ad una festa che per noi è stata unica e sorprendente che la festa continui!”
È con queste parole che uno dei club più famosi d’Italia, sulla sua pagina ufficiale, ha salutato i suoi “animali notturni” per dirla alla Tom Ford, o i suoi nottambuli, “nighthawks”, per citare Hopper: tutti coloro che ne hanno animato le serate, da clienti o da parte dello staff. Perché al Plastic da cliente affezionato potevi ritrovarti a lavorarci, oppure, da persona che ci aveva lavorato, finivi per restare eternamente un cliente affezionato.
La lapidaria notizia è stata data due giorni fa da Rolling Stone, ma aleggiava da settimane tra gli assidui frequentatori del club, o tra chi ne è stato parte attiva: nessuno voleva crederci né pensarci. Nato nel dicembre dell’80 per mano di Lucio Nisi (scomparso nel 2019) e di Nicola Guiducci, il Pastic si è avvalso in questi anni anche della guida di Rosangela Rossi, per tutti “la Pinky”.
Avevo letto giusto qualche giorno prima un articolo che parlava della crisi del clubbing in Italia, e il Plastic, oltre che esserne pilastro istituzionale, era una vera e propria calamita per tutti: non c’è stata una volta nella mia vita, tornando a Milano per qualche mostra a mia cura o per qualche evento a cui partecipare, che col mio giro di amici milanesi non abbia detto: “Oh stasera Plastic eh!”. Di solito si trattava della serata “The Match”, quella del mercoledì che un tempo era stata della domenica (che allora si chiamava “Match à Paris”) e che negli ultimi mesi era spostata al giovedì: la serata dove ti potevi ritrovare a ballare sulle note di Britney Spears fino a quelle di Roman Flügel, e dove sullo sfondo potevi trovare proiettato qualche film d’autore, quelle chicche che piacciono tanto ai cinefili incalliti come me, tipo il cinema di Leos Carax.

Negli anni in cui vivevo a Milano il Plastic si era spostato da pochi anni nella sede in cui ha vissuto fino ad oggi, in via Gargano 15, vicino alla Fondazione Prada: una scelta che fu obbligata e che molti dei veterani non avevano ben digerito, ma che io (come tanti) avevamo ben accolto. Ancor prima era nella storica sede di Viale Umbria, quella che l’ha reso celebre, e il cui indirizzo “Viale Umbria 120” era la granitica certezza da comunicare al tassista che ti caricava per la serata, e che ti lasciava davanti all’ingresso a barcollare un po’ prima di entrare sulle tue Jeffrey Campbell (sì, le millenials sanno esattamente di cosa sto parlando), che fossero con o senza borchie, in sottoveste con solo il chiodo sopra. Erano gli anni in cui Stefano Tarantini (ex direttore creativo di Borbonese, dj e founder di M1992, oggi consulente musicale e creativo per i brand di moda tramite il suo Santamaria Sound Studio), per tutti “Dorian”, era il mastermind della serata del venerdì, quella del “London Loves”, lapalissiano richiamo alla canzone dei Blur: la serata infatti era permeata da uno spirito indie e underground, concepita come una celebrazione continua delle sottoculture.
Al “London Loves” ho visto una marea di live di ciò che allora aveva un hype pazzesco: Kreayshawn (quella di hit come “Gucci Gucci” e “Go Hard”) in una serata sponsorizzata da Moschino, Brooke Candy, Unicorn Kid, e per un pelo (perché poi l’organizzazione del live non andò in porto) non sentii anche Azealia Banks; ciò che godeva di un notevole hype arrivava per forza al Plastic, e ci arrivava prima che in tutti gli altri club italiani (dove forse non è mai arrivato). Potevi ballare dagli Smiths a Beyoncé con la stessa disinvoltura.

Era il 2012 e con un mio amico dell’epoca, dopo aver fatto chiusura al Plastic, andammo la mattina dopo in hangover a prendere parte alla performance “The Abramovic Method” di Marina Abramovic, che andava in scena al PAC: no, non come spettatori del pubblico, ma proprio come parte attiva della performance; il Plastic t’ispirava o ti faceva fare incontri incredibili, come quella sera che, post sfilata di Moschino, c’era Jeremy Scott (allora direttore creativo del brand) in consolle con Dorian.
Ma la serata che più ha reso celebre il Plastic è stata “House of Bordello”, quella con gli showcase delle drag queen (una su tutte La Stryxia) che ti rendevano il sabato indimenticabile facendo un perfetto lip sync sulle note di Mina, e che negli ultimi anni si era evoluta in “Club Domani”, progetto portato avanti dai dj Sergio Tavelli e Andrea Ratti, e che ci auguriamo possa rivivere altrove. E proprio citando le parole di Ratti: “Don’t be sad it’s over, be happy it happened!”. Chiude così un altro pezzo di storia culturale di Milano, dopo lo sgombero di agosto del Leonka. Ma la festa continua.



