Ho fatto un sogno. Un sogno in cui le fiere d’arte contemporanea non erano più soltanto padiglioni tutti uguali, pieni di stand, con opere appese ai muri, spesso senza didascalie, come se a comprenderle potessero essere soltanto gli “iniziati”, quelli già dentro al gioco, e gli altri fossero destinati a restare fuori, a guardare in silenzio. Un sogno in cui l’arte smetteva di essere un linguaggio riservato a pochi e tornava ad aprirsi, a confondersi con altri gesti, con altre voci, con altre forme di espressione.
Un sogno in cui l’arte non pretendeva di essere capita a priori, ma si mostrava per quello che era: un terreno di sperimentazione aperto, fluido, senza regole. Dove chi entrava in fiera poteva guardare un concerto, fermarsi a parlare con chi stava dipingendo, bersi una birra, stare seduto per terra a chiacchierare con gli altri visitarori o con gli artisti, fare un po’ di free style, danzare, cantare, saltare su uno skate o provare a usare una pistola da tufting per fare un tappeto, o anche solo curiosare senza sentirsi fuori posto. Un sogno in cui la distanza tra “addetti ai lavori” e pubblico sembrava ridursi, perché non serviva alcun codice di accesso: bastava la voglia di esserci, di sperimentare, di guardare, di divertirsi, di partecipare.

Un sogno in cui le persone non erano costrette a seguire un percorso preordinato, ma si muovevano liberamente, passando da un’area di sport a un laboratorio di street art, da un live set musicale a un’esposizione digitale. Dove non c’era la sensazione di sbagliare atteggiamento o di non “capire abbastanza”, ma c’era invece la sensazione di sentirsi liberi di partecipare come e quando si voleva, provando a sperimentare, curiosare, parlare, provare, fermarsi, sbagliare, ripartire. Un sogno in cui la fiera non si chiudeva in se stessa, ma si apriva come uno spazio condiviso, dinamico, in cui i linguaggi diversi convivevano senza gerarchie.
Ho fatto un sogno, sì. Poi, nei giorni scorsi, mi è capitato di andare al Superstudio Maxi di Milano, dove si teneva PLUG-MI, un festival interamente dedicato alla cultura urbana. Ho visto i laboratori di Rugzy Custom, dove con una pistola da tufting si insegnava a realizzare tappeti artistici; ho visto tatuatori all’opera, visitatori che si facevano segnare la pelle sul momento non coi soliti disegni un po’ steroetipati, ma con segni ispirati ai fumetti, ai manga, alla cultura urban e street; ho visto un parrucchiere urban che trasformava teste e barbe in performance viventi, e brand giovani emergenti che proponevano giubbotti, maglie, gonne e pantaloni con uno stile eclettico, pop, street, barocco e rococò, un mix da fine del mondo. Ho visto lo skatepark popolarsi di trick, il basket giocarsi su campi allestiti in fiera, evoluzioni di pattinaggio freestyle e gare di danza e battaglie di suoni e di movimenti.

E poi l’arte, che non stava chiusa negli stand ma si allargava ai muri e agli schermi: street art che si trasformava in installazione retroilluminata grazie a Quadrus Light, con i segni dei grandi nomi urbani che si accendevano come vetrate contemporanee: Esa, Mr. Wany, Cibo, Dropsy, Alice Pasquini, Pao, portati tutti in fiera con la collaborazione di Key Gallery, e un artista visivo, Giorgio Bartocci, che faceva il suo bravo live painting di fronte agli occhi di un pubblico affascinato di ragazzi su una grande parete luminosa, portando il gesto del graffito dal muro della città allo spazio della fiera, senza però perderne l’energia.
E ancora l’arte phygital, da Deodato Arte, con i lavori di Beatrice Vigoni e Daniele Fortuna: le CryptoMaDonne della prima, pixel pop che ribaltano icone sacre, e le sculture lignee del secondo, busti classici rivestiti di colori accesi e trasposti in versione digitale, il tutto animato ed esposto in schermi interattivi messi a disposizione dei visitatori utilizzati anche per cercare, navigare, tracciare e lasciare il proprio segno digitale. Una libertà che ha prodotto anche messaggi inattesi, liberati e libertari, come quella scritta comparsa a un certo punto su uno dei display, probabilmente lasciata da uno dei tanti ragazzi che poco distante affollavano il parterre del concerto: Free Palestine, in lettere maiuscole, e di fianco un grande cuore come un messaggio d’amore che superasse i confini e i mari e tutti i droni e i carrarmati del mondo, a dimostrazione che anche le battaglie più “calde” e impegnative di oggi possono sfondare la torre d’avorio delle fiere d’arte in maniera naturale, portate in scena direttamente dai visitatori.
La musica, poi, mixava tutto in un’atmosfera elettrica e frizzante: di volta in volta Nitro, MadMan, Faneto, Johnny Marsiglia, Tormento che si succedevano sul palco accanto ai giovani trapper delle battle, le crew di danza a sfidarsi come in un’arena improvvisata, e, intorno, luci, colori, installazioni, voci, movimenti, balli, persino un’auto, una Fiat 500, che diventava il set di una dj live: l’arte diventava davvero, al di là delle parole, esperienza immersiva, impossibile da ignorare, curiosa e bizzarra da guardare, entusiasmante da provare. E ho visto un pubblico, soprattutto giovanile, che non stava mai fermo: provava, rideva, partecipava, tornava a casa con un tatuaggio, con un taglio di capelli, con un gadeget, una maglietta, un giubbotto personalizzato ad hoc, un ricordo fatto di esperienza concreta e non solo di immagini viste al volo.
A farmi riflettere su tutto questo è stato un giovane amico che mi aveva accompagnato, Alfonso Umali, collaboratore di questo giornale e attento osservatore dei fenomeni urbani e giovanili. È stato lui, in maniera quasi naturale, senza neppure volerlo, a suggerirmi quest’idea impossibile e meravigliosa, il sogno di un’arte del futuro meno elitaria e più giocosa, accessibile a tutti: l’idea, cioè, che tutte le fiere del mondo, in fondo, forse potrebbero e dovrebbero ripartire da schemi simili a questo per diventare più aperte, coinvolgenti, capaci di attrarre un pubblico variegato, giovane, fluido, curioso e aperto a tutti fenomeni del contemporaneo, senza distinzioni. Proprio girando da un laboratorio a un concerto, da una rampa di skate a un’installazione digitale, ho capito che in fondo questa non era un’utopia, e anche le fiere più autorevoli e “seriose”, un giorno, potrebbero davvero diventare libere, gioiose, interattive, istruttive e divertenti come questa.
Un sogno? Può anche darsi. Ma forse un vento nuovo sta soffiando, ed è un fatto che non venga dai soliti corridoi dell’arte ufficiale. È un vento che soffia dal basso, dalla strada, dai laboratori, dai giovani brand e dalle start up, da chi mescola i linguaggi più svariati e non ha paura di mescolare artigianato e sport, musica e gioco, sperimentazione e quotidianità. Forse è proprio qui, tra un tatuaggio fatto sul momento, una tag che si trasforma in opera, un giubbotto realizzato a mano e un trick di skate, che si sta preparando un diverso modo di pensare l’esperienza artistica e culturale nel suo complesso. Se le fiere “tradizionali” sapranno ascoltarlo, questo vento potrebbe cambiare molte cose: portare dentro chi oggi resta fuori, abbattere il muro dell’elitarismo, trasformare la visita in partecipazione. Far tornare l’arte un linguaggio vivo, popolare, non più una liturgia per pochi ma un rito collettivo. Un sogno, dicevamo? Forse. Ma è un fatto che qualcuno, a Milano, ha già cominciato a sognarlo ad alta voce.


