La critica è morta! La critica è morta! Così lamentano, un giorno e sì e uno no, le prefiche dolenti del sistema dell’arte – e anche di quello letterario –, di casa nostra (salvo, costoro che ne lamentano la morte, non essersi in genere mai degnati di assumere una posizione scomoda che sia una, quando invece ce ne sarebbe magari stato assai bisogno). Noi, che la critica continuiamo invece indefessi a esercitarla, e non certo da ieri, anche quest’anno abbiamo deciso di cimentarci con un soggetto tra i meno abusati: non la critica di un’opera, letteraria o artistica che sia, non la critica di una manifestazione o di un premio, ma la critica, udite!, udite!, nientedimeno che delle copertine dei libri più à la page, quelli dell’appena strombazzata dozzina del Premio Strega, il più popolare e il più discusso dei premi letterari nazionali.
Che sciocchezza è questa?, vi domanderete voi. O non lo sapevano, costoro, che – da che mondo e mondo –, un libro non lo si giudica dalla copertina? Proprio per questo, rispondiamo noi: poiché a fare il pelo e il contropelo ai proverbi e agli antichi detti non si fa mai male, anche in questo caso abbiamo voluto esercitarci, dati alla mano, nel mettere alla prova tale verità: giacché, nella società dello spettacolo avanzato, dove tutto è apparenza, confezione, marketing, paillettes, in breve immagine prima che sostanza, continuare a ripetere tale vecchio adagio equivale a fingere di non vedere ciò che oramai sanno anche i bambini (soprattutto loro): ciò che è ben confezionato “fa successo”, ciò che viene presentato male, o in maniera obsoleta, finisce invece nel dimenticatoio prima ancora d’essere, non diciamo letto, ma neppure sogguardato. E, così come lo sanno i bambini, va detto che mica per niente oggi lo sanno bene anche gli uffici marketing, nonché gli uffici grafici e gli editor e via via salendo nella scala dirigenziale, delle case editrici: e non per niente, se un libro va male in libreria, qualche colpa, alle volte, finisce per averla pure quello che ne aveva decretato una brutta o scadente copertina.
E allora, per il terzo anno consecutivo, ecco che anche quest’anno ci cimenteremo con questo bizzarro esercizio di critica unica nel suo genere, libro per libro, copertina per copertina, e con tanto di voto finale, come a scuola. Esercizio programmaticamente limitato, certo, che non pretende di sostituirsi alla critica “vera”, ovverossia quella del testo (ammesso che qualcuno sappia ancora riconoscerla, poi, quando la incontra). Ma che ha un pregio non trascurabile: costringerci a guardare lì dove tutti guardano, ma dove quasi nessuno ammette di giudicare veramente, al momento cruciale della scelta: lo compro o non lo compro, questo benedetto libro? Li spendo o no, questi dannati soldi? Alle volte, per decidere, basta poco: una copertina che funziona. Dopo, sarà il testo a parlare, e nient’altro. Ma intanto la scelta (comprare o non comprare?), è già stata fatta. Ed è comunque troppo tardi per tornare indietro.
Maria Attanasio, La rosa inversa (Sellerio)

La copertina è quella, considerata oramai un classico, dei libri Sellerio: blu con l’immagine centrale. In questo caso, al centro del quadro compare un particolare di un dipinto di Thomas Lawrence, pittore inglese vissuto a cavallo tra epoca georgiana e vittoriana, celebre per i suoi ritratti di dame dell’alta società e di nobildonne: quello che, di lì a un secolo, sarà un po’ il nostro Boldini. La persona ritratta, di cui in questo caso vediamo solo la mano destra recante una rosa, è Catherine Grey, nota all’epoca come Lady Manners, aristocratica e poetessa anglo-irlandese. Lo stile della copertina, in accordo col titolo un po’ svenevole (ma tutto sommato furbo: la parola “rosa” in un titolo, dopo Umberto Eco, porta sempre qualche scampolo di fortuna), ci induce a pensare si tratti di un romanzo vagamente decadente, con languidi sospiri e qualche tocco drammatico. L’ambientazione, la si immagina tra Sette e Ottocento (il quadro, non a caso, è del 1794). Per non rischiare di rovinarci la discreta impressione della copertina, non leggiamo la quarta di copertina e ci fidiamo dell’impianto generale della copertina. Voto: 7 e 1/2.
Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia (Quodlibet)

Bizzarra scelta, questa che compare sull’ultimo libro di Cavazzoni, con una sfilza di ampolle che, ci informa la terza di copertina, altro non sono che le famose ampolle che Astolfo trovò nel suo viaggio sulla Luna, contenenti nientemeno che l’intelletto umano, anzi, pardòn, il senno perduto dell’umana stirpe. E sulla copertina di questo libro di Quodlibet campeggia in bella mostra, al centro, proprio l’ampolla di Orlando, eroe eponimo dell’intramontabile poema dell’Ariosto, ricostruita (ci informa sempre la didascalia) nel 2016 dall’associazione Viale della Formica alla Torre di Roncisvalle a Castionetto di Chiuro (fotograta da Luca Zugnoni). Fin qua, il metatesto della copertina. Ma che c’azzeccano, come diceva quel tale, ampolle, ampolline e ampollette dell’Orlando Furioso con un titolo come Storia di un’amicizia? Di cosa diavolo parlerà questo libro? Si tratterà di un romanzo, di uno scioglilingua, di un poemetto neocavalleresco o di un trattatello sull’amicizia, à la manière de Cicerone? Contravvenendo al nostro costume, l’occhio, incuriosito, ci sfugge alla quarta di copertina e scopriamo che, nel suo romanzo-mémoir, il buon Cavazzoni parla della sua amicizia con Gianni Celati, inimitabile autore dei Narratori delle pianure. La cosa può anche incuriosirci, perché Celati l’abbiamo amato. Ma le ampolle? Se il senso voleva essere che il senno di Celati era il più grande di tutti, e oggi è anch’esso custodito, con gli altri senni dei grand’uomini, sulla Luna dove lo scoverà Astolfo, beh, il cervellotico giro di pensieri ci indurrebbe già a bocciare la copertina tout court. Se poi aggiungiamo che, a guardar solo l’immagine di copertina, del libro non intravediamo nulla, non immaginiamo nulla, non pensiamo letteralmente nulla, la bocciatura arriva tonda tonda. Voto: 4.
Teresa Ciabatti, Donnaregina (Einaudi)

Diciamo subito che la copertina di per sé spacca, come direbbero i raga (o i regaz, come preferite). Impattante, curiosa, semplice, diretta, arriva dritto al lettore con un’immagine forte e seducente: ci parla di infanzia, di mare, di vacanze, di quell’inesprimibile e intramontabile sensazione di benessere e di malinconica felicità che ci dà universalmente il ricordo delle interminabili vacanze al mare di quand’eravamo bambini (interminabili perché il tempo infantile è dilatato in un eterno istante di felicità senza ombre, per lo meno nella memoria, quando si è fortunati, oltre che nella retorica memorialistica). L’immagine, che la quarta di copertina ci cinforma essere di Eleonora D’Angelo, fotografa napoletana il cui immaginario si muove tra toni caldi e colori pastello, e in cui l’infanzia prende forma come un racconto fatto di attimi trattenuti, di un presente che già si deposita come memoria, con una delicatezza luminosa e una pienezza spensierata fatta di luce, emozioni, amicizie e piccoli gesti quotidiani, ci propone in primo piano il bel volto ironico e divertito di una bambina, in vacanza in qualche posto di mare al sud (Stromboli, evidentemente, luogo d’adozione di Eleonora D’angelo per il suo “long-term project about childhood“, come ci informa il suo profilo Instagram), con in testa un polipo appena pescato. Immagine intrigante, furba quanto basta, divertita e divertente, che fa pensare a un momento di pura spensieratezza vissuta in famiglia e con gli amici. Brava Eleonora D’Angelo, che dell’isola, “l’isola bambina” come la chiama lei, ci restituisce il clima di innocenza e malinconica pienezza, brava Susanna Tosatti, autrice della cover Design.
E la terza donna, la scrittrice, Teresa Ciabatti? Di cosa ci parlerà dunque, in questo romanzo? Di un’estate indimenticabile, immaginiamo noi (e con noi il lettore), di infanzia, di amicizie e ricordi lontani. La copertina, di per sé, indurrebbe dunque all’acquisto, e alla fiducia. il voto, per quanto ci riguarda, sarebbe un bel 9 pieno. Peccato che, a veder meglio, non sia affatto così. Il romanzo non parla di estati infinite né di felicità perdute. Ci siamoinfatti trovati a leggere, quasi per sbaglio, la quarta di copertina: e qua è cascato l’asino, con un bel patatràc. “Un romanzo che interroga la verità, i corpi, la memoria”, ci dicono le poche righe di spiegazione, che ci informano che il libro racconta “la storia, vera, di un boss della camorra, Peppe Misso, costruita sapientemente con ‘i materiali di scarto’ della vicenda giudiziaria – le pieghe dei riscontri oggettivi, gli incontri con Misso”, sospesa “tra sincerità e menzogna, tra soggettività e sentenze, tra la narcisistica autopercezione del boss e lo sguardo di chi lo racconta, solo in parte corrispondente alla scrittrice“. E ancora: “Donnaregina non è solo la storia di un criminale, ma un viaggio nell’identità smarrita dell’io narrante. Un romanzo che scava nel buio altrui per illuminare le zone d’ombra di chi racconta”. E dunque? Le estati al mare, l’infanzia segnata da quel tono di assoluta e apparente e spensierata felicità cui alludono le foto della brava Eleonora D’Angelo? Che diavolo hanno a che spartire con i ‘materiali di scarto’ della vicenda giudiziaria di un boss della camorra? Nulla, a quanto pare. Se non fosse che la stessa Ciabatti, evidentemente spronata dall’ufficio stampa della casa editrice a cercare di metterci una pezza, lo spiega così, in un inutile quanto imbarazzante video su youtube: “Quella foto è molto importante”, dice l’autrice, “ e si lega al romanzo perché quel polpo sulla testa è messo a mo’ di corona. Il messaggio era che la corona può essere ovunque, ce la possiamo mettere da soli… Quindi tutti possono essere regine, e ci sono tante regine, in questo romanzo, che cercano la corona e se la mettono da sole, quindi fanno questo gesto di autonomia e di prepotenza”. Quando la pezza è peggiore del buco. Voto: 4.
Mauro Covacich, Lina e il sasso (La nave di Teseo)

Indubbiamente bella e di grande suggestione la copertina del romanzo di Mauro Covacich, affidata a un quadro di László Fehér, uno dei principali esponenti della pittura figurativa ungherese contemporanea, il cui lavoro ruota da sempre attorno a un nodo preciso: il rapporto tra immagine, memoria ed esperienza vissuta. Partito negli anni Settanta da una pittura di impronta fotorealista, segnata da un clima urbano e politico oppressivo, Fehér ha progressivamente spostato il proprio linguaggio verso una dimensione più essenziale e mentale. Le sue immagini, spesso tratte da fotografie amatoriali e archivi familiari, diventano luoghi di condensazione del ricordo: figure isolate, ridotte a presenze minime, si stagliano su campi cromatici ampi e controllati, dove pochi colori – talvolta solo due o tre – costruiscono una tensione silenziosa. L’immagine ci presenta una bambina seduta su una panchina, colta in un gesto semplice e insieme enigmatico – le mani agli occhi, come a schermare la luce o a giocare a nascondersi –, immersa in uno spazio rarefatto, quasi sospeso, dove il paesaggio retrostante si riduce a pura vibrazione cromatica. Tutto è giocato su una gamma ristretta, dominata da quel rosa irreale e pervasivo che annulla le differenze, appiattisce i piani, e insieme carica la scena di una qualità mentale, più che descrittiva. L’effetto è quello di un’immagine che non racconta un singolo episodio, ma rievoca un’atmosfera: un momento minimo, apparentemente insignificante, che però si dilata e si fissa, come accade nei ricordi più ostinati, quelli che non sappiamo bene da dove vengano ma che continuano a riaffiorare, identici a se stessi, nella nostra memoria, come certi sogni mattutini. La figura, isolata e quasi ritagliata nello spazio, sembra appartenere a un altrove: non tanto un’infanzia vissuta, quanto un’infanzia già rielaborata dal ricordo, e restituita come pura immagine mentale. E il titolo del libro? Lina e il sasso. Quale relazione possiamo immaginare tra questa bambina assorta, questo paesaggio sospeso, e un titolo che suona concreto, quasi elementare, da favola minima o da racconto di formazione? Ci aspetteremmo una storia intima, forse tutta giocata sul filo della memoria, su un’infanzia osservata a distanza, su piccoli eventi capaci di caricarsi di un valore simbolico. Un romanzo raccolto, essenziale, costruito per sottrazione, proprio come l’immagine che lo accompagna. La copertina (Progetto grafico di Pierluigi Cerri, copertina di Roberto Libanori) di per sé funziona, attrae, quasi come una calamita, con quel bel rosa che lo fa svettare in libreria. Sì, ok, direte voi, ma il romanzo? Meno ne sappiamo e meglio è, ma una veloce sbirciata alla quarta di copertina ci fa ben sperare: “Lina è una bambina di nove anni, è diversa dai suoi compagni di scuola ma è capace di accendere il cosmo intorno a lei…”. Ci basta questo, non vogliamo sapere altro. Tutto torna. Voto: 9.
Michele Mari, I convitati di pietra (Einaudi)

Rigorosamente in bianco e nero, come si conviene alla tradizione einaudiana, la copertina del nuovo libro di Michele Mari si affida a un’illustrazione di Pietro Nicolaucich, disegnatore friulano cresciuto tra montagne e foreste, il cui segno duro, netto, inciso (che fa subito pensare alla tradizione della xilografia) sembra portarsi dietro qualcosa di quella stessa natura: asciutta, essenziale, senza concessioni. In apparenza, nulla di più semplice: una lunga tavola apparecchiata, ordinata con una precisione quasi ossessiva, piatti, bicchieri, posate disposti in perfetto allineamento, sedie che si susseguono in prospettiva come in una fuga geometrica. Ma basta soffermarsi un momento perché l’immagine cominci a incrinarsi. I piatti sono sporchi, i resti del pasto ancora lì, abbandonati; le sedie, molte, troppe, sembrano aspettare qualcuno che non c’è – o che forse se n’è già andato. E poi quel topo, piccolo ma ineludibile, che si aggira sulla tavola come se fosse il vero padrone di casa. Il segno, così controllato e insieme quasi brutale, accentua questa sensazione di rigidità e perturbazione: tutto è fermo, definito, ma anche stranamente fuori posto, come se la scena fosse stata congelata un attimo dopo qualcosa che non ci è dato sapere. Una cena finita? Una festa interrotta? O, più semplicemente, una di quelle situazioni domestiche in cui il familiare scivola impercettibilmente nel sinistro? E il titolo, I convitati di pietra, non aiuta certo a rassicurarci. Chi sono questi convitati? Dove sono finiti? E soprattutto: torneranno? La copertina, nel suo minimalismo controllato, fa esattamente quello che deve fare: non spiega nulla, ma insinua. E quel tanto basta. Voto: 7 e mezzo.
Matteo Nucci, Platone – Una storia d’amore (Feltrinelli)

Qui siamo al grado zero della copertina. Titolo, sottotitolo, e quella parola in greco – éros – buttata lì, come una firma, o come una promessa. Funziona? Sì. È elegante, pulita, quasi impeccabile. Non c’è nulla fuori posto, nulla da eccepire. Ma proprio per questo lascia un dubbio. È una copertina o è un’idea di copertina? Dice qualcosa, o si limita a evocare quello che già sappiamo? Platone. Una storia d’amore. Bene. E poi? Tutto così semplice da apparire perfetto, o tutto così semplice da apparire inconsistente? La copertina è come certa arte concettuale: elegante, cool, impeccabile, ma non scalda, non disturba, non inciampa, non emoziona, non spinge a comprarlo. Un libro da tenere sul comodino, così, con nonchalance, ottimo per chi non ha fatto il classico ma si diletta a pronunciare qualche etimologia greca in società. Voto: 6 – -.
Alcide Pierantozzi, Lo sbilico (Einaudi)

Quanto sono belli, drammatici, e insieme enigmatici i quadri di Xenia Gray, autrice del dipinto che campeggia sulla copertina di questo romanzo di Alcide Pierantozzi? Drammi silenziosi, legami invisibili, inquietudini, non detti: tutto sembra accadere sotto traccia, in una dimensione trattenuta, dove le figure non agiscono ma piuttosto si espongono, come colte in un momento di sospensione mentale più che narrativa. Non è un caso. Cresciuta nella Siberia post-sovietica, tra architetture industriali e un senso diffuso di vuoto, Gray ha sviluppato una sensibilità tutta particolare per ciò che non si dice, per quello spazio intermedio tra presenza e sparizione che diventa il vero campo della sua pittura. “Il mio lavoro esiste nello spazio tra solitudine e interconnessione”, scrive, ed è esattamente lì che si collocano i suoi ritratti: in una zona liminale, dove il volto umano smette di essere descrizione per farsi territorio emotivo. “Crescendo in un ambiente segnato da un immenso vuoto e da emozioni inespresse, ho sviluppato una sensibilità per il silenzio, sia intorno a me che dentro di me”. Non è un caso, dunque, che il suo sia un universo visivo ridotto all’essenziale ma carico di tensione: pochi elementi, campiture nette, colori saturi e corpi che sembrano insieme presenti e sottratti. Volti nascosti, gesti interrotti, posture ambigue: tutto concorre a creare una sensazione di instabilità controllata, di equilibrio precario.
E veniamo allora al quadro scelto come immagine per la copertina, Zenit (acrilico e grafite su carta, 2023): un uomo, il volto quasi cancellato, o meglio schermato, coperto da una mano che insieme protegge e annulla. Non vediamo gli occhi, non sappiamo se si tratti di un gesto di vergogna, di difesa, di stanchezza o di rifiuto. Il corpo è lì, ma l’identità sfugge. E il titolo del romanzo, Lo sbilico, sorta di neologismo, instabile già nel suono, che sembra alludere a una perdita di equilibrio, a uno stare di traverso rispetto al mondo, sembra risuonare perfettamente con il tono del dipinto. Qualunque cosa sia questo “sbilico”, è infatti difficile non riconoscerlo nella postura stessa della figura: quel gesto sospeso, quella mano che insieme sostiene e nasconde, quel corpo leggermente fuori asse. Copertina riuscita, senza dubbio. Non spiega, ma inquieta quanto basta. Voto: 8.
Bianca Pitzorno, La sonnambula (Bompiani)

Sembra un dipinto ottocentesco, e invece è una fotografia. La copertina del nuovo romanzo di Bianca Pitzorno si affida a un’immagine di Mark Owen, autore abituato a costruire scene dall’atmosfera sospesa, quasi cinematografica, dove ogni dettaglio sembra alludere a qualcosa che sta per accadere – o che è appena accaduto. Il volto della giovane donna, frontale, immobile, attraversato da una luce fredda e uniforme, ha qualcosa di languido e insieme trattenuto: una figura che sembra emergere da un tempo remoto, immersa in una dimensione tutta interiore. Le piume, appena accennate, e quell’aria assorta contribuiscono a costruire un’immagine elegante, perfettamente calibrata, che promette sogni, misteri, derive dell’anima. Ma, come in ogni buon romanzo gotico, anche in questa copertina c’è un dettaglio curioso. Cercando l’immagine originale – Piume – sul sito dell’agenzia Trevillion, da cui Owen è rappresentato, si scopre che quella stessa figura è attraversata da una presenza in più: la silhouette di un cigno, aperto in volo sopra il volto, quasi a suggellare il carattere simbolico e visionario della scena. Nella copertina, invece, il cigno è scomparso. Eliminato? Mai esistito in questa versione? Due scatti diversi o una variazione sul tema? O che ci sia forse lo zampino della AI? Non è dato sapere. Eppure è anche questo slittamento percettivo – minimo ma decisivo – a sorprenderci. Una fotografia che sembra un dipinto, un’immagine che ne contiene un’altra e poi la perde misteriosamente per strada. E il titolo, La sonnambula, arriva a chiudere il cerchio: già carico di suggestioni ottocentesche, di stati intermedi, di coscienze che si muovono tra veglia e sonno, tra realtà e visione, ci mostra una figura sospesa, tra presenza e assenza, tra ciò che si vede e ciò che forse sfugge, alla vista come alla ragione. Tout se tiens.Voto: 8,5.
Christian Raimo, L’invenzione del colore (La Nave di Teseo)

L’invenzione del colore. E la copertina, puntualmente, ce lo mostra. O meglio: ce lo spiega. L’immagine, tratta dalla Technicolor Collection delGeorge Eastman Museum, New York, ci riporta a un laboratorio, a un momento quasi archeologico della nascita del colore nel cinema e nella fotografia: un tecnico di spalle, strumenti, macchinari, e attorno quei cerchi cromatici che sembrano usciti da un manuale, da una dimostrazione, da una didascalia. Tutto torna. Forse anche troppo. È una copertina che non allude, non devia, non si prende il lusso di dardi suggestioni e magari anche di sbagliare: aderisce perfettamente al titolo, lo illustra, lo ribadisce, lo conferma. L’invenzione del colore, appunto: ed ecco il colore che nasce, che si mostra, che si spiega da sé. Il fatto è che noi ci aspetteremmo di leggere un romanzo, non un trattato scientifico sul colore. Qui siamo dalle parti della buona illustrazione editoriale: chiara, coerente, informativa. Ma proprio per questo un po’ prevedibile, quasi scolastica. Funziona, sì. Ma senza scarti, senza emozioni. Voto: 6+.
Elena Rui, Vedove di Camus (L’Orma)

Quattro carte, quattro donne. Quattro come, supponiamo, le quattro “vedove” (moglie, amiche, amanti) di Albert Camus, schiantatosi in auto il 4 gennaio 1960, nei pressi di Villeblevin, insieme all’editore Michel Gallimard. L’idea è tutta qui, esposta con chiarezza quasi esemplare: quattro figure, quattro identità, quattro destini che si riflettono e si rispondono, come nelle simmetrie perfette di un mazzo di carte. Il rimando è immediato, leggibile, persino elegante nella sua economia. Eppure resta qualcosa di non risolto, o di troppo risolto. Un titolo che chiama in causa Camus, la sua morte improvvisa, il reticolo sentimentale che lascia dietro di sé, apre a una materia più ambigua, più sfuggente, meno ordinabile per equivalenze. Qui tutto torna, forse fin troppo. Poca suggestione, poca ambivalenza, poco pathos per un tema che di pathos, invece, ne lascia dietro di sé a quintali. L’immagine chiude il senso invece di aprirlo, lo sistema invece di metterlo in tensione. Vorrebbe richiamare l’asciutta eleganza adephiana, ma non ce la fa. Vorrei ma non posso. Voto: 6–.
Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca (Einaudi)

Come potremmo non innamorarci immediatamente, senza remore, del dipinto che compare sulla copertina di questo romanzo, Colibri di Senaka Senanayake? Un’esplosione di forme, colori, vita: fiori tropicali, uccelli in volo, una natura rigogliosa e quasi sovrabbondante che sembra crescere sotto i nostri occhi, senza ordine apparente eppure perfettamente orchestrata. È il mondo di Senaka Senanayake, artista che ha fatto della celebrazione della natura del suo paese – della sua energia, della sua bellezza – il cuore della propria ricerca. E qui il gioco si fa interessante. Perché Nadeesha Uyangoda, autrice italofona nata proprio in Sri Lanka, si trova a essere “rappresentata” – o forse riflessa – da un immaginario che appartiene a quella stessa origine geografica, ma filtrato attraverso una visione quasi edenica, armoniosa, piena. Un’origine, dunque, restituita come paradiso visivo. E il titolo del romanzo? Acqua sporca. Due parole che suonano come una correzione, una presa di distanza, quasi una smentita, o forse una denuncia sociale. Dove l’immagine offre pienezza e splendore, il titolo introduce opacità, attrito, ambiguità. Il cortocircuito è evidente: da una parte la natura celebrata, dall’altra una possibile incrinatura di quella stessa immagine, come se ciò che appare limpido nascondesse qualcosa di meno risolto. Ed è forse proprio in questo scarto – tra appartenenza e rielaborazione, tra immagine e titolo – che la copertina trova la sua forza. Voto: 9.
Marco Vichi, Occhi di bambina (Guanda)

La copertina di Occhi di bambina porta la firma di Giancarlo Caligaris e organizza la scena secondo una logica che sembra appartere più al noir che all’illustrazione tradizionale: uno spazio urbano visto dall’alto, figure adulte ridotte a sagome, immerse in una luce fredda e opaca che cancella i dettagli e trattiene i corpi in una sorta di sospensione. Al centro, la bambina del titolo. Il cappottino rosso la rende immediatamente visibile, la separa, la espone. Attorno, gli adulti: gruppi che si sfiorano, figure isolate, presenze che sembrano trattenere qualcosa, dire meno di quanto sappiano. Nessuno guarda davvero, nessuno si accorge. Ed è qui che la scena si carica di tensione. Perché il punto non è ciò che vediamo, ma ciò che potrebbe essere accaduto – o sta per accadere – appena fuori campo. La bambina, così isolata, così esposta, appare come una figura liminare: qualcuno che ha visto, o che sta per vedere, qualcosa che non dovrebbe. Più che protagonista, possibile testimone. Caligaris costruisce questa atmosfera con una precisione rara: pochi segni, una composizione calibrata, un uso del colore ridotto ma decisivo. Il noir, qui, è una temperatura emotiva: attesa, minaccia trattenuta, racconto che si addensa senza dichiararsi. Poi però, leggendo di straforo la quarta di copertina, si scopre che il romanzo non appartiene alla serie più celebre di Marco Vichi, quella del commissario Bordelli, e che probabilmente non è nemmeno un giallo. E allora l’immagine si sposta ancora: quella suspense, quella tensione, quel sospetto che la bambina sia una testimone – magari involontaria – restano, ma cambiano statuto. Più che anticipare una trama, costruiscono un clima, un’ipotesi di racconto che potrebbe anche non compiersi. Ed è proprio in questa ambiguità – tra ciò che l’immagine suggerisce e ciò che il testo forse nega o devia – che la copertina trova la sua forza più espressiva. Voto: 7,5.



