In una città come Roma, dove l’arte vive in ogni centimetro di strada, non è più il centro a costituire il cuore pulsante abitato dagli artisti, ma la periferia. È infatti il Mattatoio, nel quartiere Testaccio, ad accogliere le due personali Progettare il Caos di Felice Levini e Centuria di Giuseppe Salvatori.
Sempre a Roma, dove tutto ebbe inizio nel 1978, in un’epoca feroce, segnata dalla violenza e satura di imbrogli e ideologie, il gruppo di S. Agata dei Goti è stato per loro un rifugio, ma anche un laboratorio in cui arte, poesia e musica convivevano quotidianamente. Non c’era l’idea di creare un’avanguardia, ma si sentiva la semplice esigenza di liberarsi dall’abito stretto della politica e dagli anni di confusione per stare insieme e vivere le esperienze giornaliere, scambiando idee, pareri e discussioni e imparando sempre qualcosa l’uno dall’altro.
Non poteva che essere un’ex struttura industriale della periferia storica il luogo adatto a portare a testa alta il peso di queste due magnifiche esposizioni. Superata l’entrata del Mattatoio, i padiglioni 9A e 9B, uno a destra e l’altro a sinistra della piazza, sono gli spazi scelti per ospitare trent’anni di lavori, pensieri e riflessioni che moltiplicati per due diventano sessanta: Levini e Salvatori, la satira e la poesia, si specchiano l’uno nell’altro, simmetrici se posti sullo stesso piano, ma non intercambiabili.

Come chiese gemelle, i due grandi ambienti si estendono in un’unica navata delimitata da colonne metalliche e costellata da cappelle laterali, conservando quell’aura sacra e silenziosa che fa tenere il fiato sospeso. Sulle pareti, però, non ci sono affreschi né pale d’altare, eppure la pittura è sempre la protagonista, anche se in forme diverse.
Ogni lavoro ha un suo ritmo interiore, una sua autonomia, esiste a prescindere dallo spettatore. Se Salvatori trasforma storia, letteratura e poesia in immagine, traducendo quasi letteralmente ogni singola parola sulla tela attraverso colore e forma, Levini fa spesso del verbo la chiave di lettura delle sue opere, giocando con grandi rebus, frammenti visivi condivisi, archetipi culturali e icone comuni che si intrecciano, scomposti in frasi e pensieri enigmatici.

Immagini come la Margherita (1997) di Goethe, il torero Pablo (2022), I fratelli Fiore, o della morte della architettura (2009) o La resa delle armi (1996) di Giuseppe Salvatori sembrano recitare ogni singolo atto dei numerosi drammi, commedie e tragedie che viviamo oggettivamente e soggettivamente nel nostro quotidiano. Allo stesso modo, opere come Io vedo, io sento, io parlo (1982), Gladiatore (1989), Zitti e mosca! (2000) o Le tigri vanno dappertutto ma non sono da nessuna parte (2016) di Felice Levini mettono in scena uno spazio simbolico dove politica, storia e interiorità vengono decostruiti attraverso il linguaggio affilato dell’ironia.
Progettare il Caos e Centuria sono due mostre sorelle nate e cresciute insieme, concepite per raccontare quel mondo che tutti conosciamo ma che pochi rivelano apertamente; sono i titoli dati a due opere magistrali degli artisti, punti focali che catturano lo sguardo, ognuno nel proprio padiglione. Apparentemente diverse, sono in realtà due facce della stessa medaglia, la cui immagine risulta speculare solo ad uno sguardo più attento.

Realizzati nel periodo di lockdown, Progettare il Caos II/III (2022-2024) sono due striscioni di carta di dieci metri colmi di disegni fatti con il pennarello rosso, nero e verde e utilizzando la tecnica del puntinato, in pieno stile leviniano. Se visivamente risulta leggero, il doppio fregio è in realtà pesante al pari di quelli marmorei per il groviglio di icone, simboli e frasi di canzoni, riflessioni e pensieri: un flusso di coscienza umana universale, ma incredibilmente personale e intima allo stesso tempo. È la straordinaria effigie della storia dell’uomo, è ciò che eravamo, siamo e saremo: un eterno caos, nel bene e nel male.

Quello stesso caos che in Centuria sembrerebbe essere stato ordinato, obbediente e silenzioso, in realtà è solamente nascosto dal tentativo di controllo nella forma circolare. I centocinque tondi racchiudono al loro interno altrettanti ritratti, profili evanescenti delimitati da un solo lato che a due a due si guardano, generando un movimento sincronizzato. Gli elementi floreali che li compongono si animano quasi fuoriuscendo dai confini dell’opera e viaggiando sospesi tra realtà e immaginazione. È di nuovo la figura umana ad emergere, ancora confusa e circondata dal mistero della vita, ma sempre presente nonostante tutto.
Trent’anni dopo, Levini e Salvatori tornano nella città eterna per rimettere insieme i pezzi, ancora una volta. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, infatti, il caos frammentato che ci circonda non è affatto la fine di ogni cosa, ma il punto di partenza di una nuova creazione, dove tutto prende vita, ricominciando il suo viaggio.





