Il mondo dell’arte si confronta oggi con una nuova figura critica, curatrice e consulente al tempo stesso. Parliamo dell’Intelligenza Artificiale, le cui capacità di analizzare dati e riconoscere schemi aprono scenari inediti nella maniera in cui l’arte viene proposta a consumatori e collezionisti. Da un lato, si prospetta un’IA capace di offrire consulenze più “indipendenti” e “informate” rispetto agli esperti umani, forte di un accesso sterminato a informazioni storico-artistiche e libera (in teoria) da pregiudizi personali. Dall’altro lato, si afferma la convinzione che l’elemento intrinsecamente umano del “pathos” – quella risonanza emotiva e quella comprensione condivisa – possa essere veicolato unicamente da galleristi, curatori e critici in carne e ossa. È un dibattito che tocca le corde più profonde del nostro modo di vivere e valorizzare l’arte.
Cosa è il pathos?
Il termine pathos (dal greco πάθος, letteralmente “sofferenza”, “passione” o “emozione”) indica la capacità di un’opera d’arte, di un discorso o di una rappresentazione di suscitare intense emozioni, sentimenti e coinvolgimento empatico nel fruitore.
In ambito formale, la definizione di pathos trova le sue radici più profonde nella Retorica di Aristotele. Nel Libro II, Aristotele analizza il pathos come uno dei tre mezzi di persuasione (insieme al logos, la ragione, e all’ethos, il carattere dell’oratore). Per Aristotele, il pathos si riferisce specificamente alla capacità dell’oratore di suscitare emozioni nel pubblico (come pietà, paura, ira, gioia) al fine di influenzarne il giudizio e condurlo alla tesi desiderata (Aristotele, Retorica, Libro II, Capitoli 2-11, 1378a-1388b). Egli fornisce un’analisi dettagliata delle diverse emozioni e di come queste possano essere evocate attraverso il linguaggio e la narrazione.
Estendendo questo concetto al di fuori della retorica classica, nel campo dell’estetica e della teoria dell’arte, il pathos si riferisce alla qualità intrinseca di un’opera che le permette di toccare le corde emotive dello spettatore. Non si tratta semplicemente della rappresentazione di un’emozione, ma della sua effettiva trasmissione e della capacità dell’opera di generare una risonanza affettiva. Come sottolineato da numerosi teorici dell’arte e della letteratura, il pathos è cruciale per l’esperienza estetica, poiché l’arte spesso mira a muovere l’animo, a provocare riflessione attraverso il sentimento e a creare una connessione profonda tra l’opera e chi la esperisce. Ad esempio, Gottfried Ephraim Lessing, nel suo Laocoonte (1766), discute i limiti e le modalità con cui le arti visive e la poesia possono esprimere il pathos, evidenziando come la rappresentazione della sofferenza fisica e morale possa toccare l’osservatore.
Da qualche decennio, e più che mai oggi, i filosofi discutono (con una certa dose di retorica) se l’arte sia formalmente morta o no, lo fanno soprattutto dopo l’entrata in scena dei ready-made, della pop-art ed infine dell’uso dell’arte per esprimere concetti deprimendo sempre di più la forma. Ne abbiamo parlato in un paio di articoli citati in calce. Penso che tale discussione sia invero legata alla capacità, o necessità, delle opere di generare pathos.
L’IA: Un Consigliere Davvero Indipendente e Sapiente?
I sistemi di raccomandazione artistica basati sull’IA opereranno analizzando immense quantità di dati: opere d’arte, preferenze degli utenti, informazioni contestuali, e persino segnali biometrici o espressioni facciali per dedurre risposte emotive. Questi sistemi possono identificare connessioni e tendenze che sfuggirebbero a un singolo individuo, offrendo una vastità di “conoscenza” che, in termini di volume, appare sovrumana. Studi recenti hanno dimostrato progressi significativi nel riconoscimento delle emozioni da parte dell’IA, con algoritmi capaci di identificare felicità, tristezza o rabbia con accuratezza spesso superiore a quella umana, ma è solo una questione di tempo perché si abbia una accuratezza massima.
Un tale approccio, guidato dai dati, potrebbe sembrare una forma di “indipendenza”, capace di aggirare i gusti soggettivi o gli interessi commerciali che potrebbero influenzare un consulente umano. L’IA potrebbe analizzare le caratteristiche estetiche, comprendere schemi nelle preferenze dei collezionisti e offrire suggerimenti basati su sofisticate correlazioni, il tutto con notevole velocità e capacità di personalizzazione.

Il Limite della Macchina: Il “Pathos” e la Comprensione Profonda
Ma se caratteristica dell’arte è generare pahtos, allora l’arte è molto più di un insieme di stili, colori e forme; è un veicolo di emozioni, narrazioni ed espressioni culturali. È qui che l’argomento a favore dell’insostituibilità degli esperti umani per molti acquista vigore. Il “pathos” si riferisce al potere dell’arte di evocare una risposta emotiva profonda nello spettatore, un’esperienza che trascende la mera analisi dei dati.
Verrebbe spontaneo pensare che, sebbene l’IA possa essere addestrata a riconoscere e persino a imitare l’espressione emotiva nell’arte, essa manchi della capacità di comprendere o provare autenticamente tali emozioni, poiché priva dell’esperienza vissuta, della profondità emotiva e della facoltà di attribuire senso in modo autonomo (il cosiddetto ‘sensemaking’), caratteristiche proprie dell’essere umano. L’IA può identificare correlazioni statistiche, ma le sue “scelte” estetiche non deriverebbero da una riflessione intenzionale o da ragioni legate all’esperienza soggettiva, come avviene per un uomo. La sua “conoscenza”, per quanto vasta, si basa su elementi quantificabili e potrebbe non cogliere gli aspetti più sfumati e impalpabili che contribuiscono al significato intrinseco di un’opera. Ma tutto questo, che pur sembra naturale, è solo una possibilità. L’altra possibilità è che ciò che a noi definiamo “umano”, in fin dei conti è solo computazione biologica, ne ho parlato in molti, forse troppi, articoli su questa rubrica. Senza ripertermi ricordo il finale delle precedenti puntate: o il pathos è una eccedenza di Dio fatta per il suo figliuolo, oppure è di tutti, macchine comprese.
Arte come collaborazione, da ora allargata
Galleristi, curatori e critici, attraverso le loro esperienze, la loro cultura e la loro sensibilità empatica, sarebbero gli unici maestri nell’interpretare e trasmettere questo pathos. Queste professioni contestualizzano le opere all’interno di narrazioni storiche, sociali e personali che arricchiscono la comprensione e la connessione dello spettatore. Possono instaurare un dialogo, cogliere sfumature sottili e personalizzare la comunicazione in modo da favorire un coinvolgimento più intimo e profondo con l’arte.
Questo aspetto relazionale (leggi Dalle Definizioni Classiche all’Intelligenza Artificiale: Verso un’Ontologia Relazionale dell’Arte), fondato sulla condivisione dell’esperienza umana, è davvero cruciale per trasmettere quel “pathos” che rende l’arte così potente e necessaria?
Piuttosto che uno scenario di contrapposizione, il futuro della consulenza e della curatela artistica risiede probabilmente in una sinergia feconda tra Intelligenza Artificiale ed expertise umana. L’IA può trasformarsi in uno strumento straordinariamente potente, capace di potenziare le capacità dei professionisti del settore. Può aiutare a scoprire artisti emergenti, analizzare tendenze di mercato o fornire una prima scrematura personalizzata su vasta scala.
In questo modello collaborativo, il ruolo dell’esperto umano evolverebbe: non più solo depositario di conoscenza, ma anche “direttore d’orchestra“, guida che seleziona, interpreta e raffina gli output dell’IA, infondendo quell’essenziale strato di significato, contesto ed emozione. Si tratterebbe di coltivare la creatività, il pensiero critico e l’intelligenza emotiva, assicurando che il “fattore umano” resti centrale.
Conclusione
Se l’arte è ontologicamente relazionale, se a generare pathos è l’opera d’arte e l’artista, mentre il nostro ruolo, come operatori, è quello di indicare vie, perimetri e far emergere ciò che già è, attraverso relazioni formali di significato, allora assolutamente penso che la risposta alla domanda che compare nel titolo sia sì, l’IA può avere un ruolo fondamentale nel consigliare la bellezza e trasmettere il pathos.
Bibliografia
Articoli Online
Salafia, D. (2025). Dalle definizioni classiche all’intelligenza artificiale: verso un’ontologia relazionale dell’arte. Artuu.
Salafia, D. (2024). La fine dell’arte: da Wittgenstein all’AI, passando per Arthur Danto. Artuu.
Salafia, D. (2025). L’IA può produrre arte? La risposta definitiva.
Sensemaking
Il “sensemaking” è un termine della teoria organizzativa (Karl Weick) che descrive il processo attraverso cui gli esseri umani costruiscono senso partendo da eventi ambigui. Applicato all’IA, si discute se una macchina possa veramente generare significato, non solo analizzare pattern.
- Floridi, L. (2011). The Philosophy of Information. Oxford University Press.
- Coeckelbergh, M. (2020). AI Ethics. MIT Press.
- Dastin, M. (2023). AI can’t make sense like humans do, Reuters Tech Insight.
Filosofia e Teoria dell’Arte
Aristotele. (IV secolo a.C.). Retorica, Libro II, Capitoli 2-11, 1378a-1388b.
Lessing, G. E. (1766). Laocoonte, ovvero sui limiti della pittura e della poesia. Trad. it. a cura di M. Cometa, Palermo: Aesthetica, 1991.
Danto, A. C. (1997). Dopo la fine dell’arte: L’arte contemporanea e il confine della storia. Milano: Bruno Mondadori.
Belting, H. (2013). La fine della storia dell’arte o la libertà dell’arte. Torino: Einaudi.
Bourriaud, N. (2010). Estetica relazionale. Milano: Postmedia Books.
Intelligenza Artificiale ed Emozioni
Barrett, L. F., Adolphs, R., Marsella, S., Martinez, A. M., & Pollak, S. D. (2019). Emotional expressions reconsidered: Challenges to inferring emotion from human facial movements. Psychological Science in the Public Interest, 20(1), 1-68.
Cowen, A. S., Keltner, D., Schroff, F., Jou, B., Adam, H., & Prasad, G. (2021). Sixteen facial expressions occur in similar contexts worldwide. Nature, 589(7841), 251-257.
Li, S., & Deng, W. (2022). Deep facial expression recognition: A survey. IEEE Transactions on Affective Computing, 13(3), 1195-1215.
IA e Arte
Elgammal, A., Liu, B., Elhoseiny, M., & Mazzone, M. (2017). CAN: Creative adversarial networks, generating ‘art’ by learning about styles and deviating from style norms. arXiv preprint arXiv:1706.07068.
Hertzmann, A. (2020). Visual indeterminacy in GAN art. Leonardo, 53(4), 424-428.
Miller, A. I. (2019). The Artist in the Machine: The World of AI-Powered Creativity. Cambridge, MA: MIT Press.
Filosofia della Mente e della Coscienza
Chalmers, D. J. (1996). The Conscious Mind: In Search of a Fundamental Theory. Oxford: Oxford University Press.
Dennett, D. C. (1991). Consciousness Explained. Boston: Little, Brown and Co.
Searle, J. R. (1980). Minds, brains, and programs. Behavioral and Brain Sciences, 3(3), 417-424.
Critica d’Arte e Curatela nell’Era Digitale
Bishop, C. (2018). Against digital art history. International Journal for Digital Art History, (3).
Paul, C. (2015). Digital Art. London: Thames & Hudson.
Grau, O. (Ed.). (2007). MediaArtHistories. Cambridge, MA: MIT Press.
Ontologia Relazionale dell’Arte
Goodman, N. (1976). Languages of Art: An Approach to a Theory of Symbols. Indianapolis: Hackett Publishing Company.
Danto, A.C. (1981). La trasfigurazione del banale. Una filosofia dell’arte. Roma-Bari: Laterza.
Eco, U. (1962). Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee. Milano: Bompiani



