Quando il ghiaccio diventa illusione: Claudio Orlandi e l’estetica fragile dei ghiacciai che scompaiono

Quello dello scioglimento dei ghiacciai è un tema tanto urgente quanto purtroppo ancora sottovalutato. Esso non comporta solamente la scomparsa di un paesaggio millenario, ma compromette anche l’equilibrio dell’ecosistema e la nostra capacità di abitare il mondo. Il progetto fotografico Ultimate Landscapes di Claudio Orlandi, avviato nel 2008 e che va avanti fino ad oggi, intende dar voce proprio a questo fenomeno e ai disperati tentativi con cui l’uomo cerca di porre rimedio ai danni da lui arrecati alla natura. Fino al 14 giugno 2026, è il Museo Alto Garda in provincia di Trento a ospitare il progetto fotografico completo, attraverso la mostra Claudio Orlandi. Ultimate Landscapes. L’illusione del ghiaccio, a cura di Matteo Rapanà e Alessia Locatelli. In occasione dell’inaugurazione, abbiamo intervistato il fotografo.

Claudio Orlandi (Roma, 1960) non ha mai catturato la realtà così com’è: i suoi soggetti non compaiono mai nella loro interezza e, senza una chiave di lettura, non sono riconoscibili perché la sua è una fotografia che rifugge da restituzioni prettamente figurative. Al contrario, utilizza il linguaggio colto dell’arte per focalizzarsi sui dettagli più rilevanti dal punto di vista sostanziale, in modo tale da afferrare l’essenza delle cose e comunicarla. L’immaginazione degli osservatori può quindi liberarsi davanti a una realtà trasfigurata della quale vengono messi in luce, in un processo di astrazione, i rapporti cromatici, le caratterizzazioni materiche e le geometrie. 

Ciò è visibile fin dal suo primo lavoro Tatuaggi di luce (1993), in cui Orlandi fotografa un corpo nudo di donna su cui viene proiettata una diapositiva nel buio. Anche qui, il passaggio dalla realtà figurativa all’astrattismo fa sì che il nudo completo si veda solo in un paio di fotografie, e che nelle restanti esso non sia affatto riconoscibile. I lavori successivi abbandonano il corpo e la presenza diretta dell’uomo, focalizzandosi invece sui prodotti dell’agire umano. Orlandi dedica due lavori all’architettura, riproponendo la stessa pratica fotografica di trasfigurazione della realtà. Ne Il Castello (2014), il condominio Monte Amiata, nel Quartiere Gallaratese (Milano), diventa una composizione quasi astratta, fatta da triangoli, rettangoli e trapezi gialli, rossi e blu. In Per esempio la pietra (2015), gli edifici della Roma moderna e contemporanea non sono più identificabili: lo zoom diventa uno strumento di estrema sintesi geometrica, dove il materiale litico con cui essi sono costruiti è l’unico protagonista della scena. 

Claudio Orlandi. Ultimate Landscapes 12-2 2024_Courtesy of the artist

I lavori di Orlandi sulla natura cambiano soggetto, ma non procedimento. In Timeless (2016), ghiacciai quasi incontaminati, grandi distese di lava, crepacci, montagne disabitate e ampie valli non appaiono come paesaggi interi, ma come riassunti astratti. Lo stesso vale per i laghetti alpini e il polline che li abita in estate, fotografati in Mute (2018), e per i ghiacciai di Aenigma (2018), dove il ghiaccio attira Orlandi come elemento primigenio. E il ghiacciaio è il tema attorno a cui verte anche Ultimate Landscapes, esposto in mostra al Museo Alto Garda. Il titolo, letteralmente “Paesaggi Definitivi”, rimanda tanto alla sentenza definitiva cui sono condannati i ghiacciai a causa della crisi climatica, quanto alle implicazioni inevitabili che il loro scioglimento ha per gli esseri umani, le forme di vita più in generale e l’equilibrio dell’ecosistema. 

Come estremo tentativo di rimediare all’enorme danno causato alla natura, l’uomo ha avviato all’inizio degli anni Duemila una sperimentazione, poi diventata progetto permanente, consistente nella collocazione di teli geotessili cuciti tra di loro sopra i ghiacciai, per ridurre l’incidenza delle radiazioni solari e contrastare l’arretramento dei ghiacci. E’ proprio la notizia del loro utilizzo sul ghiacciaio del Presena che cattura l’attenzione di Orlandi nel 2008, il quale dà poi via a un Long Term Project, che segue proprio l’apposizione di questi tessuti sui ghiacciai europei. Quest’opera fotografica tanto complessa quanto rilevante ad oggi conta 13 serie differenti, formate da scatti ottenuti anche sui ghiacciai dello Stelvio, Rodano, Diavolezza, Zugspitze, Stubai, Paradiso dei Ghiacci, fino alla Marmolada, immortalata più recentemente. 

Il fatto è che, coerentemente con la pratica fotografica che Orlandi ha sviluppato fin dall’inizio, i ghiacciai nei suoi scatti non appaiono nella loro interezza. Si tratta di un lavoro che afferisce al linguaggio dell’arte e che confonde la percezione comune: Orlandi lascia comunque nelle proprie fotografie alcuni indizi di ciò che sta realmente fotografando (come specchi d’acqua, rocce, sedimenti…), ma, attraverso differenti modalità di osservazione e cambi di prospettiva, è come se riuscisse a catturare lo sguardo dello spettatore e “deviarlo”, almeno per un primo momento, su altro, tra giochi cromatici e astrazione geometrica. Particolarmente saliente in tal senso è la seconda serie di Ultimate Landscapes, dove, guardandone le fotografie, si ha l’impressione di trovarsi di fronte a scatti di panneggi marmorei dalla forte drammaticità emotiva e chiaroscuro. Si tratta di immagini che trasmettono, inizialmente, una certa pace a chi le vede.

Ma all’estetica subentra successivamente l’etica, e quella di Orlandi diventa una fotografia che illude e tradisce l’osservatore. Tutt’altro che panneggi marmorei, quelli ritratti negli scatti sono proprio i teli geotessili a protezione di ghiacciai che si avviano verso la fine della propria vita – in tal senso, Maria Fratelli ha avuto l’accortezza di definirli “sudari”, coperte funebri collocate sopra corpi della natura, condannati a morte dall’essere umano. Dunque, le fotografie di Orlandi rifuggono dalla realtà, liberano l’immaginazione dello spettatore, la fanno vagare, la collocano in una sorta di comfort zone, e gli lasciano il tempo di cui ha bisogno per notare però anche gli indizi da cui era stato sviato. Una volta che l’osservatore capisce di che cosa si tratta, le fotografie allora conducono allo sconforto, al risveglio, alla presa di coscienza delle conseguenze che la crisi climatica comporta per la vita e per il pianeta. Ecco che alla realtà, dopo tanta trasfigurazione, bisogna tornare. Il progetto di Orlandi si configura quindi come un tentativo di sensibilizzazione e responsabilizzazione, tanto dei governi quanto della società, per modificare come ci comportiamo nei confronti del nostro pianeta. 

Ed è proprio nell’Anno Internazionale per la Conservazione dei Ghiacciai, promosso dalle Nazioni Unite, che la mostra Claudio Orlandi. Ultimate Landscapes. L’illusione del ghiaccio arriva al Museo Alto Garda. L’esposizione diventa occasione di riflessione sui danni che l’uomo perpetra nei confronti della natura, e sui modi con cui tenta di porvi rimedio, in questo caso i teli geotessili, sospesi a metà tra la cura e l’accanimento, tra la conservazione e il controllo. «Il progetto di Orlandi ci invita a fermarci, a osservare, a interrogarci su quale modello di sviluppo vogliamo per la montagna e per il pianeta che abitiamo», affermano i curatori. E per quanto le immagini parlino già per sé, al MAG esse sono accompagnate da Unveil, installazione sonora di Alessio Mosti, ottenuta tramite la registrazione del suono concreto dello sgretolamento del ghiaccio, poi reso musica. 

In occasione dell’inaugurazione della mostra, abbiamo avuto una chiacchierata con Orlandi per comprendere ancora meglio l’essenza del suo lavoro e per dare ancora più voce ai ghiacciai. 

Claudio Orlandi. Ultimate Landscapes 12-27 2024_Courtesy of the artist

Fin dal tuo primo lavoro Tatuaggi di luce (1993), tu hai adottato un linguaggio fotografico che rifugge da rappresentazioni figurative della realtà e punta invece a un’astrazione volta a catturare l’essenza dei soggetti in questione. Come nasce questa tua pratica fotografica?  

Io sono nato artisticamente nei fotoclub romani, in un ambiente dove invece di fare serate tecniche di fotografia, si partecipava a serate a tema artistico, ad esempio sul futurismo o sul surrealismo. Quindi da lì ho iniziato ad amare l’arte in generale, non solo la fotografia: non mi sono appassionato a un tipo di fotografia prettamente reportagistica e io stesso mi sentivo non tanto un fotografo quanto un artista. Certo, uso la macchina fotografica per raggiungere i miei obiettivi, ma esprimo una poetica particolare: cerco di rifuggire dalla realtà, far allontanare chi osserva il mio lavoro dal comune senso della percezione, mettendo in difficoltà positivamente l’osservatore.

Nel corso della tua carriera, hai fotografato – e portato alla trasfigurazione – corpi, elementi architettonici e naturali. Come sei arrivato alla scelta del ghiacciaio come protagonista dei tuoi lavori? 

Io sono sempre stato appassionato di montagna, perché i miei genitori già da molto piccolo mi portavano in Val di Fiemme, in Trentino. Nel 2008 sono venuto a sapere che c’era una sperimentazione sul ghiacciaio del Presena, che veniva coperto con dei teli per rallentare la fusione del ghiaccio. Mi sono recato lì e ci ho passato giornate a fare quello che poi si è tradotto nella prima serie del progetto degli Ultimate Landscapes. Però io inizialmente dopo aver fatto questa prima serie pensavo che il lavoro sarebbe rimasto fine a se stesso. Invece, anni dopo ho proseguito, perché sono stato sullo Zugspitze in Germania e lì ho realizzato la seconda serie, ancora una volta senza documentare, ma trasfigurando: i dettagli dei teli sul ghiacciaio sembrano veri e propri panneggi marmorei. Da lì non mi sono più fermato e ho coperto un po’ tutti i ghiacciai dell’arco alpino interessati a questo tipo di pratica, che è molto costosa e che modifica anche il microclima dell’ambiente dei ghiacciai in alta quota. Per questo motivo, io non sono a favore di questa sperimentazione, ma me ne sono servito per lanciare un grido di dolore, un allarme, un urlo per cercare di sensibilizzare, ma che temo sia destinato a rimanere inascoltato.

Claudio Orlandi. Ultimate Landscapes
 2-1 2018_Courtesy of the artist

Di fatti, la tua è una fotografia che vuole responsabilizzare rispetto alla regressione tragica subita dai ghiacciai, oltre che una fotografia che afferisce al linguaggio colto dell’arte, come nel caso dell’effetto dei panneggi marmorei che hai appena menzionato. Quindi, il tuo progetto fotografico, oltre che d’arte, può essere definito di denuncia, e in ultima misura politico?

Sì, certo, assolutamente; però, purtroppo, se non si tocca con mano quello che sta succedendo, c’è molta poca sensibilità, molta superficialità nei confronti di un tema che invece ci tocca direttamente. Il problema è che per quanto questa tecnica possa funzionare, dei ghiacciai vengono salvati specialmente i tratti dove si scia, oppure i teli vengono collocati per proteggere tratti sotto cui vengono realizzate grotte di ghiaccio. In entrambi i casi sono operazioni che attirano persone e quindi indotto, anche perchè è evidente che non si possono salvare in questo modo tutti i ghiacciai. 

È anche per questo che si parlava di teli geotessili a metà tra la cura e l’accanimento.

Esatto, è un rallentare l’agonia di un candidato al trapasso, alla morte. E il candidato alla morte sarebbe il ghiacciaio.

E qui ci si rende conto di come il termine “sudario” sia stato usato perfettamente per descrivere i teli geotessili. 

Sì, infatti la prima serie di Ultimate Landscapes non ha cieli perché io ho voluto proprio ricreare già da allora delle atmosfere da fine dei tempi perchè ho visto, purtroppo, quello che sarebbe stato in futuro. 

Dalla tua prima serie sono passati 17 anni: dopo 17 anni di cammino tra i ghiacciai, ci puoi dire qual è la loro essenza? 

La loro essenza è quella che noi ci dobbiamo ritenere fortunati di poterli vedere, perché i nostri nipoti non so se li vedranno. 

Parlando di futuro, ti faccio un’ultima domanda. Nelle fotografie di Ultimate Landscapes, ma anche de Il Castello (2014) e Per esempio la pietra (2014), la presenza umana è solo indiretta: vediamo nei tuoi lavori solo le conseguenze e i prodotti dell’agire umano. Invece, in Tatuaggi di luce i corpi erano il punto di partenza delle tue opere, per quanto poi resi astratti. Possiamo aspettarci in futuro un ritorno all’uomo come presenza diretta nelle tue fotografie? 

Per ora non ho mai lavorato sulla figura umana se non in Tatuaggi di luce, dove però è mediata e sembra astratta; tranne in due o tre occasioni in cui svelavo un po’ di più, non si capiva che si trattava di un corpo nudo. Ho molti lavori ancora da pubblicare sulla montagna e sul ghiaccio in particolare, quindi al momento un lavoro futuro sulla figura umana non è in programma, però poi artisticamente e nella vita si può cambiare…

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