La 19ª Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia apre le sue porte dal 10 maggio al 23 novembre 2025, trasformando, ancora una volta, la città lagunare in un osservatorio sulle traiettorie future dell’abitare. A firmare la curatela di questa edizione è Carlo Ratti, architetto e ingegnere torinese alla guida del Senseable City Lab del MIT di Boston, uno dei principali centri di ricerca sull’interazione tra tecnologia e spazio urbano.
Il titolo scelto, Intelligens. Natural. Artificial. Collective., è già una dichiarazione d’intenti. Come afferma lo stesso Ratti: “Intelligens non è una crasi, ma il participio presente del verbo latino intelligere, derivato da intellegere. Una radice che collega italiano e inglese, ma che contiene anche il riferimento al termine gens, suggerendo la pluralità delle intelligenze, umane e non, che coesistono e collaborano.”
Tema dell’esposizione infatti è la convinzione che le diverse forme di intelligenza — umana, biologica, tecnologica — possano entrare in dialogo e cooperare per affrontare le grandi sfide del nostro tempo: dal cambiamento climatico alla rigenerazione urbana, dalla gestione delle risorse alla trasformazione degli spazi abitativi. Con il Padiglione Centrale attualmente in ristrutturazione, è l’intera città di Venezia a farsi palcoscenico.
L’edizione 2025 si configura come uno spazio vivo e dinamico, dove progetti, idee e visioni prendono forma in tempo reale, esplorando a fondo il concetto di intelligenza nelle sue molteplici declinazioni. Non si limita infatti all’intelligenza artificiale, al centro del dibattito contemporaneo, ma estende lo sguardo alle forme di intelligenza naturale e collettiva, quelle che si esprimono nei sistemi viventi, nei processi ecologici, nei comportamenti sociali e nelle reti di collaborazione tra umani e non umani.
Un concetto centrale è quello del “dialogo” tra AI e creatività umana per generare una relazione non sostitutiva ma amplificatrice, in cui l’ingegno si espande. In questa prospettiva, la Biennale si configura come un autentico esperimento culturale e politico di intelligenza condivisa: un laboratorio collettivo in cui progettazione, tecnologia e partecipazione si intrecciano per dare forma a visioni inedite di un futuro che, di fatto, è già il nostro presente, dove la presenza dei robot è ormai un dato di fatto.
Prendiamo ad esempio A Robot’s Dream, firmata da Gramazio Kohler Research (ETH Zurigo), MESH Studio e dal fotografo Armin Linke. Qui, un robot umanoide è sospeso all’interno di una struttura ellittica formata da pareti curve composte da una rete di tondini metallici assemblati da macchine. Questa maglia intrecciata non è solo un elemento strutturale, ma un dispositivo percettivo che oscura e rivela, filtra lo sguardo e guida il visitatore, suggerendo la soglia sottile, sempre più porosa, che separa e connette l’umano e l’artificiale. Lo spettatore è così invitato a riflettere non solo sulla presenza di un corpo non umano nello spazio, ma anche sul ruolo dell’architettura nell’orchestrare questa relazione.

Analogamente, Am I a Strange Loop? presenta un “laboratorio androide” in cui si svolgono esperimenti dal vivo con Alter3, un robot umanoide sviluppato dall’Università di Tokyo. Dotato di capacità di percezione, controllo degli attuatori e memoria episodica, Alter3 interagisce in tempo reale con i visitatori. Seguendo le teorie del cognitivista Douglas Hofstadter, l’opera indaga come l’autocoscienza emerga quando i processi di intelligenza artificiale associano gli output del robot ai propri input, generando un “loop strano” che si auto-riflette e costruisce un “io virtuale”.
La Biennale esplora anche il rapporto tra umanità e natura con Co-Poiesis, che ruota attorno al Fired Timber Pavilion, un padiglione costruito con legname recuperato dagli alberi abbattuti dal tifone Beibiya a Shanghai. Questo materiale viene trasformato attraverso la fabbricazione digitale, combinando la tradizionale carpenteria con la precisione robotica, dando vita a uno spazio che affronta temi di adattamento ambientale e sostenibilità. All’interno, una performance interattiva vede musicisti umani e robot umanoidi eseguire insieme percussioni e danza: i robot iniziano replicando i movimenti umani, poi elaborano questi input secondo schemi algoritmici unici, offrendo una nuova interpretazione del ritmo e del movimento.
A connettere passato e futuro è invece Ancient Future: Bridging Bhutan’s Tradition and Innovation, installazione dello studio Bjarke Ingels Group (BIG). Il progetto mette in dialogo l’artigianato tradizionale del Bhutan con la tecnologia. Al centro, una trave in legno lamellare lunga sei metri, simbolo della struttura del futuro Aeroporto Internazionale di Gelephu, scolpita in tempo reale da artigiani bhutanesi e da un braccio robotico dotato di intelligenza artificiale, che riproduce motivi tradizionali con precisione algoritmica. Questo connubio di maestria manuale e tecnologie contemporanee, invita a riflettere su come queste dimensioni possano coesistere e arricchirsi reciprocamente. Completano l’installazione tre sculture di draghi, che rappresentano le fasi storiche del Bhutan: passato, presente e futuro.
In questa tensione verso il domani si inserisce anche Lunar Ark, installazione del collettivo IVAAIU City, che immagina un centro dati sulla Luna costruito interamente da robot e aggiornato tramite comunicazione ottica laser. L’obiettivo è conservare informazioni cruciali dell’umanità in un ambiente protetto, lontano dalle vulnerabilità terrestri legate al cambiamento climatico. L’opera si compone di tre elementi principali: un terminale per la ricezione dei dati lunari, un archivio per la loro conservazione e un sistema robotico per la costruzione sulla Luna, incaricato di realizzare i primi due. Lunar Ark propone una visione a lungo termine di un’infrastruttura dati multi-planetaria, con la Luna come primo, ambizioso passo verso questa nuova frontiera.
L’impatto crescente dell’intelligenza artificiale nella progettazione architettonica è ormai un fatto e il potenziale è gigantesco, non tanto per la sua “intelligenza” in senso stretto, quanto per la rapidità con cui permette di generare visioni e bozze a partire da semplici suggestioni. Strumenti generativi come i modelli linguistici e gli algoritmi di sintesi visiva non sostituiscono il pensiero umano, ma ne amplificano le possibilità, accelerando i processi creativi e rendendo l’accesso alla progettazione aperto e almeno potenzialmente democratico. Esempio emblematico è il progetto realizzato con il Comune di Napoli, che coinvolge direttamente i cittadini nell’immaginare il futuro dell’ultima delle “vele” di Scampia. Attraverso l’uso dell’intelligenza artificiale, i partecipanti possono tradurre i propri desideri in immagini concrete, trasformando l’immaginario collettivo in materia viva di discussione e progettazione condivisa.
Intelligens. Natural. Artificial. Collective., parole chiave da tenere a mente per essere preparati ad un futuro che ci sta già venendo incontro a passo sveltissimo.


