Quando la vita diventa contenuto: perché siamo diventati tutti creators

Condivisioni, like, album pieni di foto, caroselli e reel: la nostra vita sembra scorrere attraverso lo schermo dello smartphone. Dai concerti alle partite di calcio. Persino le cene tra amici diventano scene da immortalare, illuminate dalla luce artificiale dei nostri device. Chiunque di noi può raccontare di come abbia assistito al momento clou del concerto del suo cantante preferito provando a farsi spazio nella selva di telefoni in modalità “sei in diretta su TikTok”. O addirittura sbirciando dagli schermi, in un’esperienza tra digitale e surrealtà. Una specie di vissuto “aumentato”, dove il filtro dei social media non si limita a registrare ma diventa parte integrante dell’esperienza stessa.

Non si canta più solo per sé o con chi ci è accanto, ma anche per un pubblico invisibile, remoto, che forse nemmeno guarderà quel video fino alla fine. Chi è quel pubblico e perché ci comportiamo come se fossimo degli influencer anche quando non è il nostro lavoro e non veniamo pagati per condividere ogni aspetto della nostra vita? Il pubblico, in realtà, non ha un volto preciso: è una platea indistinta che oscilla tra amici stretti, conoscenti occasionali e perfetti sconosciuti.

Non serve che guardino davvero o che commentino: ciò che conta è la possibilità che lo facciano. La semplice esposizione alla rete diventa di per sé una forma di riconoscimento. Ma da dove nasca questa “necessità” di documentare ogni esperienza – un concerto, una vacanza, una visita al museo – anche quando non c’è un ritorno economico, è una questione più sfaccettata legata anche al modo in cui sta cambiando il nostro rapporto con i social media. 

Dal blog al feed: la trasformazione del bisogno di essere visti

Nel suo libro “Extremely online”, la giornalista del Washington Post, Taylor Lorenz, nel rievocare le diverse “epoche” di Internet, evidenzia come il bisogno di fama, influenza e riconoscimento nell’ambiente digitale da parte di persone “comuni” non sia necessariamente legato alle modalità di comunicazione e condivisione dei social media ma sia iniziato con Internet stesso. Basti pensare al fenomeno delle mamme blogger del primo decennio del 2000. Con l’avvento dei social network, però, qualcosa cambia in profondità. Se i blog e i primi forum erano spazi relativamente circoscritti, con comunità definite e tempi più lenti di interazione, i social media hanno introdotto la dimensione della condivisione immediata, pervasiva e potenzialmente illimitata.

L’atto di raccontarsi non è più vincolato a un pubblico di nicchia che decide consapevolmente di leggere, ma è proiettato su un palcoscenico virtualmente infinito, in cui ogni contenuto può raggiungere chiunque, in qualsiasi momento. Inoltre, i social hanno reso misurabile la risposta del pubblico: like, visualizzazioni, commenti e condivisioni forniscono un riscontro istantaneo che trasforma ogni post in una piccola performance. Questo meccanismo di ricompensa immediata rafforza l’abitudine a documentare e condividere, spostando l’attenzione non solo su cosa raccontiamo, ma su come verrà recepito e valutato dagli altri.

Se la fase dei blog rispondeva a un bisogno di espressione personale e di appartenenza a comunità tematiche, l’era dei social ridefinisce quel bisogno in chiave più relazionale e reputazionale: si condivide per essere visti, riconosciuti, confermati all’interno di reti sempre più estese e fluide. “Quando i social media sono nati — spiega ad Artuu Maria Marino, psicologa e psicoterapeuta specialista in psicoterapia cognitiva — alcune delle nostre aspettative non erano ancora così sollecitate. Prima le nostre reti sociali erano ovviamente più concrete e questo, inizialmente, ci ha fatto percepire anche i social media come un mezzo per socializzare e condividere. Il nostro rapporto con il medium era più diretto e connesso con lo scopo apparente per cui era stato inventato: collegare le persone. Su questa base poi si sono innestati altri bisogni. Col tempo abbiamo imparato che dai social si può ottenere di più e, anche in funzione di questo, gli scopi con cui li utilizziamo si sono evoluti e con essi i bisogni correlati”. 

Condividere per esistere: il palcoscenico digitale

In questo quadro, la nostra visibilità sui social assume sempre più i tratti di un vero e proprio capitale simbolico. Non si tratta necessariamente di guadagno economico diretto, ma di un valore spendibile in altri contesti: la percezione di avere una vita interessante, ricca di esperienze e relazioni, può tradursi in opportunità professionali, riconoscimento sociale o semplicemente nella sensazione di non rimanere esclusi. La presenza costante online diventa così una forma di “vetrina personale” che ciascuno può utilizzare per definire e rafforzare la propria identità pubblica.

Forse abbiamo guardato questo tipo di contenuti per così tanto tempo da aver interiorizzato l’idea che rappresentino il modo “normale” di vivere e di raccontarsi. Ci viene naturale fotografare, filmare, condividere: non è più soltanto una performance consapevole, ma un riflesso quasi automatico, parte integrante delle nostre abitudini quotidiane. Secondo Mafe de Baggis, ricercatrice indipendente e digital strategist, autrice con Alberto Puliafito di “E poi arrivò DeepSeek” (edizioni Apogeo), “quello che stiamo vivendo è un cambiamento che riguarda anche la nostra educazione sociale: fa ormai parte delle regole implicite del vivere insieme capire che tutto ciò che postiamo è pubblico, anche quando pensiamo di condividerlo in uno spazio ‘privato’”.

Allo stesso tempo – prosegue – la dimensione digitale può trasformarsi in una forma di arricchimento del proprio posizionamento personale e professionale. Prima dell’avvento dei social, si sapeva poco della vita privata dei colleghi; oggi, invece, le piattaforme fanno emergere passioni, interessi e competenze inaspettate. I social media possono anche aiutare a far emergere la dimensione più personale trasformandola in capitale sociale di competenze che può arricchire non solo l’individuo, ma anche il suo sviluppo professionale. La discriminante, a mio avviso, è mantenere uno sguardo il più possibile aperto su queste dinamiche. Perché se è vero che le piattaforme danno voce e visibilità, resta la sproporzione tra chi produce contenuti e chi si limita a guardare, che è ancora la maggioranza: un elemento che va tenuto in considerazione per comprendere davvero come i social stiano cambiando la nostra esperienza collettiva”.

Opera di Andrea Crespi via Instagram

Tra chi osserva e chi posta: la nuova percezione del quotidiano

Il divario nei numeri tra chi racconta e chi osserva, anche per paura di restare escluso, apre un altro interrogativo: fino a che punto il racconto digitale delle nostre vite condiziona la percezione collettiva della realtà? Se la maggioranza delle persone si limita a guardare, i contenuti prodotti da una minoranza finiscono per fissare i canoni del “vivere in maniera interessante”, del “tempo ben speso”, del “momento degno di nota”. In questo senso, i social non si limitano a riflettere la realtà, ma contribuiscono a ridefinirla.

I social media – conclude Marino – offrono il modo in cui scegliamo di rappresentarci. Questo è un elemento difficile da tenere sotto controllo. Selezioniamo cosa pubblicare secondo alcuni canoni, la cosiddetta ‘instagrammabilità’ per esempio, e finiamo per assumere una coerenza in questa narrazione, offrendo una specifica rappresentazione di noi. Non è, di per sé, un male. Ma può avere delle implicazioni. Nell’immediato, ci può essere una foga di condividere, che diventa anche barriera all’esperienza diretta: guardo il paesaggio in cui cammino dallo schermo del telefono, perché lo sto vivendo mentre lo condivido. È chiaro che l’esperienza personale e relazionale cambia alla radice. Non penso sia possibile né sensato immaginare di tornare indietro o levare un atto di accusa: i social media sono un mezzo, una possibilità, e ormai la trasformazione che hanno alimentato è troppo connaturata in noi e nella società, insieme con altri cambiamenti, come per esempio l’IA. Va però alimentata, anche a livello tecnico, un’accurata riflessione che ci consenta un utilizzo etico e auto-monitorato, consapevole e funzionale alla nostra buona evoluzione, cercando di arginare le potenzialità implosive e distruttive”.

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