L’arte urbana ridà vita e senso ai luoghi abbandonati. Gli spazi dismessi diventano laboratori di sperimentazione contemporanea e il vuoto urbano si riempie di esperienze diventando terreno fertile per nuove forme di comunità e creatività. Negli ultimi anni, festival, performance, interventi artistici e progetti a lungo termine hanno preso vita in ex fabbriche, stazioni, villaggi fantasma, in cerca di quella bellezza perduta che diventa linguaggio visivo e sede di sperimentazioni creative.
La fascinazione culturale per i luoghi abbandonati affonda le proprie radici nell’antichità classica, quando già i poeti greci e latini cantavano la malinconica bellezza delle rovine, a cominciare da Troia, la città bellissima e perduta per eccellenza. Con un salto di diverse decine di secoli, il Novecento frantuma la tradizione ottocentesca del “maniero abbandonato”, in cui rivivono i fantasmi della nostra coscienza, e la ricompone in forme inedite. Le avanguardie storiche scoprono nei luoghi industriali dismessi un nuovo sublime tecnologico, dal Futurismo al Surrealismo.
È però nel secondo dopoguerra che il fenomeno assume dimensioni inedite: la devastazione bellica e il rapido mutamento urbano moltiplicano esponenzialmente i luoghi dell’abbandono, dalle periferie industriali dismesse ai centri storici svuotati dall’esodo urbano. Gli anni ‘70 vedono nascere il movimento della Land Art, che elegge spesso territori marginali e abbandonati a contesto delle proprie opere. Contemporaneamente, l’arte concettuale inizia a interrogare criticamente il rapporto tra spazio, memoria e identità. Artisti come Gordon Matta-Clark letteralmente “sezionano” edifici abbandonati, trasformando la demolizione in gesto artistico, mentre Rachel Whiteread crea calchi degli spazi negativi di architetture destinate alla distruzione. La stagione contemporanea ha visto esplodere il fenomeno su scala globale. La deindustrializzazione massiva, l’urbanizzazione accelerata e le crisi economiche ricorrenti hanno prodotto un’archeologia del presente senza precedenti storici. I luoghi dismessi, con le loro stratificazioni storiche, diventano laboratori involontari dove sperimentare nuove forme di bellezza al di fuori dei circuiti istituzionali.

Le iniziative in Italia
Dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, negli ultimi decenni i festival e le rassegne nati con l’obiettivo di far rivivere e “restituire” le testimonianze urbane dismesse sul territorio si sono moltiplicate. A Forlimpopoli, in provincia di Forlì – Cesena, tra gli spazi di un ex acquedotto, prende vita Spinadello, un centro culturale partecipato che è diventato anche location per eventi artistici e di educazione ambientale. L’iniziativa nasce da un’intuizione dell’associazione di promozione sociale Spazi Indecisi che, dal 2010, esplora il potenziale dei luoghi dismessi, trasformandoli in laboratori di memoria e sperimentazione contemporanea.
Negli anni l’associazione ha dato vita a progetti come IN LOCO – Museo Diffuso dell’Abbandono, che racconta le storie degli edifici dimenticati dell’Emilia-Romagna, e Totally Lost, una ricerca europea sui residui architettonici dei totalitarismi del ’900. Oltre a Spinadello, Spazi Indecisi è stata protagonista di esperienze come EXATR, ex deposito delle corriere oggi centro di ricerca artistica. “Ci piace definirci una sorta di archeologi del presente”, spiega Francesco Tortori, uno dei cofondatori dell’associazione Spazi Indecisi. “Abbiamo esplorato, fotografato, raccolto informazioni sui luoghi in abbandono – continua –. Da lì abbiamo iniziato a proporre percorsi artistici o di cura: mostre, performance, momenti di apertura al pubblico. Con gli artisti lavoriamo chiedendo di mettere in dialogo passato, presente e futuro di questi spazi. Forniamo informazioni, suggestioni, e poi lasciamo che ciascuno restituisca la propria interpretazione attraverso opere, performance o installazioni”. Residui della nostra urbanizzazione attraverso i quali è possibile raccontare identità, cambiamenti politici, economici e sociali.
L’arte, in questo processo, è un attivatore che apre a nuove domande, consente di entrare in luoghi nascosti e di immaginare soluzioni inedite. Dai festival diffusi come “Inno al perdersi” nel forlivese, a “Memorie Urbane” nel basso Lazio, fino al progetto “PopUp! Arte Contemporanea nello Spazio Urbano” ad Ancona, l’arte urbana ha contribuito a riconnettere il tessuto cittadino e creare un ponte tra passato e contemporaneo.
Recentemente a Marina di Massa, in Toscana, si è svolto il Post-Colonia Festival, organizzato dalla cooperativa LAMA Impresa Sociale: una settimana di mostre, performance, laboratori e dibattiti su architettura, arte contemporanea e nuovi immaginari urbani, nell’ex Torre FIAT, edificio industriale riconvertito, nel cuore di una costa segnata dalle ex colonie marine. Dal 2020 la Fondazione Elpis, insieme a Galleria Continua e Threes, promuove “Una Boccata d’Arte”, una rassegna diffusa che unisce arte contemporanea e valorizzazione dei territori. L’edizione 2025 ha coinvolto 20 artisti in 20 borghi italiani con meno di 5.000 abitanti.
Ogni artista ha vissuto un periodo di residenza, sviluppando progetti site-specific che dialogano con i luoghi e le comunità, trasformando l’Italia “minore” in un laboratorio creativo. Gli artisti Ares, Taleggio e Zero hanno dato vita a Nude Project, per trasformare colonie, officine, fabbriche e persino una vecchia nave sovietica in scenari di ricerca creativa. Ed è già alla dodicesima edizione “RestArt Urban Festival”, l’evento organizzato a Imola dall’Associazione Noi Giovani, con l’obiettivo di rigenerare i “non-luoghi” cittadini, trasformando spazi marginali in luoghi di socialità, bellezza e riflessione. “Ogni anno – spiega Cesare Bettini, urban designer e direttore artistico del festival – scegliamo un luogo urbano diverso, non deputato all’arte: scuole, palestre, parchi, sottopassaggi. Quest’anno è stato il sottopasso più grande della città. Abbiamo lavorato sul tema del colore: dodici tonalità come i dodici anni del festival, un arcobaleno come simbolo di pace e salvezza. Abbiamo coinvolto artisti urbani nazionali e internazionali, e ogni volta il festival diventa un evento temporaneo che lascia un segno duraturo nella percezione della città. RestArt ha contribuito a rigenerare Imola, portando non solo nuova arte, ma anche un modo diverso di raccontare e vivere i luoghi urbani. È stato anche un percorso educativo per i cittadini, che hanno imparato a riconoscere e apprezzare forme artistiche che prima non c’erano”.

Arte e urbex insieme per raccontare nuove storie
Accanto ai festival e ai progetti di rigenerazione, c’è chi sceglie di avventurarsi nei luoghi dismessi con occhi diversi: esploratori urbani, appassionati di “urbex” (urban exploration). Curiosità, ricerca storica e senso estetico: chi pratica l’urbex non visita solo edifici abbandonati ma ne studia architettura, tracce, residui e memorie. Spazi spesso invisibili diventano così oggetto di osservazione e interpretazione. Non è un fenomeno separato dall’arte urbana: conoscere un luogo è il primo passo per immaginare come sviluppare una connessione artistica. Le grandi pareti di un’ex fabbrica, i corridoi di un ospedale dismesso o le stanze di un vecchio albergo diventano, sotto lo sguardo attento di artisti e urbexer, spazi vivi, pronti a raccontare storie di passaggio, abbandono e rinascita.
Perché i luoghi abbandonati esercitano un fascino così potente? “Per me, fotografo ed esploratore fin da bambino – spiega Cristiano La Mantia, presidente dell’associazione culturale Ascosi Lasciti attiva nella promozione dell’urbex – il fascino sta nel cogliere oggetti dimenticati, tracce architettoniche, memorie silenziose. Il termine ‘abbandonato’ è relativo: c’è sempre qualcuno che vive vicino o trova rifugio in questi spazi. L’artista è attratto da questa dicotomia tra ciò che è stato e ciò che diventerà”. In questo senso, l’urbex può essere visto come un atto di conservazione della memoria. “Documentare questi spazi ‘fantasma’ – prosegue La Mantia – li preserva dall’oblio e crea consapevolezza. La fotografia registra il luogo così com’è in quel momento e, allo stesso tempo, evoca emozioni e riflessioni nello spettatore. Quando non ci sarà più nessuno che, attraverso foto, disegni o installazioni, racconterà questi territori, le storie verranno dimenticate. La documentazione artistica diventa così un archivio vivo, capace di conservare la memoria di spazi altrimenti destinati a scomparire”.


