Esiste la durata perfetta per una mostra? Quanto dovrebbe durare e da cosa dipende realmente? C’è, in questi termini, una differenza tra un’esposizione allestita in una galleria privata ed una ospitata in un museo o in un’istituzione pubblica? E, soprattutto, quando una mostra può considerarsi “troppo lunga”, sia in termini di calendario (le date) sia in termini di “corposità”, ovvero quantità e densità dei contenuti?
La programmazione di una mostra all’interno del calendario di una galleria privata rappresenta uno dei punti più importanti. Nel definire le date, occorre tenere conto di diversi fattori: l’alternanza e il dinamismo rispetto alla precedente e alla successiva esposizione; le esigenze dell’artista o degli artisti coinvolti; il calendario degli eventi del settore e non, per coordinarsi al meglio. Ma quanto deve veramente durare una mostra per mantenere viva l’attenzione del pubblico e far sì che non “si spenga” l’interesse? E soprattutto, ci sono strategie per continuare ad attirare visitatori per tutta la sua durata evitando quel fenomeno che potremmo definire – con una certa ironia – “noia colta”? Questo particolare sentimento nasce quando gli stimoli non mancano anzi, spesso sono numerosi e differenziati, ma finiscono poi per saturare la percezione. L’abbondanza di input, invece di alimentare l’entusiasmo, lo smorza progressivamente, impedendo di mantenere viva la curiosità e l’energia emotiva per tutta la durata dell’esposizione.
Il pubblico di una galleria medio-piccola è attratto soprattutto dai momenti “forti” di una mostra: il vernissage, il finissage ed eventuali eventi organizzati nel mezzo. Sono occasioni che invitano all’incontro, alla conversazione, al ritrovo con tante persone, amici vecchi e nuovi, magari davanti ad un bicchiere di vino offerto dalla galleria. I tempi “vuoti” di una mostra mantengono comunque un ruolo importante e servono a comunicare al meglio il progetto espositivo, a raccontare di più sugli artisti coinvolti, a promuovere la mostra attraverso fotografie, installation views e materiali online. Tuttavia, al di fuori di “eventi speciali” sicuramente l’afflusso dei visitatori tende a calare.
Negli ultimi tempi si sperimentano altre modalità espositive, ad esempio mostre prolungate nel tempo che vedono l’alternarsi delle opere e/o degli artisti di settimana in settimana, oppure esposizioni itineranti che si spostano tra più sedi. Sono tutte strategie che cercano di mantenere viva l’attenzione e stimolare il pubblico durante l’intero arco temporale dell’evento.
Ma perché accade che l’interesse cali? È altresì vero che i visitatori più affezionati non si limitano a partecipare solo all’evento inaugurale ma desiderano vedere la mostra anche in un venerdì qualsiasi. Resta il fatto che non far scemare l’attenzione ed attirare nuovo pubblico è sempre più complicato. L’offerta culturale è ampia e la tendenza a rimandare la visita (“tanto dura un mese…”) fa perdere un po’ il brivido dell’urgenza iniziale, fino al rischio di far sfuggire la mostra del tutto.
C’è, però, anche un lato positivo: un’esposizione di lunga durata permette, soprattutto in alcuni periodi dell’anno, come la stagione estiva, di intercettare turisti di passaggio e visitatori occasionali, aumentando così la visibilità del progetto. Tuttavia, la maggior parte dei turisti tende a concentrarsi sui grandi musei e sulle mostre di richiamo internazionale, lasciando meno spazio alle realtà più piccole.
Proprio nei grandi musei e nelle realtà più strutturate si genera anche un altro tipo di “lunghezza”, non quella del calendario, ma quella dell’esperienza stessa di visita. In questi contesti spesso la corposità di una grande mostra (la quantità di opere, di sale, ecc..) diventa il fattore più impegnativo per chi visita. La fruizione si dilata, la permanenza nelle sale si prolunga, insomma la durata rischia di superare la soglia di attenzione e di ricettività, trasformandola in un’esperienza estenuante. In questi casi, dopo un certo tempo, l’occhio si fa distratto e la mente di stanca, perciò scegliere di soffermarsi su alcune opere e non pretendere di “vedere tutto” può diventare un atto liberatorio: una modalità di fruizione più consapevole, che privilegia la qualità dell’osservazione alla quantità e che aiuta a restituire il sapore della “scoperta museale” e ad evitare quella sensazione di saturazione che porta, inevitabilmente, alla “noia colta”.


