Quando l’uomo scoprì il blu: la più antica traccia di pigmento nell’Europa paleolitica

Quando ci si avvicina allo studio delle origini dell’uomo come lo conosciamo oggi, non credo esista argomento più affascinante del rapporto tra quest’ultimo e ciò che siamo abituati a definire come “arte”. L’arte è forse l’attività che più ci distanzia dalle altre specie viventi, che più ci rende “umani”: la libera espressione della nostra creatività, priva di un’immediata e pratica finalità. L’arte è suono, l’arte è movimento, ma – nel bagaglio di informazioni che possediamo circa le fasi aurorali della nostra storia – l’arte è soprattutto immagini, prodotte spargendo e modellando su una qualunque superficie un colore, o ancora meglio un pigmento.

Homo sapiens utilizza pigmenti per produrre immagini da almeno 100.000 anni, Homo neanderthalensis forse da ancor prima; pigmenti impiegati nella raffigurazione di ciò che egli stesso vede intorno a sé e della propria sfuggente simbologia; pigmenti ricavati da elementi naturali, ocre argillose, carbone e via dicendo, che già nella loro varietà di sfumature testimoniano un’attenzione, una ricerca e una sperimentazione da non sottovalutare. Tuttavia, ciò che finora lasciava quantomeno perplessi, nella varietà di colori impiegati dai nostri antenati, era la rumorosa assenza del blu e del verde, non fosse altro perché la natura che ci circonda appare ai nostri occhi proprio di questi colori. Nulla, fino a questo momento, lasciava intendere che, durante il Paleolitico, l’uomo conoscesse o impiegasse pigmenti di queste tonalità nelle proprie espressioni creative.

E – invece – pare proprio che siamo riusciti a dare una voce anche a questo silenzio. Un gruppo di ricerca dell’Università di Aarhus, riesaminando materiali provenienti dal piccolo insediamento di Paleolitico finale di Mühlheim-Dietesheim, sulla sponda meridionale del tratto tedesco del Meno, ha rinvenuto, nella parte concava di una pietra dalla naturale fisionomia a ciotola, piccoli cluster di azzurrite, un carbonato basico di rame, usato da sempre proprio come pigmento. Complesse analisi archeometriche, basate sulla distribuzione del rame sulla superficie della pietra, hanno rivelato che l’originaria distribuzione dell’azzurrite si estendeva anche oltre la posizione dei cluster, segnalandone – quindi – una più ampia presenza in origine, presenza, però, limitata alla sola parte concava della suddetta pietra, e quindi non dovuta alla struttura chimica dell’oggetto.

Ecco che, quindi, un oggetto originariamente interpretato come atto a contenere una qualche forma di combustibile – una sorta di lampada per intenderci – è stato reinterpretato come un rudimentale “barattolo” per colori: la parte concava avrebbe permesso al pittore di macinare il pigmento senza disperderlo, e di poter aggiungere un qualche legante per rendere il colore pronto alla stesura e all’utilizzo. La datazione di questa palette, in linea con quella del sito – tra i 14.000 e gli 11.700 anni fa – la renderebbe la più antica testimonianza dell’uso dell’azzurrite come pigmento.

Un primo dato interessante in merito riguarda la provenienza dell’azzurrite. Nell’area in questione – il bacino del Meno – sono presenti diversi depositi di azzurrite, il primo dei quali – però – a circa 20 km a sud-est del sito di Mühlheim-Dietesheim. Inoltre, seppur occasionalmente presente in depositi di superficie, questo minerale deve per lo più essere estratto, o comunque selezionato per ricavarne le porzioni più brillanti. Queste considerazioni denotano già di per sé l’intenzionalità e la complessità delle azioni legate al suo reperimento e al suo impiego (in parole povere: qualcuno partiva appositamente per andarlo a cercare e si impegnava fattivamente per ricavarne un pigmento).

Un secondo dato interessante riguarda proprio l’impiego del pigmento blu. Sebbene – infatti – ora abbiamo la prova che venisse utilizzato, mancano ancora testimonianze certe di un suo impiego nelle forme di pittura parietale che tutti noi ben conosciamo come tipiche del Paleolitico. Sicuramente ci si può appellare alla possibilità che il pigmento blu possa essere svanito col passare dei millenni, ma il fatto che, in molti contesti, si siano conservati pigmenti potenzialmente più volatili di quelli a base di azzurrite, rende tale spiegazione quantomeno vacillante. È, piuttosto, plausibile che il blu, data anche la sua rarità (i depositi di azzurrite sono decisamente più rari del carbone o dei depositi argillosi da cui si ricavano le ocre), venisse impiegato per usi più specifici o personali, come tintura per indumenti o pigmento per gioielli, oppure in forme cosmetico-rituali di body painting o tattooing, pratiche ampiamente diffuse nel Neolitico e nelle Età del Rame e del Bronzo, e riguardanti sia il corpo umano (come attestato, ad esempio, nelle sepolture di Çatalhöyük o in contesto cicladico) sia la superficie di oggetti realizzati dall’uomo, come le statuette antropomorfe (ci sono casi documentati in Siberia e, ancora una volta, in contesto cicladico).

Non è ancora chiaro quale potesse essere l’uso del pigmento blu nel piccolo insediamento di Mühlheim-Dietesheim, ma la momentanea assenza di testimonianze di pitture parietali di questo colore, unitamente alle considerazioni fatte in merito al reperimento dell’azzurrite, inducono a credere che il suo impiego riguardasse forme simbolico-artistiche molto importanti per la comunità, ma (al momento) invisibili nel dato archeologico, e forse profondamente distanti dal nostro immaginario.

Eppure, quella ciotola con tracce di pigmento è, a prescindere dalla finalità, un oggetto vivo, una viva testimonianza di arte, che parla una lingua che riusciamo a capire.

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Massimiliano Carbonari
Massimiliano Carbonari
Massimiliano Carbonari (Perugia 1994) lavora presso la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo. Archeologo e storico per studi e passione, è ideatore e autore del podcast "Ceraunia - Storie di Archeologia", con cui cerca di raccontare l'archeologia e il passato dell'uomo ad un pubblico quanto più vasto possibile

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