L’insoddisfazione di “Bartleby lo scrivano” (1853) di Herman Melville (1819-1891) e quella di “Marcovaldo” (1963), uomo di fatica che nei racconti di Italo Calvino (1923-1985) manifesta la sua insofferenza ai turni di lavoro immaginando di raccogliere funghi e di andare al mare. Gli “eserciti burocratici” di Honoré de Balzac (1799-1850) nel libro “Gli impiegati” (1837) sono arrivati prima dell’alienazione del manager Michele Gabro, che Sebastiano Nata (1955) descrive ne “Il dipendente” (1995) e che appare oggi ancora attualissimo.
L’insoddisfazione si è trasformata in alienazione, una condizione con una radice storica (e letteraria) e una componente che, secondo i filosofi Hegel e Lukács, è connaturata nell’uomo, perché presente in ogni epoca. Una parola che, da Karl Marx (1818-1883) in avanti, troverà un dibattito fertile in diversi campi del sapere. Dal disagio sociale alla psicosi degli studi freudiani, dalla negazione dell’alienazione nell’ambiente sovietico degli anni ’60, fino a includere tutti i problemi (sovra)strutturali emersi con l’adozione dei modelli dominanti dell’Occidente, che diventano trappole per l’uomo, costretto all’interno di un meccanismo in cui il lavoro comprime ogni ambito. Ma è con i paradigmi imposti dalle società moderne e postmoderne che assume una nuova dimensione, complice il contesto storico in cui è sempre più difficile immaginare un futuro, gli spazi della sua manifestazione con le possibilità di ripercussione e diffusione (la rete) e l’adozione di un linguaggio considerato universale.
Già negli anni ’70 lo psicologo Richard Walton (1931-2021) analizza l’importanza della qualità della vita lavorativa e di un ambiente adeguato come elemento fondamentale per lo sviluppo di un’azienda, che oggi ritroviamo nelle buone pratiche di wellbeing. Se il sintomo è quel malessere che nasce come conseguenza di un disconoscimento dall’ingranaggio capitalista, la cura è l’adozione di strategie “creative” di sopravvivenza al suo interno. Sono soprattutto le nuove generazioni (la Generazione Z) a sentirsi distanti dal culto del sacrificio proiettato dalla hustle culture (cultura del trambusto) e dall’iperattività lavorativa.
Quitting(coasting), quiet quitting e quiet cracking sono parole che traducono un disagio oggettivo e descrivono un’instabilità costante, tra precariato, mancanza di proporzionalità tra impegno e risorse economiche, riconoscimenti e prospettive, con effetti psicologici importanti (burnout, stress, ansia, mobbing), creando una frattura insanabile. Il termine trova la sua diffusione con un video su TikTok nel 2022 del giovane ingegnere newyorkese Zaid Khan che descrive il quiet quitting (sostituendolo a coasting – timbrare il cartellino), raccontando le ragioni della sua scelta e affermando che “Il tuo valore come persona non è definito dal tuo lavoro […] e dalla tua produttività”. Nove milioni di visualizzazioni alimentano il dibattito pubblico anche all’interno dei grandi media, mettendo in discussione la hustle culture e trovando un amplificatore nel mezzo tecnologico, in un tessuto culturale e sociale che lo accoglie e lo adotta come nuovo mantra.
Il quitting, in tutte le sue declinazioni, diventa espressione di una lotta culturale nel tentativo di sottrarsi a un sistema tossico. Può essere un abbandono definitivo (quitting) oppure un gesto dirompente come nel caso delle Great Resignation (le dimissioni di massa del 2021). Si registrano sempre più casi in cui si decide di cambiare vita (e paradigma) allontanandosi dai grandi centri urbani (anche da parte della generazione più adulta, più indipendente economicamente), a favore di luoghi periferici in cui sia possibile recuperare un rapporto più diretto con la comunità e la natura, in linea con le necessità e le urgenze della contemporaneità (ma paradossalmente spesso ostacolate o viste con sospetto).
L’abbandono silenzioso (quiet quitting) è invece garanzia di una sussistenza in tempi di precariato e in cui il costo della vita ha un’inflazione annua sempre più alta (i dati in Italia del 3 marzo 2026 rilevano l’1,6% annuo + 0,8% a febbraio 2026, in salita rispetto al mese precedente, dati Il Sole 24 Ore). Una presenza in cui ci si limita a svolgere le proprie funzioni con uno sforzo minimo, mantenendo una certa distanza emotiva, allo stesso modo del copista Rabourdin di Melville, un «uomo senza più entusiasmo ma non ancora disgustato», che rifiuta altri compiti con un categorico “I would prefer not to”.
Tuttavia, la sopravvivenza può anche essere inconsapevole come nel quiet cracking (una crepa), un termine di recente costituzione nato nell’ambito delle risorse umane, in cui si evidenzia un aumento di soggetti che continuano a lavorare proficuamente attivando un meccanismo di adattamento e normalizzazione della condizione stressogena che li logora lentamente.
E dunque quitting vuol dire“uscire dai ranghi”, scrivono Franco Broccardi (co-fondatore e partner dello Studio Lombard DCA), Marco Enrico Giacomelli (dottore di ricerca in estetica e giornalista) e Arianna Testino (giornalista e docente), nel nuovo numero di AES ARTS+ECONOMICS #21 | 01.26, pubblicato da Studio Lombard DCA dedicato all’argomento. Quitting è una forma di autoprotezione, diversamente dal più radicale loud quitting che diventa, come specifica nello stesso numero il professor Pier Luigi Sacco (professore di Economia Biocomportamentale), “attivismo […] creando una forma di solidarietà tra chi condivide esperienze simili di alienazione lavorativa”, e dal più recente revenge quitting, l’abbandono del posto di lavoro cui segue una denuncia pubblica delle “dinamiche disfunzionali dell’ambiente”.

Camilla Previ, direttrice di Progetto Ludovico, descrive il quitting come: “Non una fuga eroica, ma una sottrazione calibrata; non un rifiuto plateale, ma una frattura intima e persistente.” Le opere di Niccolò De Napoli (Cosenza, 1986) si inseriscono in questo solco, in questo spazio latente di ribellione. Sono l’esito di un interrogarsi intorno alla questione umana, tipico della sua pratica, che restituisce una produzione di forme alterate. Interpolazioni che nascono spesso da pratiche collettive, in cui gli oggetti quotidiani sono privati della loro funzione originaria e subiscono uno slittamento di significato interpretando una condizione esistenziale. I’m here, but not entirely yours è la mostra realizzata con Progetto Ludovico, la piattaforma fondata da Lorenzo Perini Natali nel 2021 per sostenere la ricerca e la produzione di artisti che hanno un rapporto tra arte e industria. Ospitata da Studio Lombard DCA fino al 17 aprile 2026, è realizzata con il supporto di Vitrik, Ascend Studio, FTALENT srl.
Il neon azzurro dà il titolo alla mostra e vuole essere fin da subito una dichiarazione di intenti. La scritta visibile già dall’esterno attraverso la vetrata, incornicia la scala di vetro e acciaio. Il colore rassicurante ne rivela il contenuto straniante, poiché si conferma la presenza di un corpo (I’m here) che mantiene, però, una certa distanza (but not entirely yours). Un restare senza concedersi completamente. La mostra è un percorso che si dispiega tra luci e suoni che improvvisi rompono il silenzio dell’ambiente. L’intervento sonoro di Claim ripete, a intervalli regolari di venti minuti, come la pausa prescritta negli ambienti di lavoro, una frase tradotta in inglese del film “Vieni avanti cretino” del 1982 del regista Luciano Salce. “Your satisfaction is our best prize!”, pronunciata dal dottor Tomas – Alfonso Tomas datore di lavoro di Pasquale Baudaffi-Lino Banfi, ex detenuto in cerca di riscatto professionale, che accetta mansioni sempre più alienanti.

I monocromi disposti in varie zone dello studio sono realizzati con vetri intelligenti (switchable) prodotti dalla società Vitrik che si oscurano se ci si avvicina, rivelando il contenuto solo a una certa distanza. Materiali compressi che rimandano agli interessi manifestati dai soggetti intervistati dall’artista attraverso un’indagine negli ambienti di lavoro, in cui si domanda cosa vorrebbero fare se avessero più tempo libero.
E dunque la pelle di una borsa per chi trova soddisfazione nello shopping, il latex della pratica del sadomaso e il fondo impermeabilizzante della piscina di un nuotatore. La passione per la navigazione sul fiume diventa Boof, unkayak reso inerte, nella sua impossibilità di fruizione, tagliato alle estremità, chiuso in un sacco e appeso al soffitto.

Qui l’oggetto, come negli altri lavori, resta in uno stato di sospensione, bloccato dentro una cornice (che qui è il sacco e nei monocromi il vetro). Anche l’uomo pare sospeso in una condizione disincantata in cui «[…] l’infelicità», postulata da Roberto Ventura «[…] non è un fallimento individuale, ma una condizione strutturale» (“La conquista dell’infelicità. Perché aspirare al successo ci rende infelici”, Einaudi, 2025), soprattutto per le nuove generazioni. Le opere dell’artista danno corpo all’alienazione sviluppata all’interno di un dispositivo di potere e di condizionamento tipico delle società più avanzate, in cui si è pers progressivamente una certa idea di umanità.



