Rappresentare la “diaspora africana”. A che punto siamo

Se l’arte è un modo per rappresentare la realtà, allora dovrebbe essere in grado di rappresentarla proprio tutta. Da Nord a Sud, percorrendo interamente il globo terrestre, ogni meridiano e tutti i paralleli, i continenti, nessuno escluso, senza distinzione tra Oriente e Occidente. “Dovrebbe”, non è proprio così.

Negli ultimi anni, si è spesso sentito parlare di “diaspora africana”, intendendo, con l’espressione, lo spargimento, o la diffusione, di un popolo in giro per il mondo. Ma non solo. Allontanandosi dalla definizione letterale di “diaspora”, si possono includere nel fenomeno anche tutte quelle persone che, dalla propria città o dal proprio paese, si sono trasferite in un altro stato africano, cambiando luogo, abitudini e comunità e spargendosi, così, in ogni dove, pur rimanendo all’interno dello stesso continente.

Argomento di ricerca degli artisti – e non solo – che si spostano e scindono, sono spesso sia l’identità, sia l’indagine sulle proprie radici. Le forme artistiche che ne derivano sono varie e differenti: colori accesi, grandi tele su cui dipingere, tessuti intrecciati, mosaici, frammenti, sperimentazioni con metalli e altri materiali. Tanto vasto è il continente, quanto vastissime le rappresentazioni di chi l’ha abitato, lo abita e, soprattutto, lo vive.

1-54 Contemporary African Art Fair 2025

Eppure, fino a poco tempo fa, la percentuale di opere d’arte realizzate da artisti africani incluse nel mercato dell’arte non superava il 3% del totale. Nel 2023, si registra una novità: guardando ai numeri delle opere acquistate, risulta che quelle realizzate da giovani artisti africani e artiste africane abbiano raggiunto, invece, più della metà delle vendite del mercato globale dell’arte.

Probabilmente è nel 2020 che il mercato ha cominciato a mostrare interesse per i lavori di artisti africani ed afroamericani, tanto che, poco dopo, la stessa tendenza si è ritrovata nelle selezioni di musei, istituzioni private, manifestazioni e fiere, dalla “1-54 Contemporary African Art Fair”, fondata da Touria El Glaoui (prima fiera dedicata all’arte contemporanea africana, con edizioni a Londra, New York, Marrakech e Parigi) alla Biennale di Venezia. Nel 2022, l’evento ha ospitato nella laguna il nigeriano Olu Amoda e le sue sculture in metallo riciclato e l’angolana Angélica Dass, con il progetto Humanae: sfida ai concetti razziali convenzionali. Anche nel 2024, la Biennale ha incluso voci africane, dando visibilità a 13 paesi: Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Kenya, Tanzania, Nigeria, Senegal, Sudafrica, Uganda, Zimbabwe e, per la prima volta, Benin.

Se nel 2021 l’opera «Hands Up» del pittore ghanese Amoako Boafo, valutata 3,4 milioni di dollari (oltre 10 volte la sua stima), è stata una sorpresa che in pochi si aspettavano, nel 2024, il clima è stato ben diverso: non solo grandi mostre, come «The Time is Always Now. Artists Reframe the Black Figure» alla National Portrait Gallery di Londra, ma anche la complicità e l’interesse di musei e istituzioni. Tra queste, il Museum of African Contemporary Art Al Maaden di Marrakech e lo Zeitz Mocaa di Cape Town, con «When We See Us: A Century of Black Figuration in Painting» (2022-2023), poi trasferita lo scorso anno al Kunstmuseum Basel.

In questa direzione, fondamentale è stato lo sforzo di Koyo Kouoh, curatrice d’arte camerunense-svizzera, scomparsa a maggio di quest’anno. Executive Director e Chief Curator del Zeitz Museum of Contemporary Art Africa di Città del Capo, in Sudafrica, lo scorso dicembre era stata nominata curatrice – prima donna africana nel ruolo – della 61esima edizione della Biennale di Venezia. «La sua scomparsa lascia un vuoto immenso nel mondo dell’arte contemporanea e nella comunità internazionale di artisti, curatori e studiosi che hanno avuto modo di conoscere e apprezzare il suo straordinario impegno intellettuale e umano» si è letto sulla pagina della Biennale il 10 maggio. Koyo Kouoh – una giovinezza vissuta in Svizzera, lavorando poi tra Città del Capo, Dakar e Basilea – era stata definita dal New York Times «tra i curatori più autorevoli», sostenitrice degli artisti africani e di discendenza africana. Il suo impegno, volto alla valorizzazione di sé stessi e della propria individualità, passa ora in mano a nuovi rappresentanti.

Koyo Kouoh

E adesso? Nel 2025, probabilmente, alcune opere di arte africana moderna e contemporanea convergeranno nei cataloghi di arte del XX e del XXI secolo, “senza distinzioni di provenienza”. In più, sono previste mostre di rilievo in tutta Europa: il Centre Pompidou di Parigi accoglie da marzo a giugno l’esposizione «Paris Noir: Circolazioni artistiche e lotte anticoloniali, 1950-2000»; mentre alla Tate Modern di Londra, dall8 ottobre 2025 al 10 maggio 2026, sarà possibile visitare «Nigerian Modernism». Anche l’Italia ha aperto le sue porte all’arte del continente africano:  dal 9 marzo, fino al 27 luglio, a Reggio Emilia, la Collezione Maramotti ha inaugurato «Black Mirror» di Roméo Mivekannin.

Seppure la strada appaia ancora lunga, e disseminata di possibili inciampi, nell’approccio alle opere, così come nella presentazione, distribuzione e classificazione all’interno del mercato dell’arte, è innegabile che la tendenza degli ultimi cinque anni sia quella di aprirsi sempre più all’arte africana. A quell’arte, cioè, che parte dall’Africa, ma non rimane più confinata al suo interno, aprendosi al mondo, con artisti e artiste, pronti, innovativi e attenti. Da una parte, a continuare a indagare le proprie radici e tradizioni, rappresentandole e portandole davvero in mostra; dall’altra, a inserirsi finalmente in un contesto da cui per decenni sono rimasti esclusi e che già hanno cominciato a conquistare.

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Stefania Malerba
Stefania Malerba
Sono Stefania e ho poche altre certezze. Mi piace l’aria che si respira al mare, il vento sulla faccia, perdermi in strade conosciute e cambiare spesso idea. Nel tempo libero imbratto fogli di carta, con parole e macchie variopinte, e guardo molto il cielo.

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