Dal 18 aprile al 18 gennaio 2026 la mostra Rashid Johnson: A Poem for Deep Thinkers sarà ospitata nella scenografica rotonda del museo Guggenheim di New York. Una selezione di 90 opere presenta per la prima volta una retrospettiva completa di oltre 30 anni di carriera dell’artista, enfatizzando la varietà di linguaggi e materiali sperimentati nel tempo, frutto di profonde riflessioni sociali e filosofiche che hanno accompagnato Johnson nel corso della sua maturazione artistica e personale.
Il titolo dell’esposizione si ispira a un verso del poeta e attivista Amiri Baraka, fondatore della corrente Black Arts Movement durante gli anni ’70: i suoi testi ispirarono migliaia di artisti e intellettuali afroamericani, uniti dal desiderio comune di affermare e diffondere la cultura, le tradizioni e l’ideologia delle loro origini. L’istituzione della Black Arts Repertory Theatre/School (BARTS) segna l’inizio di un fervore che scuote come mai prima l’intera società americana: a partire dalla profusione di diverse testate giornalistiche, come il Liberator, The Crusader e il Freedomways, la comunità afroamericana trova un punto di riferimento per esprimere il proprio stile anche attraverso la musica, il teatro, la danza e l’arte, organizzandosi in gruppi come l’Umbra Workshop della bassa Manhattan o l’Harlem Writers Guild.
Organizzata dalla vicedirettrice del Guggenheim, Naomi Beckwith, dai curatori Jennifer e David Stockman, Andrea Karne in collaborazione con il Modern Art Museum di Fort Worth, la mostra riempie gli spazi della Rotonda seguendo il naturale movimento ascendente, per culminare con Sanguine (2024), installazione site-specific che diventa teatro di performance uniche che coinvolgono numerose istituzioni locali. Un serrato programma di eventi anima il top level del museo con ospiti come Monk, Alice Coltrane, Nina Simone che si esibiranno live al pianoforte che fa da padrone nello spazio, oltre a laboratori dedicati ai ragazzi ogni martedì con il Teen Tuesday o live performance il sabato con il Rotunda Stage.
Il nome di Rashid Johnson attira l’attenzione della critica nel 2001, quando a 24 anni viene selezionato tra gli artisti della mostra Freestyle, curata da Thelma Golden allo Studio Museum di Harlem; la ex prima curatrice di colore del Whitney Museum inaugura questa collettiva chiamando 28 artisti afroamericani e etichettando il genere artistico comune con il termine Post-Black.
Da quel momento si succedono numerose personali che riflettono sulla condizione sociale, storica e culturale dei suoi conterranei guardate attraverso prospettive differenti: dalla cultura culinaria nella mostra Chickenbones and Watermelon Seeds: The African American Experience as Abstract Art, alla tradizione vestiaria in The Evolution of the Negro Political Costume. La nomina tra i finalisti dell’Hugo Boss Prize nel 2011 lo porta nel Parnaso degli artisti emergenti americani con la sua prima personale da Hauser & Wirth l’anno successivo: la poetica di Johnson si arricchisce anno per anno di materiali, tecniche e letture innovative che attingono dal suo passato parte del loro valore, accostandolo alla storia che accomuna chi condivide con lui le radici.
Il processo creativo è ció che nelle opere di Johnson risulta piú evidente: a prescindere dal materiale utilizzato, che sia cera, sapone o colore a olio, l’artista celebra il segno in tutta la sua imprevedibilità e naturalezza. Ripetitiva, stratificata, libera, la traccia che la mano lascia sulla tela o sulla materia prima ha un’essenza che solo chi riesce a identificare comprende:
«Stavo pensando a questa idea di calore, all’idea di vulnerabilità e a come si inizia il processo di illustrazione dell’anima» Rashid Johnson
Tra i linguaggi scelti da Rashid Johnson è prevalente anche quello cinematografico come testimonia Sanguine, che non a caso viene proiettata al termine del percorso espositivo a inaugurare lo spazio dedicato alle attività e agli eventi collaterali. Sanguigno è un termine che assume due accezioni: la prima di una sfumatura di rosso, la seconda di un legame viscerale, la maggior parte delle volte famigliare.

Il padre Jimmie, il figlio Julius e lo stesso Johnson sono i protagonisti della maggior parte del girato, immersi in ambientazioni che richiamano un quotidiano vissuto, in riva al mare intenti a spalmarsi la crema vicendevolmente o con le mani unite su un tavolo di legno grezzo, probabilmente prima di un pasto famigliare. L’intento del regista non è solo documentario, ma richiama una necessità universale, ovvero comprendere e analizzare ció che lega il nostro qui e ora con un divino sconosciuto, e come interagiamo con esso. Come si può osservare nell’ultima personale Anima, ospitata fino a dicembre 2024 da Hauser & Wirth, l’animismo è uno dei pilastri della filosofia creativa dell’artista:
«L’interiorità è sempre stata essenziale nel mio progetto… C’è un senso di ricerca dell’anima, un senso di intimità che è necessario per me esplorare» Rashid Johnson
Attraverso la manipolazione della materia Johnson condivide con il pubblico atti e procedure che rendono tutti partecipi al suo viaggio spirituale, alla ricerca di un respiro di vita nell’immateriale.
Passeggiando nella magnifica e candida rotonda di Frank Lloyd Wright tra le celebri serie Cosmic Slops, black-soap shelf paintings, Anxious Men e Broken Men, ci si chiede se la nostra cultura abbia assorbito le altre, se esistano ancora limiti etnici o politici e soprattutto se, a prescindere dalle origini, ci sia ancora un confine tra il terreno e l’ultraterreno, che forse è l’unico interrogativo che ci accumuna ancora tutti.




