Re Lear secondo Lavia: un capolavoro incompiuto con troppo caos scenico

Dopo essere stato Edgar nella storica edizione firmata da Giorgio Strehler nel 1972, Gabriele Lavia torna a Re Lear, indossando questa volta gli abiti dell’incauto sovrano che decide di dividere il regno tra le sue tre figlie. Una dolorosa storia di perdite: della ragione, del regno, dei legami familiari.

“Re Lear” è considerata una delle migliori tragedie di William Shakespeare, in cui il vero dramma non è esterno ai personaggi, ma nella psiche e nell’animo. Potremmo quasi dire che la vera protagonista dell’opera, anziché un re che affonda le sue origini nella mitologia britannica, è la Perdita. Del proprio ruolo nella società, dei riferimenti, dell’autorità, ma anche dell’amore e del rispetto. Temi profondamente contemporanei, che l’attore e regista italiano Gabriele Lavia sceglie di ambientare in uno spazio avulso dal tempo utilizzando lo stratagemma a lui caro del teatro nel teatro.

Ci troviamo in una scena buia, polverosa, che ritrae un teatro dismesso, con tendoni ammassati per terra, seggiole impilate una sull’altra e mobili che hanno visto tempi migliori. Gli attori entrano in scena e indossano costumi (opera ottima di Andrea Viotti) che rimandano all’epoca di Shakespeare, con alamari e decori, maniche a sbuffo e toni prevalentemente scuri. Inizia così la storia di re Lear, che decide di abdicare al trono e dividere i suoi possedimenti tra le sue tre figlie, in base a chi tra loro dimostrerà con le parole il più grande affetto per lui. Se le maggiori, Reagan e Goneril, non si faranno problemi a prodursi in voli pindarici d’eloquio, Cordelia, la minore, dichiarerà di non poter esprimere a parole l’amore che veramente prova per il padre e finirà da lui privata di eredità ed esiliata. Sposata al re di Francia, continuerà a lottare per i diritti e il bene di Lear, nel frattempo maltrattato dalle figlie e dai loro mariti, fino alla tragica fine.

La prima parte dello spettacolo, fino all’intervallo, è di grande impatto emotivo, sottolineato dalla distribuzione delle luci di Giuseppe Filipponio, che creano forti contrasti tra le zone di luce e quelle di buio, e dalle musiche di Antonio di Pofi, che sottolineano le tensioni psicologiche e gli eventi salienti della storia. La scenografia di Alessandro Camera appare però essere fuori tono, forse troppo grande e imponente sugli attori, forse troppo piena di oggetti, e tende a risaltare più dei contrasti emotivi della vicenda.

Gabriele Lavia, classe ‘42, è un re Lear profondamente umano, tracotante nel suo desiderio di adulazione, virulento quando esercita i suoi poteri regi e patriarcali, poi fragilissimo, quando si accorge che ha perduto il ruolo che gli ha reso un’identità fino a quel momento, disperato, infine, quando realizza di aver perso l’amore vero per inseguire quello proclamato ad alte voci e poi tradito nel più crudele dei modi. Il contrasto con il Matto di Andrea Nicolini è vincente, perché il pubblico si trova davanti un giullare di corte meno strambo di quanto sia considerato canonico, ma più sagace, ironico e coinvolto nelle vicende del suo signore. 

Mauro Mandolini e Luca Lazzareschi (Conti di Kent e Gloucester) sono autori di una performance pregevole e fluida, che colma in parte le mancanze recitative della parte più giovane della compagnia, composta da Giovanni Arezzo, Giuseppe Benvegna, Eleonora Bernazza, Beatrice Ceccherini, Federica Di Martino, Ian Gualdani, Giuseppe Pestillo, Alessandro Pizzuto, Gianluca Scaccia, Silvia Siravo e Lorenzo Tomazzoni. Tutti attori di apprezzabile talento, ma che sembrano soffrire le scenografie dense e piene,  specie dopo l’intervallo, quando l’azione diventa più concitata e numerosi oggetti di scena fanno la loro comparsa. 

“Re Lear” è un dramma complesso, profondo, che si gioca su più strati di interpretazione e, al netto delle prove della parte più esperta del cast – che comunque lasciano l’impressione più vivida nel pubblico, che applaude -, avrebbe avuto bisogno di una mano più ferma e attenta nella gestione degli attori in scena. Qualche consiglio da “vecchia volpe” in più avrebbe sicuramente giovato alla messa in scena di uno spettacolo forte e d’impatto come quello in scena al Teatro Strehler.

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Valentina Basso
Valentina Basso
Nata a Milano nel 1988. Articolista per la rivista online di critica d'arte, spettacolo e cultura "Saltinaria" fino alla sua chiusura. Attualmente collabora in forma privata con le case editrici Garzanti e Rizzoli e i teatri Regio di Parma, Ponchielli di Cremona e Arena di Verona con recensioni di eventi e nuove uscite.

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