C’è qualcosa di antico — e insieme violentemente contemporaneo — nell’idea di rinascita. Antico come i riti pagani e le resurrezioni cristiane, ma anche attuale come una fuga dalla gabbia algoritmica in cui viviamo. È su questo crinale che si muove Rebirth, mostra collettiva curata da Stefania Carrozzini, ospitata da Montserrat Contemporary Art a New York fino al 31 maggio, in collaborazione con MyMicroGallery. Ma no, non è la solita collettiva “a tema”. Qui il tema – la rinascita – è vissuto, stratificato, metabolizzato da ciascun artista. Come fosse un’urgenza personale, prima ancora che un concetto. Una soglia da attraversare, non un’etichetta da applicare.
“La guarigione significa tornare a uno stato di armonia originaria, rimettere insieme i frammenti di sé, affrontare i propri demoni, passando dal diabolico (ciò che divide) al simbolico (ciò che unisce)”, scrive la curatrice Stefania Carrozzini, ribadendo il nesso profondo tra arte, trasformazione e coscienza. Rebirth è proprio questo: una mostra come rito simbolico, come atto collettivo di ricomposizione. Dieci gli artisti in mostra, provenienti da Italia, Stati Uniti, Inghilterra e Germania. Tutti diversi, ma tutti impegnati in un atto alchemico: trasformare il trauma, l’incertezza, la crisi in visione, forma, colore.

Iiniziamo con Frances Clarke, artista britannica che con la serie The Etheric Fields indaga il concetto di rinascita attraverso una materia solo in apparenza fragile. Le sue opere — delicate stratificazioni di garza, olio e collage — sembrano leggere, quasi trasparenti, ma custodiscono una densità simbolica e narrativa profonda. Clarke lavora da tempo sull’intersezione tra arte e scienza, con una particolare predilezione per i linguaggi esoterici, da cui trae una visione dell’immagine come campo di risonanza energetica. La garza, elemento ricorrente nei suoi lavori, non è solo supporto ma soglia: membrana tra il visibile e l’invisibile, tra il pensiero e la materia. Così ogni frammento diventa traccia di un passaggio, eco di una trasformazione in atto, dove la semplicità apparente è solo il punto d’ingresso di una narrazione complessa, sottile, invisibile ma viva.
Tiziana Santoli con il trittico Ancora Primavera esplora il tempo come flusso ciclico, in un dialogo silenzioso tra segno e colore. Le sue opere, caratterizzate da minime tracce formali su campi cromatici quasi monocromi, evocano l’eterno ritorno attraverso la metafora del passaggio delle stagioni. Non c’è narrazione, ma una lenta oscillazione tra presenza e dissolvenza, come se ogni elemento emergesse dalla superficie per poi ritirarsi. Il colore diventa campo di meditazione, la pittura una soglia da attraversare con lo sguardo. In questo processo, l’opera non impone un’immagine, ma lascia affiorare un ritmo interno: quello, appunto, della trasformazione.
La tensione tra interiorità e forma prende una piega più geometrica nel lavoro di Genny Costin, artista americana che esplora il linguaggio dell’astrazione come pratica di rinascita percettiva. In My Excavation, ma anche nel complesso della sua ricerca, il ritmo visivo è costruito attraverso pattern, linee, stratificazioni che sembrano autogenerarsi. La forma non è mai statica: si evolve, si muove, crea nuovi spazi e dinamismi all’interno dell’immagine. L’astrazione, per Costin, non è una fuga dal reale, ma un modo per esprimere ciò che non può essere detto: un paesaggio psichico in cui memoria ed emozione si sovrappongono, si nascondono, si rivelano. Le sue opere, stratificate e pulite al tempo stesso, diventano così mappe interiori in trasformazione, dove il cambiamento è sempre implicito, anche quando sembra silenzioso.

La dimensione del gesto meditativo emerge con forza nelle opere di Nell Daniel, artista newyorchese da sempre attenta al rapporto tra forma e ritmo interno. I suoi lavori — fotografie digitali stampate su seta — sono vortici visivi che scaturiscono da un’energia strutturata, quasi musicale. Il pattern, inteso non solo come struttura decorativa ma come campo di forza, è al centro della sua ricerca: una riflessione che nel tempo si è evoluta dalle geometrie minimali a configurazioni sempre più complesse e ipnotiche. Ogni opera appare come una trama viva, attraversata da vibrazioni interne, dove la ripetizione non anestetizza ma attiva lo sguardo, spingendolo a cercare il significato “nel mezzo”, negli intervalli, negli spazi di transizione. Così, quella che sembra inizialmente una superficie ordinata si rivela una mappa emotiva in movimento, un tessuto di risonanze in cui l’immagine si fa organismo.
A un’idea quasi spirituale di trasformazione rimanda anche il lavoro di Dena Haden, artista tessile originaria di New Bedford, Massachusetts, che nella sua pratica utilizza materiali naturali come legno, metallo, fibre, cera e sostanze vegetali. A New York presenta tre acquerelli su carta, apparentemente minimali ma densi di ritmo interno. In queste opere l’artista esplora il ciclo naturale delle cellule, il modo in cui la materia prende forma, vive, si modifica. Il segno, leggero ma incisivo, segue un ritmo organico, come se fosse dettato da un respiro profondo e silenzioso. È una riflessione sul divenire, sul movimento incessante che attraversa le cose, una registrazione visiva del tempo che agisce su ogni struttura vivente. La pittura, qui, non descrive ma accompagna: è un gesto che vibra con ciò che cresce, muta e si dissolve.

Più fluida e visionaria è la pittura di Alexandra Kauka, artista americana che lavora tra New York e la Florida. Le sue opere, realizzate in acrilico e resina su tela, si presentano come paesaggi energetici in cui il colore non descrive ma agisce. In particolare, due traiettorie cromatiche – una rossa e una blu – si impongono come linee vitali, binari visivi su cui scorre un flusso pulsante, simbolo stesso del ritmo della vita. Il rosso e il blu non sono solo scelte estetiche, ma campi magnetici opposti e complementari, che incarnano una tensione tra energia e quiete, materia e spirito. La tecnica, che unisce l’immediatezza del gesto pittorico alla trasparenza stratificata della resina, amplifica la dimensione metafisica del lavoro: ogni opera è al tempo stesso superficie e profondità, traccia e apparizione, un invito a lasciarsi attraversare da qualcosa che somiglia molto a un respiro.
Anche Sue Ridge lavora sulla memoria, ma lo fa attraverso un processo di appropriazione e trasformazione visiva che tocca il cuore stesso del concetto di rinascita. L’artista britannica presenta otto collage fotografici realizzati in cianotipia, costruiti a partire da un centinaio di vecchie fotografie giapponesi acquistate su eBay. Ridge avrebbe voluto andare in Giappone, ma non potendolo fare, ha deciso di portare il Giappone da sé. Le immagini — anonime, senza coordinate temporali o autoriali — sono diventate materia viva per una nuova narrazione. Attraverso manipolazioni e interventi, le ha fatte rinascere, affidando al processo artistico il compito di rianimare ciò che era sospeso tra dimenticanza e oblio. Ogni collage è così un atto di ricostruzione affettiva, dove il passato torna sotto forma di immagine rinnovata, sospesa tra realtà e immaginazione.

Anche per Clare Thatcher, il tema del mutamento, dei cicli naturali e della trasformazione è centrale. La sua pittura, silenziosa ma intensamente evocativa, si sviluppa attorno all’idea di rinascita come esperienza percettiva. In Natural Form 4, come in altri suoi lavori, il paesaggio non è rappresentato ma evocato: un’eco emozionale più che un luogo. Il colore — elemento imprescindibile della sua pratica — viene impiegato nella sua forma più pura, attraverso una palette volutamente limitata, per esplorare le variazioni di luce, spazio e tempo. Realizzate con pigmenti naturali su piccole tele, le sue opere sembrano trattenere qualcosa di profondamente personale, una forma di contemplazione che si fa pittura. Thatcher non dipinge ciò che vede, ma ciò che rimane dopo aver visto: un’impressione, una vibrazione, una memoria che ritorna con il ritmo muto delle maree.
Chiude idealmente il cerchio Anne Van Leeuwen, artista americana la cui ricerca intreccia il linguaggio dell’astrazione con quello della trasformazione. Nell’opera Rebirth, l’idea di rinascita prende forma attraverso colori brillanti, linee spezzate e materiali stratificati che rimandano tanto a un viaggio interiore quanto a una tensione tra caos e ordine. La sua pittura non si lascia imbrigliare da strutture rigide, ma lascia affiorare tracce, frammenti, segnali di un processo in divenire. Van Leeuwen lavora come chi cerca una via nel disordine: ogni gesto, ogni scelta cromatica è parte di una mappa emotiva in costruzione. L’astrazione, qui, non è chiusura ma apertura, soglia verso qualcosa che ancora non si conosce, ma che sta per emergere.

E infine Susanne Weber-Lehrfeld, che con la sua pratica interdisciplinare — tra pittura, performance e video — lavora sull’identità femminile, sul ruolo e sulla sua messa in scena. Le sue immagini, ispirate alla filosofia wabi-sabi, sono esplorazioni del nondetto: ciò che resta, ciò che manca, ciò che può ancora essere.
Insieme, questi artisti non costruiscono un manifesto né propongono una visione univoca della rinascita. Preferiscono muoversi per frammenti, deviazioni, stratificazioni. Rebirth non impone un senso, lo suggerisce. Non indica una direzione, ma apre spazi. Ogni lavoro diventa così un punto di sospensione, un’interruzione del flusso, un invito a ripensare il modo in cui ci immaginiamo il cambiamento.




Bravissimo !!