Dopo AlbumArte, MAXXI e WeGil, il Re:humanism Art Prize arriva alla Fondazione Pastificio Cerere a Roma. Giunto alla sua quarta edizione, il Premio d’arte affronta con un nuovo sguardo lo scorrere del tempo, facendo presente l’urgente necessità di un cambiare direzione. Dal 2018 l’Associazione Re:humanism indaga il rapporto tra cultura umanistica e scientifica, con una particolare attenzione all’Intelligenza Artificiale, organizzando mostre, performance, festival, conferenze e progetti educativi.

Accogliendo artisti di ogni età e nazionalità, il premio è un’importante occasione per ampliare la conoscenza sui temi scientifici e tecnologici, ma anche sulle questioni etiche, sociali e culturali che ne derivano, diffondendo più informazioni e consapevolezza a riguardo. Lo “spostamento della sequenza temporale” è il tema scelto, un invito a superare i confini lineari del tempo che stiamo vivendo, riscoprendo il mondo che ci circonda e andando oltre sistemi e condizioni ormai obsoleti.
Dieci sono i finalisti in mostra insieme all’opera vincitrice del Premio APA – Agenzia Pubblicità Affissioni: installazioni multimediali e interattive che mettono in discussione quella concezione del tempo tipica della società occidentale, dove tutto scorre lineare ed ogni secondo viene sfruttato al massimo. Timeline Shift, invece, intende tracciare una strada diversa, più etica, sostenibile e inclusiva, aprendo spazi alternativi attraverso nuovi modelli tecnologici.
Al suo interno il tempo si muove nello spazio in maniera circolare, cambiando posizione in ogni istante, per poi tornare al punto di partenza e ricominciare da capo. Ogni opera suggerisce un eterno ritorno in loop, come lo screensaver di un desktop in stand by: già sparso per la città e ora su uno schermo, nel cortile interno della Fondazione appare

DATALAKE:CONTINGENCY di Franz Rosati, installazione che mostra diversi scenari generati dall’AI in costante mutamento; falsi documentari e notiziari iperrealistici illustrano scene distruttive di automobili, strutture architettoniche e disastri naturali rimescolati, un tentativo di ricerca di equilibrio nella persistente instabilità del rapporto tra natura, uomo e tecnologia.
Innovazione, futuro e algoritmi da un lato, storia, tecnica e dati dall’altro, l’AI è un paradosso vivente nella misura in cui rielabora e prende spunto da ciò che già è, stratificando elementi preesistenti, dati e dunque passati. Il tempo, perciò, è fermo nel suo eterno ritorno, come in Concept Drift, del collettivo Lo-Def Film Factory del duo Francois Knoetze e Amy Louise Wilson, vincitore del primo premio: opera video-interattiva 3D generata tramite modelli AI che riflette sulle dinamiche di sfruttamento e potere nel contesto africano; intrecciando epoche e geografie diverse con logiche algoritmiche di produzione, conoscenza e potere, il videogioco intelligente rende visibili i suoi limiti di fronte al complesso mutamento del mondo reale.
Ad interrogare e sfidare le nuove tecnologie è anche il secondo premio One Day I Saw the Sunset Ten Thousand Times di Isabel Merchante, una riflessione più poetica che vede protagonista una macchina algoritmica, riprogettata per contemplare eternamente la luce del tramonto e generarne a sua volta. Non c’è emozione nel gesto meccanico della riproduzione, è un semplice comando eseguito correttamente, eppure quell’immagine astratta riesce comunque a suscitare qualcosa di molto vicino al sentimento che si prova davanti un tramonto reale.

Nel sotterraneo della Fondazione l’installazione video Me vs. You di Adam Cole e Gregor Petrikovič mette alla prova la percezione sensoriale dell’AI, spesso incapace di distinguere e separare forme diverse in profondità: il risultato è un intreccio sensuale di corpi, volti e membra semi umane che danzano, la cui ambiguità funge da strumento di esplorazione delle dinamiche più intime del mondo queer.
AI-Ludd del collettivo IOCOSE presenta un’AI fittizia, programmata per essere luddista, ovvero per opporsi al cambiamento tecnologico sabotando le macchine per proteggere il lavoro creativo e manuale dell’essere umano: un’occasione per ripensare la relazione complessa che abbiamo con il tempo, considerando paure e desideri.
Ogni opera in mostra è un pretesto per parlare di identità, memoria e tempo e interrogarli alla luce della complessa relazione tra uomo e algoritmo. Dal game design alla scultura digitale, sono punti di vista diversi che si ricongiungono nella circolarità tracciata da un tempo nuovo, alternativo, non più lineare, aperto a molteplici visioni e pensieri capaci non solo di immaginare prospettive inedite nelle vicende drammatiche del nostro presente, ma anche di riscrivere continuamente il futuro per giungere alla sua versione migliore.



