Renato Paresce e gli Italiens de Paris: l’artista senza etichette e il sogno di una Parigi italiana

Dimenticate gli artisti con percorsi lineari, le etichette rassicuranti e le scuole artistiche ben definite: Renato Paresce è l’anomalia, lo spirito errante che sfugge alle categorie, il pittore-giornalista-fisico che ha attraversato il cuore delle avanguardie senza mai lasciarsi imprigionare. La mostra Renato Paresce e Les Italiens de Paris, curata da Stefano De Rosa, lo celebra in due sedi: dal 2 marzo al 4 maggio 2025 alla Casa Museo Osvaldo Licini di Monte Vidon Corrado (FM), e poi dal 16 maggio al 14 settembre 2025 a Palazzo Bisaccioni di Jesi. Due tappe per ripercorrere la parabola di un artista poliedrico, intellettuale e irregolare, il cui destino si incrocia con quello della mitica scuola degli Italiens de Paris.

Ma che cosa rende interessante Paresce? Intanto, il fatto che il suo talento si muova su più livelli: diplomato in fisica, corrispondente per “La Stampa”, pittore autodidatta, critico d’arte, cosmopolita ante litteram. E poi il contesto in cui si forma: la Parigi degli anni ’10 e ’20, in cui si incrociano le esistenze di Picasso, Modigliani, Severini, De Chirico, Savinio, in cui i caffè di Montparnasse sono più importanti delle accademie e dove chiunque può inventarsi una nuova visione del mondo, purché abbia coraggio e talento.

Paresce, nato a Carouge nel 1886, con radici che spaziano tra Palermo, Mosca e Firenze, approda a Parigi nel 1912. Qui scopre la pittura e si lascia sedurre dalle atmosfere post-impressioniste. Il barcone (1913) e Le Moulin de la Galette segnano il suo ingresso nel paesaggio parigino, con pennellate dense e colori vibranti. I fauves lo tentano per un attimo, come dimostrano i paesaggi del 1917, ma la sua inquietudine lo spinge altrove: si avvicina al cubismo, ma senza abbandonarsi alla scomposizione totale delle forme, e nel secondo decennio del ’900 arriva a una poetica personale, fatta di equilibri precari tra tradizione e modernità, tra composizioni rigorose e superfici che sembrano vibrare di tensione interna.

La mostra segue questo percorso di maturazione attraverso 30 opere provenienti da una collezione privata marchigiana, e culmina con i lavori degli anni ’20 e ’30, quando Paresce si afferma tra gli Italiens de Paris, il gruppo che nel 1928 espone al Salon de l’Escalier. Non è un’adesione ideologica, la sua, ma un’associazione di intenti con altri italiani che trovano a Parigi lo spazio per affermarsi al di fuori delle rigide dinamiche artistiche italiane. Qui Paresce espone accanto a De Chirico, Savinio, Tozzi, Campigli, Severini, De Pisis e altri, condividendo con loro una ricerca che mescola classicità, metafisica e sperimentazione contemporanea.

Giorgio De Chirico Ritratto di signora 1921

Nella mostra emergono le sue nature morte, dove gli oggetti sembrano sospesi in un’atmosfera di attesa e mistero, e soprattutto Composizione con statua (1930), che introduce il suo stile più maturo: interni stranianti, sculture che sembrano conversare con manichini, superfici pittoriche che ricordano l’affresco. Il suo paesaggio marino La Comète (1931) chiude il percorso con una nota magica e metafisica.

Ma Renato Paresce e Les Italiens de Paris non si ferma a lui. Accanto alle sue opere troviamo anche lavori di alcuni dei protagonisti del gruppo, tra cui spiccano un Ritratto di signora di De Chirico (1921), un Capriccio metafisico di De Pisis (1918-20) e un Ritratto di Marina Severini di Gino Severini degli anni ’30. Opere che raccontano la ricchezza di una stagione artistica straordinaria, in cui gli italiani all’estero non sono più semplici esuli, ma protagonisti di una cultura globale, in bilico tra memoria e avanguardia.

Paresce muore prematuramente nel 1937, a soli 51 anni. Non è mai diventato un nome di primo piano, eppure la sua storia merita di essere riscoperta: perché è la storia di un’arte senza dogmi, di un’intelligenza poliedrica e curiosa, di un talento che ha attraversato epoche e stili senza mai fermarsi. Questa mostra è un’occasione preziosa per restituire il giusto spazio a un artista che ha vissuto l’arte con passione, libertà e uno sguardo sempre rivolto oltre il confine.

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