Aprire una stagione espositiva con una mostra che mette al centro l’instabilità, il divenire e la resistenza a ogni forma di definizione stabile è una scelta programmatica precisa. È quello che fa la galleria Raffaella De Chirico Arte Contemporanea di Milano, che inaugura il nuovo ciclo con Retaggi Lunari, personale di Riccardo Angelini allestita nella sede di Via Monte di Pietà 1A. Il vernissage è fissato per giovedì 24 settembre 2026, dalle 12 alle 20:30; la mostra resterà aperta fino al 7 novembre 2026, con orari di visita il mercoledì e il giovedì dalle 15 alle 19.
Retaggi Lunari si colloca in continuità con i cicli precedenti dell’artista, in particolare con la serie I Tre Segni dell’Esistenza, nella quale Angelini traduceva in termini pittorici i concetti buddhisti di Anicca (impermanenza), Dukkha (sofferenza) e Anattā (non-sé). Se lì il punto di partenza era la riflessione sulle condizioni dell’essere, qui lo sguardo si sposta sulla forma attraverso cui quelle condizioni prendono corpo. Non un abbandono delle premesse filosofiche, dunque, ma un approfondimento che investe direttamente la struttura visiva e materiale del lavoro.
Il progetto è composto da 33 tavole concepite come un unico organismo. Ogni opera mantiene una propria autonomia, ma è nel dialogo con le altre che il senso si moltiplica: la differenza tra un elemento e l’altro non interrompe l’unità del sistema, ma contribuisce a costruirla. Le figure che popolano queste tavole non sono ritratti nel senso tradizionale, né allegorie riconoscibili. Sono presenze ambigue e sospese, attraversate da un’identità androgina, prive di contorni stabili. Lo sguardo dello spettatore non riesce a fissarle, è continuamente costretto a rinegoziare ciò che crede di vedere. L’instabilità percettiva non è un difetto o un effetto decorativo, ma il cuore stesso del progetto.
Sul piano tecnico, Angelini costruisce la prima struttura dell’immagine con pennarelli a spirito e pennarelli a spirito acquerellabili, per poi intervenire con una fase di dissoluzione e una successiva ricomposizione della materia attraverso l’uso della lacca spray. Il processo non è separabile dalla poetica: è la poetica. Alcuni pigmenti, una volta concluso il lavoro, continuano a evolvere lentamente nel tempo, producendo minime variazioni cromatiche. L’impermanenza non viene evocata, diventa una qualità fisica dell’opera stessa, qualcosa che accade sulla superficie della tavola anche dopo che l’artista ha smesso di intervenire.
Il titolo sceglie con attenzione le proprie parole. “Retaggi” suggerisce un’eredità, ma non quella trasmessa come forma compiuta e definitiva: piuttosto una condizione che si consegna in stato di divenire, aperta a continue trasformazioni. “Lunari” richiama la luce riflessa, mutevole per natura, che modifica la percezione senza offrire certezze. Una luce che non illumina definitivamente, ma che cambia ogni volta che la si guarda, dipendendo dall’angolo, dal momento, dall’occhio che la riceve. È un’immagine che funziona tanto sul piano figurativo quanto su quello concettuale, e che descrive con precisione ciò che le 33 tavole mettono in scena: un’identità che non si lascia fissare, che continua a ridefinirsi nel rapporto tra memoria, tempo e trasformazione.
Nell’allestimento complessivo, le opere costruiscono un sistema di relazioni nel quale non esiste un centro privilegiato. Lo spettatore è invitato a muoversi tra il dettaglio e l’insieme, lasciando che ogni tavola modifichi la lettura delle altre. È un’esperienza che richiede mobilità, disponibilità a spostarsi fisicamente e concettualmente, a non cercare un punto fermo da cui tutto diventa leggibile. Più che rappresentare una figura, Retaggi Lunari mette in scena una condizione esistenziale: quella di chi non trova, o non cerca, una definizione stabile di sé.



