La scena artistica britannica sembra essere oggi più elitaria di quanto non sia mai stata in passato. Questa è una constatazione che emerge da una serie di osservazioni elettrizzanti, espresse anche dalla voce di Michelle McGrath, figura chiave del settore, con un’esperienza pluriennale alle spalle presso il British Museum e i Royal Museums di Greenwich. Michelle descrive un settore dove è facile sentirsi dislocati se provieni da una classe sociale bassa, in particolare nel Regno Unito, dove il sistema di classi è profondamente radicato e determinato da una miriade di parametri oltre al semplice reddito.
Cercando una propria comunità, McGrath ha fondato nel 2018 il support network Museum As Muck, un’iniziativa unica nel suo genere volta a supportare coloro che, provenendo da un background socio-economico modesto, lavorano nei musei. Oggi, il progetto può vantare oltre 700 membri e un programma di eventi sociali, opportunità di formazione professionale, workshop educativi e consulenze sull’assunzione per organizzazioni esterne.
In anni recenti, altre voci si sono unite al grido di McGrath, come quella di Meg Molloy, responsabile delle comunicazioni presso la Galleria Stephen Friedman. Solo il mese scorso, ha lanciato Working Arts Club, rete simile a quella di McGrath, destinata ai professionisti del settore artistico.
Ma nonostante gruppi come questi supportino l’importanza della rappresentazione di gruppi storicamente marginalizzati nell’arte, l’industria ha dovuto fare i conti con tagli progressivi ai finanziamenti pubblici e, più recentemente, con un mercato traballante. La sicurezza dell’impiego e i salari ne hanno risentito, rendendo il settore meno attraente per coloro che non dispongono di un sostegno finanziario preesistente.
Un recente studio del 2022 ha rivelato che solo il 16% degli addetti ai lavori nel campo creativo britannico, nati tra il 1953 e il 1962, si identificavano come appartenenti alla classe lavoratrice, una percentuale che è scesa all’8% tra i professionisti più giovani nati quattro decenni più tardi.
È in questo contesto sociale che si stanno sviluppando nuove iniziative per combattere l’elitarismo nella scena artistica, ma riusciranno a portare il cambiamento tanto necessario? Tra queste spicca New Curators, un programma di formazione di un anno destinato ai curatori in erba provenienti dalle classi sociali più basse. La sua prima raunata di borsisti, tra cui candidati provenienti da Cuba, Ghana, India e Slovakia, è già al lavoro mostrando in anteprima la prima istituzione britannica a dedicare una mostra a Firelei Báez, artista americana di origine dominicana.
Lo sottile confine dell’arte, scandito dalle stigmate sociali, immune a cambiamenti sostanziali da decenni, potrà forse vedere una luce di speranza per una maggiore equità di rappresentazione sociale grazie a queste nuove iniziative? Lo spettro della classe operaia potrà finalmente trovare un riflettore in un mondo dominato dalla raffinatezza dei salotti buoni? Il futuro saprà rispondere a questi interrogativi. Per il momento, possiamo soltanto sperare che le attuali iniziative di supporto ci portino verso un mondo dell’arte più inclusivo e accessibile.


