Ritorno a casa, nella “commedia minacciosa” di Harold Pinter l’altra faccia del patriarcato. Tra dinamiche di potere e sopravvivenza

Si ride. Ed è proprio questo il primo gesto destabilizzante dello spettacolo. Si ride molto. E subito dopo ci si sente a disagio, perché ciò che accade in scena non è affatto rassicurante. La trama è a dir poco scandalosa e inquietante, i personaggi arrivano a dirsi cose terribili; parole sconce e insulti, da tutti e per tutti i personaggi, si sprecano. La famiglia non è luogo di affetti, ma un ring impietoso in cui si combatte una lotta sotterranea fatta di dinamiche di potere, dominio e sopravvivenza. Insomma, la storia semmai dovrebbe inquietare e scandalizzare. Al Teatro Piccolo Grassi di Milano è da poco andato in scena Ritorno a casa (The Homecoming) di Harold Pinter, nell’originale rilettura registica di Massimo Popolizio, anche nel ruolo del prepotente e arrogante padre di famiglia Max: ex macellaio, frequentatore di ippodromi, vedovo con tre figli, che più volte il vecchio padre chiama bastardi perché avuti dalla defunta moglie, da lui definita troia.

È uno dei testi più feroci e destabilizzanti del drammaturgo inglese, Premio Nobel per la letteratura nel 2005. Lo stesso Pinter definì la sua opera una “commedia minacciosa”. Non è affatto semplice metterla in scena, proprio perché i suoi drammi sono veri e propri rebus: non si conoscono mai davvero le motivazioni dei personaggi (lui stesso affermava di non avere una conoscenza approfondita del perché i suoi personaggi si muovessero in un certo modo) il loro passato resta ipotetico, pieno di pause e di sottotesto. Pinter era particolarmente interessato al linguaggio non verbale che si cela dietro le parole. “Senza di esso, le parole non avrebbero alcuna ragione di essere presentate sul palcoscenico”. Come lui stesso diceva: “È nelle pause tra le nostre parole, quando non riusciamo a capire cosa dire, che vengono rivelate le nostre vulnerabilità”. Prevedeva addirittura tre diverse indicazioni: pausa, silenzio e i tre puntini di sospensione, che gli attori trovarono molto utili. Non era neppure facile definire quel confine impercettibile e mobile che distingue il grottesco inquietante – cifra sottile e inconfondibile del dramma pinteriano – dalla sua possibile deriva nel ridicolo.

Ritorno a casa Foto ©Claudia Pajewski

Lo stesso Popolizio scrive nelle note di regia: “Il mio riferimento per questo lavoro sono i fratelli Coen, i cui film mescolano serio e grottesco, tragico e comico. Ritorno a casa è una commedia tinta di nero che nasconde qualcosa di terribile che, vista con l’acidità alla Coen, diventa quasi accettabile, tollerabile. Proprio perché attraverso lo humour si possono dire cose tremende”. Sicuramente le intenzioni di Popolizio sono chiare: dare a Pinter un respiro diverso da quello che spesso caratterizza i consueti allestimenti, talvolta un po’ ingessati. In bilico tra fedeltà e innovazione, il regista valorizza il carattere “pericolosamente divertente” del testo, mettendone in luce l’humour nero e la fisicità della tensione che attraversa i corpi e le relazioni. Ci si muove così nel territorio del “far ridere”, con un debito maggiore verso la commedia italiana che verso l’ironia anglosassone. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un umorismo volutamente grossolano, fatto più di doppiezze ed equivoci che di mistero e ambiguità, forse a tratti persino ridondante. Pinter lo si avverte, ma non sempre lo si riconosce: si sa, Harold Pinter ci ha abituato a ben altro. Cosa annacqua la minaccia di cui si parlava all’inizio? Si sente la mancanza di quell’asciuttezza, di quella sospensione espressiva, fatta di pause e silenzi, le esitazioni, e di quel realismo allusivo, disorientante in bilico costante tra apparente normalità e violenza pronta a esplodere che rendono grande la corrosività di Pinter. Il risultato? Il tentativo è davvero sorprendente anche se non sempre riesce a restituire fino in fondo quella tensione sotterranea che rende Pinter così perturbante.

Ritorno a casa Foto ©Claudia Pajewski

La scenografia di Maurizio Balò ricostruisce con cura l’interno di una vecchia casa londinese di periferia degli anni Sessanta. Sciatta, scura e disordinata, riflette con forza lo squallore esistenziale dei suoi abitanti. A dominare è un rosso bordeaux intenso, visivamente potente, eccelente il design delle luci bravo Luigi Biondi, che scegliendo di muoversi su toni caldi e pulsanti contribuisce a tratteggiare il vitalismo eversivo che anima tutta l’opera. Appesi alle pareti la testa imbalsamata di una mucca e un ritratto della Regina Elisabetta, il frigorifero è ricoperto di post-it, e tutto l’ambiente è attraversato da un disordine diffuso: sgabelli e sedie scompagnate, tavolini sparsi, dischi e giornali per terra. A sinistra, un’apertura conduce alla cucina, e sul fondo una scala porta alla zona notte. Al centro troneggia la grande poltrona di Max, unico trono domestico sul quale nessun altro può sedersi dove il ruvido padre Max può esercitare ed esprimere il suo potere fatto di angherie e sopraffazioni verso i figli. Sin dalle prime battute il dialogo tra Max, un ex macellaio in pensione ed esperto di cavalli da corsa, e vedovo da tempo, e i figli non lascia dubbi: volgari, falliti, violenti, marcatamente maschilisti, in una strenua, tacita lotta di affermazione di potere sul territorio circoscritto della magione. C’è Lenny che vanta trascorsi da pappone e prodezze sessuali e Joey che vorrebbe fare il pugile ma in realtà è un inetto, lo zio Sam che Max considera un parassita e definisce “ frocio”, perché non si è sposato e non ha avuto figli, e dopo un passato di tassista, ora guida auto private. Si aggirano sfaccendati, aprendo di continuo il frigorifero. Tra i quattro non c’è alcun vero collante: solo urla, volgarità e offese, disseminate nelle piccole umiliazioni quotidiane. La volgarità caustica e sprezzante del padre, l’ingenua brutalità del figlio pugile con qualche problemuccio di testa, la spregiudicatezza rapace dell’altro, gli ambigui ricordi dello zio: tutto finisce per assumere un tono vagamente malsano, che tuttavia resta sospeso, come in attesa di un detonatore.

Ritorno a casa Foto ©Claudia Pajewski

Poi, una notte, mentre tutti dormono, arriva Teddy, il terzo figlio: professore universitario di filosofia, torna a casa dopo sei anni trascorsi in America. Non ha avvertito nessuno e si presenta all’improvviso, accompagnato dalla moglie Ruth, bella e sensuale, madre dei loro tre figli rimasti negli States. È la prima donna a mettere piede in quella casa dopo la morte della moglie di Max, avvenuta ormai da diversi anni. Quando Max posa per la prima volta lo sguardo su Ruth, si rivolge indignato ai figli: “Non ho mai avuto una puttana sotto questo tetto prima d’ora”, aggiungendo poi, con un’ironia (forse involontaria): “Da quando è morta vostra madre”.

Il ritorno a casa diventa così il punto d’innesco di un sottile e spietato gioco di potere: desideri repressi, rivalità mai sopite e tensioni latenti riemergono fino a ridefinire gli equilibri all’interno della famiglia. Intanto il magnetismo di Ruth cresce in modo inesorabile. Inizialmente percepita come una facile “preda”, provocata e manipolata da tutti i membri della famiglia, Ruth finisce per prendere il controllo della situazione. Al punto che, invece di rifiutare o subire passivamente la delirante proposta della famiglia di Teddy – che le suggerisce di prostituirsi per procurare denaro e, magari, occuparsi anche della casa e della cucina – Ruth accetta, ma detta le condizioni: pretende un appartamento arredato, una cameriera e un vitalizio che le garantisca di vivere (evidentemente non contenta della vita grigia che l’avrebbe attesa in America, forse contenta di fare il lavoro di prima, che certamente s’immagina non fosse solo quella di modella, o almeno così lascia intendere il testo).

Ritorno a casa Foto ©Claudia Pajewski

Teddy non sembra minimamente turbato dalla stranezza di questo accordo: tornerà in California, ai suoi studi accademici e ai tre figli della coppia, lasciando Ruth in balìa di familiari avidi e privi di scrupoli. A suggellare questo patto scellerato, Popolizio sceglie un finale inventato di sana pianta, una sorpresa che potrebbe far sobbalzare sulla poltrona quelli che conoscono il dramma originale. Gli uomini alle prese con le faccende domestiche e Ruth, nuova capofamiglia, impegnata in una pole dance: una delle gag finali più surreali e divertenti di sempre. Ruth trionfa su tutti quei poveri, miserabili maschi sbavanti ed è perfettamente giusto, smentendo coloro che hanno sempre preso troppo alla lettera, nelle pièce di Pinter, lo sciovinismo dei suoi maschi delinquenti, trovandolo offensiva nei confronti delle donne. E il ritorno a casa è un’illusione perché la casa, semplicemente non esiste. E non esiste neppure la famiglia.

Ritorno a casa Foto ©Claudia Pajewski

Eccellente prova attoriale dell’intero cast. A cominciare dall’interpretazione del padre padrone Max di Massimo Popolizio: magistrale. Vestito con una felpa acetata gialla, scarpe da ginnastica e un cappello in perfetto stile street (costumi firmati da Gianluca Sbicca e Antonio Marras), scruta il mondo attraverso le lenti fumé dei suoi occhiali Ray-Ban, brandendo un bastone da passeggio. Con maestria alterna pigli irruenti e cinici a gesti e modi apparentemente concilianti, quasi melliflui. Tutto è sostenuto da un’espressività corporea e facciale che, a tratti, si spinge in istrionismo.
Christian La Rosa evidenzia il passaggio imprevedibile di Lenny dal gioco alla minaccia che accentua il carattere ambiguo di Lenny. Eros Pascale (TeddY) asseconda con equilibrio i diversi passaggi emotivi del personaggio, connotandone con misura sia l’entusiasmo iniziale, sia il crescente senso di impotenza e la resa finale. Alberto Onofrietti (Joey) appare goffo e ingenuo, eppure nella sua ottusità si coglie un pericolosità emotiva sottile. Paolo Musio dà al personaggio di Sam una qualità di silenzio e sconfitta interiore profondamente umana, capace di suggerire, più che dichiarare, (si suppone, un omosessuale).
Una strepitosa Giorgia Salari, fredda, sensuale e determinata, rende pienamente credibile la complessa evoluzione del suo personaggio, arricchendo ogni scena con un controllo magnetico del corpo: il movimento delle sue gambe, incredibilmente sexy, diventa un vero e proprio linguaggio provocante che parla quanto le parole che l’accompagnano: “Guardami. Io… muovo la gamba. È tutto qui. Ma indosso… biancheria intima… che si muove con me… L’azione è semplice. È una gamba… che si muove. Le mie labbra si muovono… Forse il fatto che si muovano è più significativo… delle parole che escono da esse”. Ah, le famose pause e i tre punti pinteriani! Incredibilmente sexy.

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Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni
Cristina Tirinzoni, laureata in scienze politiche, igornalista professionista di lungo corso e critico teatrale, iscritta all’Associazione Nazionale Critici di Teatro, ha collaborato con le maggiori testate femminili, occupandosi delle pagine di cultura, libri, arte, teatro, psicobenessere. Convinta che la bellezza (forse) salverà il mondo e che non si finisce mai di scoprire e di raccontare grandi e piccoli costruttori e seminatori di bellezza. Ha pubblicato due libri di poesie Sia pure il tempo di un istante (Neos edizioni) e Come un taglio nel paesaggio (Genesi editore).

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