Puntando i riflettori sulla necessità di una comunione tra arte e scienza, spiritualità e filosofia, razionalità e creatività, l’artista Rohini Devasher collabora da tempo con astronomi, fisici, osservatori internazionali e istituzioni scientifiche, per le quali svolge anche residenze artistiche. Il MUDEC di Milano presenta con Deutsche Bank e in collaborazione con 24 ORE Cultura, la prima personale in Italia dell’artista, visitabile fino al 2 novembre di quest’anno. Intitolata Borrowed Light, la mostra, a cura di Britta Färber, Global Head of Art & Culture di Deutsche Bank, indaga temi quali il tempo, la luce e lo spazio, concetti che da sempre hanno affascinato l’uomo.
Nata a Nuova Delhi nel 1978, Rohini Devasher è stata la prima artista indiana a ricevere il riconoscimento di Artist of the Year per l’anno 2024, selezionata su proposta di Stephanie Rosenthal, Direttrice del Guggenheim Abu Dhabi Project. Centrale nella sua ricerca è l’approccio interdisciplinare col quale opera, probabilmente dovuto anche alla sua duplice vocazione. Oltre a essere artista di professione, Devasher è infatti anche astronoma amatoriale. Lavorando con video, pittura, incisioni, disegni, installazioni e molti altri media, da anni Rohini porta avanti una pratica di ricerca che esplora le intersezioni tra arte, scienza e filosofia, sviluppando progetti che mettono in dialogo cultura visiva, tecnologia e sapere scientifico.

Borrowed Light si rifà proprio a questo concetto. Non a caso il titolo è un riferimento a un termine architettonico che indica la luce riflessa, o “presa in prestito”, da uno spazio adiacente per illuminare un ambiente altrimenti buio. Quest’immagine, oltre a riferirsi al fenomeno di filessione e rifrazione della luce, è anche una metafora su ciò che arriva a noi di riflesso da altre culture, epoche o strumenti. L’artista ci fa inoltre ragionare sulla prospettiva da cui vediamo le cose. Ogni osservazione parte dal nostro punto di vista e anche se le stelle sopra di noi sono nel medesimo cielo, non saranno mai le stesse per chi le guarda.
L’allestimento non ha solo un ruolo chiave nell’esposizione ma diventa quasi parte integrante dei lavori presentati, grazie a un intervento murale site-specific che collega visivamente le opere tra loro, creando una sorta di costellazione visiva. Le pareti scure di MUDEC Photo ci teletrasportano in un’altra dimensione, come se nello spazio ci fossimo finiti davvero. Grazie anche all’uso di luci tenui, calde e avvolgenti, l’atmosfera diventa inspiegabilmente romantica. Eccoci nel cosmo visto dagli occhi di un’artista.

A dimostrazione di quanto la fase di studio e ricerca sia vitale per il lavoro di Rohini Devasher, ad accoglierci nello spazio espositivo sono una serie di letture selezionate dalla stessa Rohini, liberamente sfogliabili, che ci permettono di immergerci nel suo pensiero. Tra queste troviamo Le cosmicomiche di Italo Calvino, Atlante dello spazio. Le mappe dell’universo e oltre, scritto da James Trefil per National Geographic, La teoria del tutto. Origine e destino dell’universo di Stephen W. Hawking, insieme a una raccolta di saggi scritti da Devasher, come: The Mirrored Sky (Il Cielo Riflesso); Notes from the Observatory: Saturn 79 minutes ago (Appunti dall’Osservatorio: Saturno 79 minuti fa); Strange-ing: between wonder and the uncanny (“Stranezze”: tra meraviglia e inquietudine); Shadow Walkers (Ombre passeggere) e Conjunctions (Congiunzioni).
Tra le opere esposte, di grande rilievo è sicuramente One Hundred Thousand Suns. Si tratta di un’installazione video a quattro canali, realizzata dall’artista nel 2023 e senza dubbio il cuore pulsante della mostra. Ogni video racconta di un diverso “paradigma” dell’osservazione solare, offrendo agli spettatori una pluralità di sguardi sul sole: dai disegni a mano, passando per i racconti degli scienziati fino alle impressioni su emulsioni fotografiche. Ecco che gli schermi diventano finestre affacciate su plurimi orizzonti, pronti a raccontare il proprio punto di vista. Devasher dimostra così che non c’è un approccio giusto e uno sbagliato ma che è proprio la pluralità di visioni, anche in contrasto tra loro, a rappresentare al meglio un’entità così complessa e sfaccettata come quella cosmica.

L’installazione è basata su oltre 150.000 immagini solari catturate in un secolo all’Osservatorio Solare di Kodaikanal, in India. Stiamo parlando di oltre 100 anni di dati solari, quasi undici cicli solari, raccolti ogni giorno dall’osservatorio, condizioni metereologiche permettendo, a partire dal 1904. Questa immensa quantità di materiale d’archivio, insieme alle immagini NASA e a dati personali, racconta l’evoluzione dell’osservazione solare, dalle prime macchie solari disegnate a mano su carta, alla fotografia su lastre di vetro e ai dataset dell’era spaziale, fino alle collezioni di dati raccolti dall’artista stessa. Letteralmente la storia del sole tracciata da più punti di vista. Non si tratta però di un asettico database, al contrario, è un’opera estremamente poetica che ci mostra il sole non solo come una stella, ma come fonte di luce condivisa e possibilità di connessione.
Accanto alle videoinstallazioni, la mostra accoglie anche una serie di opere su carta e rame sulle quali l’artista è intervenuta utilizzando cianotipie, matite, pastelli, carboncino, acidi e fumo. Tra questi Mirrored Sky (2017), Shadow Portrait (2023) e Sol Drawing (2023), sono le opere più emotivamente coinvolgenti, con cui Rohini Devasher riesce a trasportarci in una dimensione poetica e sentimentale.
Siamo parte di un cosmo infinito che si dispiega tra e in noi. Rohini Devasher ci invita a riflettere sulla nostra connessione col cielo e l’universo di cui siamo parte, accogliendo la molteplicità di punti di vista e narrazioni, senza paura del diverso o della contraddizione. È così che si apre la strada verso un sapere collettivo, dove le singole discipline sono in relazione e non più in contrasto.


