Ridare slancio e vita agli spazi rurali dimenticati per popolarli di eventi, cultura, comunità. Rural Pop-up è un progetto tutto italiano, ispirato dall’esperienza berlinese di rigenerazione rurale, dove la crescente pressione della gentrificazione ha spinto molti cittadini a cercare nuove possibilità nei territori meno abitati. Da quell’osservatorio privilegiato, l’idea si è spostata in Italia con una convinzione: i luoghi abbandonati non sono spazi vuoti, ma riserve di senso.
Dietro il progetto, che unisce la dimensione digitale a quella esperienziale, c’è Welance, una società for profit formata da un collettivo di professionisti digitali indipendenti, che si è posta l’obiettivo di dimostrare come la tecnologia possa essere uno strumento reale di rigenerazione territoriale, anche dove la digitalizzazione è ancora percepita come distante, soprattutto nella pubblica amministrazione. La missione di Rural Pop-up è semplice ma ambiziosa: mappare, promuovere e rendere prenotabili, senza costi fissi, spazi comunali inutilizzati in piccoli borghi italiani. La piattaforma web, gratuita per i Comuni, permette di ridare vita a sale polivalenti, ostelli, chiese sconsacrate e altri luoghi spesso dimenticati, aprendoli a usi sociali, culturali, sportivi e formativi. Dai matrimoni civili alle conferenze, dagli eventi artistici a quelli sportivi.

Il primo esperimento del progetto si è concentrato nel Sud-est del Piemonte, in risposta al bando PNRR “Imprese Borghi”. “Abbiamo contattato 172 Comuni – spiega ad Artuu Enrico Icardi, parte del team di Rural Pop-up – ma solo 67 hanno aderito. C’è una quota di resistenza e diffidenza rispetto al ‘nuovo’ nella pubblica amministrazione. La burocrazia e la paura del cambiamento sono ancora ostacoli concreti. Le comunità però hanno risposto positivamente, mostrando grande vitalità e creatività: mamme in cerca di spazi per feste, insegnanti a caccia di palestre alternative, cittadini pronti a cambiare vita ripartendo da un borgo”.
Rural Pop-up è prima di tutto una piattaforma tecnica: un’infrastruttura di base per far parlare territori, comunità, istituzioni. Ma da qui è nata anche un’associazione culturale che ha già avviato eventi sul territorio, a partire dal recupero di un’ex discoteca, il Baia Blanca di Levice, in provincia di Cuneo, al centro dell’evento di debutto, in programma il prossimo 9 agosto. La riapertura di uno spazio a lungo dismesso punta a diventare un modello di celebrazione delle tradizioni e culture locali, nell’ottica di promuovere nuove connessioni all’interno della comunità territoriale. Sul portale sono inoltre aperte le candidature per ospitare il primo evento invernale di Rural Pop-up.

Cosa si scopre entrando in questi spazi, che sembrano lontani da noi, anche se la distanza dalla città in molti casi non è così significativa? “Abbiamo potuto entrare in contatto – continua Icardi – con luoghi incredibili, spesso ristrutturati e mai utilizzati. Ostelli con 80 posti letto usati una volta l’anno, sale con potenzialità enormi lasciate all’oblio, territori interi non ancora mappati. In un’epoca iperconnessa come il 2025, sorprende ancora di più trovare zone che non appaiono in alcuna banca dati. Ma è proprio da qui che il nostro progetto parte, dando visibilità e nuove opportunità a ciò che sembrava perso”.
Nel Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne (PSNAI), approvato nel 2025, il futuro di questi territori, che pure rappresentano una quota rilevante del patrimonio paesaggistico, culturale e agricolo nazionale, appare gravemente a rischio. Le aree interne italiane stanno affrontando una crisi demografica significativa, caratterizzata da spopolamento irreversibile, invecchiamento della popolazione e rarefazione dei servizi essenziali. È allarmante vedere proiezioni che indicano una perdita così elevata di popolazione nei comuni rurali, con percentuali che possono superare l’80% entro il 2043, arrivando addirittura al 93% nei comuni più fragili del Centro-sud. Un fenomeno che, per molti territori, appare irreversibile e che rappresenta una sfida significativa per le politiche pubbliche chiamate a gestire o invertire questa tendenza.
Tra infrastruttura e visione, l’incognita più grande per un modello di riqualificazione, che parte da quanto viene percepito come “dimenticato” e “remoto”, non è solo riattivare fisicamente gli spazi, ma cambiare la percezione culturale del rurale. Portare l’arte contemporanea, la digitalizzazione, l’innovazione dove si pensa che “non servano” è un atto quasi politico.
In parallelo, Rural Pop-up cerca di costruire una rete nazionale ed europea: ci sono già contatti con realtà spagnole e l’idea di un database europeo dei luoghi dismessi e recuperabili è sul tavolo. “Il progetto è scalabile e replicabile – sottolinea Icardi – e ha già le fondamenta per crescere. Il prossimo passo? Una campagna per settembre, per coinvolgere altri comuni e regioni. Perché la rigenerazione non è solo un evento temporaneo, ma un processo che nasce dal basso, richiede tempo, fiducia e una nuova grammatica del territorio”.


