Anatomia di un ritratto, presentato alle Giornate degli Autori, riporta al centro della scena la storica dell’arte che difese capolavori e vite umane durante il fascismo, per poi ricostruire la Pinacoteca come museo aperto alla città.
Fernanda Wittgens aveva trentasette anni quando, nel 1940, assunse la direzione della Pinacoteca di Brera. Prima donna chiamata a guidare un museo italiano di tale importanza, entrò in un’amministrazione culturale costruita quasi interamente da uomini e conquistò il proprio spazio attraverso competenza, disciplina e una concezione civile dell’arte. La sua storia arriva ora alla Mostra del Cinema di Venezia con Anatomia di un ritratto, documentario di Francesco Clerici e Mattia Colombo presentato nella sezione Notti Veneziane delle Giornate degli Autori.
Nata a Milano nel 1903, Wittgens si laureò in Storia dell’arte sotto la guida di Paolo D’Ancona. Nel 1928 entrò a Brera come “operaia avventizia”, qualifica modesta dietro la quale svolgeva già le mansioni tecniche e amministrative di un’ispettrice. A riconoscerne il talento fu Ettore Modigliani, direttore della Pinacoteca e suo maestro. Quando il fascismo lo allontanò dall’amministrazione per antifascismo e, successivamente, per effetto delle leggi razziali, Fernanda raccolse la sua eredità professionale e morale.

Credit: © Pinacoteca di Brera / BreraPlus.
Durante la Seconda guerra mondiale organizzò il trasferimento delle collezioni di Brera verso depositi sicuri. Sotto i bombardamenti coordinò uomini, mezzi e ricoveri, proteggendo anche le opere del Poldi Pezzoli, dell’Ospedale Maggiore e di altre raccolte milanesi. La difesa del patrimonio procedeva insieme alla protezione delle persone. Wittgens aiutò ebrei, oppositori politici e perseguitati a raggiungere la Svizzera, fra loro anche Paolo D’Ancona e la sua famiglia.
Una delazione portò al suo arresto il 14 luglio 1944. Il Tribunale speciale la condannò a quattro anni di carcere. Dalla prigione continuò a scrivere alla famiglia, affidando alle lettere una concezione lucidissima della responsabilità intellettuale: cultura, libertà e solidarietà appartenevano per lei allo stesso impegno. Quelle pagine costituiscono oggi uno degli archivi emotivi più potenti della sua vicenda.
Dopo la Liberazione, Wittgens tornò a Brera e guidò la rinascita della Pinacoteca devastata dalla guerra. Il museo riaprì nel 1950 con un allestimento progettato da Piero Portaluppi. Per la direttrice, ricostruire significava creare un’istituzione capace di parlare alla società: visite guidate, attività educative e apertura verso nuovi pubblici trasformarono il museo in un luogo vivo. Durante i suoi trent’anni di attività contribuì anche al recupero del Cenacolo vinciano, legando tutela, ricerca e partecipazione pubblica.
Il film parte dalla scarsità delle immagini rimaste di lei. Clerici e Colombo costruiscono il ritratto attraverso fotografie, documenti, ambienti, testimonianze e parole. Sara Drago presta corpo e voce alle lettere, mentre la storica dell’arte Giovanna Ginex, autrice con Rosangela Percoco del romanzo L’allodola, accompagna la ricostruzione. Il risultato attraversa il confine fra documentario, interpretazione e indagine d’archivio.
Prodotto da Rossofilm e coprodotto da Luce Cinecittà, Rough Cat, RSI e Lab 80 Film, Anatomia di un ritratto dura 93 minuti. La proiezione veneziana restituisce visibilità a una figura decisiva per la cultura italiana del Novecento. Fernanda Wittgens custodì i capolavori affidati alle sue cure e trasformò il museo in uno strumento di cittadinanza. Venezia riporta finalmente il suo nome nella storia che contribuì a salvare.



