SantaSeveso e l’inganno della forma

La prima impressione, entrando in contatto con il lavoro di SantaSeveso, è quasi infantile. Colori saturi, superfici lucide, trasparenze, forme che rimandano immediatamente all’universo dei dolci, delle caramelle, delle gomme colorate: caramelle, locca-lecca, dolci gomme coloratissime: oggetti che sembrano usciti da una confetteria sovradimensionata, da un negozio immaginario in cui tutto è brillante, invitante, apparentemente innocuo. È un attimo: lo stupore arriva prima del pensiero, come succede ai bambini davanti a una vetrina. Del resto, le opere di SantaSeveso funzionano proprio così: prima ti attirano, poi, solo dopo, ti costringono a fermarti. E, guardandole meglio, qualcosa cambia: quelle caramelle, infatti, non sono caramelle: quelle confezioni trasparenti, perfette, quasi pubblicitarie, custodiscono al loro interno non un contenuto industriale e replicabile, ma una traccia unica: un calco di pelle, un’impronta, un frammento corporeo reale. L’involucro, che dovrebbe proteggere e rendere desiderabile il prodotto, diventa una sorta di teca. E ciò che contiene non è più consumabile.

È da qui che nasce Candy Skkinns, il progetto che ha fatto conoscere SantaSeveso al pubblico più ampio e che ritorna, come matrice originaria, anche nella mostra Doppelgänger (aperta fino al 28 febbraio da A~C Creative Studio in via Francesco Petrarca 4, a Milano). Un lavoro lungo, iniziato anni fa nel suo laboratorio di Cesano, costruito pazientemente attraverso resine, lattice, plastiche, polveri naturali. Materiali apparentemente freddi, industriali, che però vengono trattati con una cura quasi artigianale, figlia di una formazione solida e concreta. Diplomata all’Accademia di Brera, SantaSeveso ha infatti alle spalle quindici anni di lavoro nel restauro: affreschi, manufatti lapidei, decorazioni murali in chiese, ville storiche, castelli. Un’esperienza che si sente tutta, soprattutto nel rapporto con la superficie. Nulla, nelle sue opere, è lasciato al caso: la pelle, l’involucro, la trasparenza sono sempre controllati, misurati, costruiti. Nelle Candy Skkinns ogni elemento è unico, identificato come fosse un prodotto reale: codici a barre, date di scadenza, liste di ingredienti. Un’estetica che guarda esplicitamente alle grafiche degli anni Trenta, Quaranta e Cinquanta, a quel mondo pubblicitario in cui il colore prometteva felicità e sicurezza. Ma qui la promessa si incrina: perché ciò che sta dentro non è replicabile, è un corpo, una presenza irripetibile. “I dolci rappresentano l’esteticità che rispecchia la società di oggi tra apparenza e omologazione”, raccontava l’artista in un’intervista recente. “Io lavoro sull’unicità, l’identità personale, partendo dalla parte più esterna, la superficie, la prima che noi vediamo e ci identifica come esseri umani”. SantaSeveso non parte infatti dall’interiorità, dall’emozione, dalla psicologia: parte dall’involucro; da ciò che, nella società contemporanea, è diventato tutto.

Questo scarto tra apparenza e contenuto attraversa anche gli altri cicli presenti in mostra. In People, aghi e fili da cucito vengono inglobati in teche trasparenti, immobilizzati per sempre; oggetti nati per unire, riparare, ricucire, vengono sottratti al tempo dell’azione. Restano lì, sospesi, come vite congelate in un assetto definitivo. Ogni composizione è diversa dall’altra, irripetibile, come se raccontasse una storia che non può più andare avanti. In My Personal Battle, il tema si sposta sulla protezione. Elmi, caschi, strutture difensive realizzate però in materiali fragili, trasparenti, talvolta ostili al contatto, che non proteggono davvero, ma separano, creano distanza: in un presente drammaticamente attraversato da conflitti e da guerre sempre più afferate e sempre più diffuse, questi oggetti sembrano parlare di conflitti interiori, di difese emotive che finiscono per isolare.

La mostra Doppelgänger (parola tedesca che significa letteralmente “doppio”, presenza parallela e ambigua di qualcosa che sembra identico ma non lo è mai davvero) mette insieme questi lavori senza forzarli dentro una narrazione chiusa. Piuttosto, li lascia dialogare. Come scrive la curatrice Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci, “il riferimento al doppio non assume un valore narrativo, ma strutturale: il doppio emerge come scarto interno alla forma, come raddoppiamento semantico che mette in crisi l’idea di unità e stabilità”. Il doppio, qui, non è un concetto astratto, ma è proprio ciò che vediamo: un oggetto che sembra una cosa, ma allude ad altro, un involucro seducente che contiene qualcosa di irriducibilmente umano, una superficie che promette consumo e restituisce permanenza. Anche il nome scelto dall’artista, del resto, SantaSeveso – fusione dei cognomi dei genitori – sembra muoversi in questa direzione: un’identità costruita per unire senza cancellare, per tenere insieme due origini senza risolverle in una sola. Non un vezzo, ma una dichiarazione implicita di metodo.

Guardando questi oggetti misteriosi, quello che resta addosso non è tanto un’idea, quanto una sensazione precisa: quella di essere stati attratti, quasi ingannati, e poi costretti a rallentare, a guardare meglio, a fare i conti con ciò che, sotto la superficie brillante del presente, continua a resistere come traccia, come corpo, come differenza. “L’opera di SantaSeveso”, scrive ancora Giuditta Elettra Lavinia Nidiaci, “si configura, in definitiva, come una meditazione visiva sul doppio contemporaneo: un doppio non più incarnato in figure speculari, ma inscritto nella materia stessa dell’oggetto”. Ed è forse proprio qui che il lavoro di SantaSeveso trova la sua forza più autentica: nel costruire opere che non vogliono spiegare, moralizzare, dare spiegazioni, ma si limitano a essere se stesse, seducenti, ambigue, silenziose; come certi oggetti che, una volta visti, ci lasciano addosso una sensazione sospesa, a metà tra la dolcezza e l’inquietudine.

Newsletter

spot_img

Follow us

Scelti per te

Alessandro Riva
Alessandro Riva
Alessandro Riva, critico d’arte e curatore, è nato a Milano nel 1964. Tra le sue mostre principali, ricordiamo: Sui generis - la ridefinizione del genere nella nuova arte italiana (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2001), Totemica (Casa del Mantegna, Mantova, 2001), Italian Factory, The New Italian art scene (Biennale Internazionale d’arte, Venice, Strasburg and Turin, 2003), Street Art Sweet Art (PAC. Padiglione d’arte contemporanea, Milano, 2007), Crossover (Venezia, Arsenale, 2013), Pop Up Revolution! (Milano, 2015), Unknownmonk (Mosca, 2015), Pop Up Italian Show (Hubei Museum of Arts, Wuhan, China, 2015). Ha collaborato con artisti italiani e stranieri nella realizzazione di progetti sia in Italia che all’estero, curato festival internazionali, libri e monografie su artisti. Tra gli ultimi ricordiamo il volume “Primary Form in Re-idol” di Yue Minjun e “Nicola Samorì” per Liaoning Fine Arts Publishing House. Ha collaborato con Rai2 e Rai3 con il programma “Blu Notte”, e con diverse radio e web tv come giornalista culturale e conduttore di programmi dedicati all’arte. Come giornalista d’arte, ha collaborato con molte testate nazionali, specializzate e non, e ha diretto riviste di settore, come “Italian Factory Magazine” e “Arte In”.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

spot_imgspot_img